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Istat, cresce la fiducia di imprese e consumatori. Il gioiello risponde? Il dibattito è aperto

Cresce l’indice di fiducia delle imprese manifatturiere e di commercio al dettaglio e cresce anche, per la prima volta dal 2010, la fiducia dei consumatori. Il periodico report dell’Istat indica così segnali di ripresa per la prima parte del 2014 (i dati sono relativi ad aprile), riscontrando un “Istat economic sentiment indicator” in crescita per due dei settori considerati. In particolare, l’indice del clima di fiducia delle imprese manifatturiere sale a 99,9 da 99,3 di marzo. Migliorano i giudizi sugli ordini e rimangono stabili i saldi relativi alle attese di produzione e ai giudizi sulle scorte di magazzino.

Nel commercio al dettaglio, l’indice del clima di fiducia sale, passando a 98,0 da 94,5 di marzo. L’indice aumenta sia nella grande distribuzione (da 92,1 a 92,4), sia in quella tradizionale (da 97,0 a 102,7). Stesso mood positivo si registra nel clima di fiducia dei consumatori: aumentano sia la componente economica sia quella personale, la prima in misura più consistente. Riguardo alla situazione economica del Paese migliorano sia i giudizi sulle condizioni attuali che le attese, mentre restano stabili le aspettative sulla disoccupazione. A livello territoriale il clima di fiducia aumenta in tutto il Paese.

Questo lieve ottimismo che trova riscontro nei dati dell’ente pubblico di ricerca si comincia a respirare anche nel settore orafo. Le aziende produttrici e anche i rivenditori al dettaglio avvertono un primo cambiamento di rotta rispetto al segno negativo degli ultimi 3 anni.  Naturalmente si tratta di un segnale avvertito dagli operatori, per ora, a livello più empirico che statistico.

“Confrontandoci in modo informale con gli operatori – spiega Giuseppe Aquilino presidente di Federpreziosi Confcommercio, che riunisce le imprese gioielliere, orafe e argentiere – è diffusa una sensazione di miglioramento. Quello che i dettaglianti hanno sicuramente osservato è che i consumatori sono tornati a chiedere consiglio al proprio gioielliere, cosa che non accadeva da mesi. Questo potrebbe effettivamente tradursi in una maggiore propensione a spendere, trasformandosi in acquisto: non abbiamo ancora dati oggettivi, ma è certamente un segnale. Intanto, durante le vacanze pasquali, nelle aree a maggiore vocazione turistica si è assistito a cenni di ripresa nelle vendite”.

È sempre l’Istat a prevedere che nel 2014 aumenterà anche il prodotto interno lordo (Pil) italiano (di 0,6% in termini reali) seguito da una crescita dell’1,0% nel 2015 e dell’1,4% nel 2016.

Ma non tutti avvertono questo clima di ripresa. Limite dei contanti a mille euro, costo del lavoro troppo elevato: queste alcune delle cause citate dai dettaglianti di fronte a una stagnazione delle vendite.

“Rispetto a ciò che vedo – spiega Johnny De Meo,  gioielliere nell’omonima attività di famiglia e presidente dell’Ascom di Castellammare di Stabia (Napoli) – non mi sembra di percepire fiducia, tutt’altro. Il consumatore non è più rilassato, capita sempre più raramente che entri in negozio e spenda oltre il dovuto, facendo vincere l’acquisto di impulso. Anche chi se lo può permettere sembra come in attesa, sono diventati tutti più cauti forse anche a causa del bombordamento mediatico sulla crisi. Io ho iniziato a avvertire un calo anche sui prodotti di fascia alta, che erano gli unici a resistere. E c’è un altro dato: il limite alla spesa in contanti spinge chi può a fare shopping all’estero: ormai negli altri paesi la prima cosa che ci dicono è ‘Qui puoi pagare in contanti’. Ho la sensazione che siamo tornati indietro di 20 anni. Con uno Stato che è diventato socio al 50%, molti fanno due conti e preferiscono chiudere prima di fallire”.

Nel commercio al dettaglio le voci sono diverse. Complici fattori come la posizione, magari con maggiore vocazione turistica, o la differenza nella composizione del target, ci sono gioiellerie in cui una lieve ripresa si avverte.

“Siamo moderatamente ottimisti – racconta Danilo Gianformaggio amministratore della gioielleria Pino Gianformaggio di Trapani e presidente provinciale degli orafi di Confcommercio -: per usare un’espressione celebre, ‘Eppur si muove’. A partire da aprile non possiamo parlare di grandi passi ma di un lieve miglioramento sì. Il consumatore sembra più ottimista, pronto alle occasioni, risponde alle offerte e al peso dei marchi blasonati. Naturalmente bisogna saper comunicare, altrimenti è tutto vano”.

Il mondo della produzione sembra vivere la stessa dicotomia. Da un lato, c’è chi avverte una ripresa del mercato italiano, dall’altro chi si confronta con un immobilismo della domanda.

“Il pubblico è sempre più preparato – racconta Gino di Luca, titolare dell’azienda torrese diluca 1929, specializzata nella creazione di gioielli con cammei – e questo, a dispetto di ciò che si può pensare, è un bene.  Perché maggiore aspettativa e maggiore fiducia si traducono in una più forte propensione a fare acquisti. Chi vuole spendere, lo fa senza indugio. Quindi sì, avvertiamo una richiesta leggermente più consistente rispetto a un anno fa”.

Leggendo le cifre divulgate dall’Istat sembra riprendersi anche la domanda interna, +0,4 % rispetto a uno 0,2% della domanda estera. Nell’anno in corso la spesa delle famiglie, dopo tre anni di riduzione, segnerebbe un aumento dello 0,2%.

 “Il mercato europeo vive un momento difficile – spiega Gilberto Preda, fondatore, 35 anni fa, della valenzana Giloropersino nei paesi in cui il gioiello italiano ha sempre contato molto. La nostra azienda, che per sua natura dialoga molto con l’estero, assiste a un problema culturale. Ho la sensazione che il gioiello stia uscendo dalla cultura dell’italiano e che questo fenomeno cominci a riguardare anche paesi che storicamente avevano sviluppato una maggiore consapevolezza come Repubblica Ceca, Romania, Belgio. È come se i consumatori ci dicessero che del gioiello si può fare a meno: tolta la gioielleria classica, che regge, bisogna affinare le strategie ed essere molto bravi nel prezzo e nel prodotto. Il made in Italy orafo piace ancora, ma si scelgono altre priorità”.

 

“Non vedo grandi cambiamenti in atto – spiega Francesca Boghi, direttore dell’azienda comasca Luisa Della Salda srl -: i clienti ci appaiono come frenati su ordini e acquisti, c’è una ritrosia verso gli investimenti. Certo, la fiducia che le cose vadano meglio deve esserci, anche perché peggio di così è difficile. Quello che posso dire è che ho la sensazione che la prima vera risposta positiva arriverà con il prossimo Natale”.

Anche quando un’inversione di tendenza c’è, non sempre è possibile generalizzare il risultato. “Il mese di aprile è stato significativo nelle nostre boutique monomarca – racconta Fiammetta De Simone, titolare insieme ai fratelli Michele jr e Massimo della De Simone Fratelli, azienda specializzata da oltre 150 anni nella creazione di gioielli in corallo, cammeo e pietre preziose – ma lo considero un caso, non un dato assoluto. C’è sicuramente un fattore psicologico: la gente si è stufata di vivere in questa atmosfera di crisi. In ogni caso non me la sento di dare un giudizio né di fare previsioni, un primo bilancio sarà possibile a fine giugno. Per quanto riguarda la nostra produzione, continuiamo a rivolgerci sempre più verso l’alto, sia nella scelta di materie prime sia nel target”.

Per chi si è affacciato da poco sul mercato italiano, come il Gruppo Eclat, nato dalla incorporazione delle ditte Ori e Adriano Valentini nella ditta Eclat, il dato di questo inizio anno è positivo. “Non abbiamo termini di paragone con il passato – dichiara la designer Rosanna Natale, titolare dell’azienda con Fabrizio Paggini: abbiamo presentato la nostra prima collezione lo scorso settembre e abbiamo registrato un buon atteggiamento, tanto da integrare attualmente la collezione con nuove proposte rivolte ai giovani. Così ci manteniamo su un duplice binario, cercando di abbracciare un prodotto esclusivo e una fascia più accessibile”.


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