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INCHIESTA – Diamanti da investimento, dubbi e scarsa informazione

1.Le Banche, Maurizio Sacchi – Diamond Private Investment: “Tasse zero, liquidabilità immediata dei diamanti e rivalutazione intorno al 3% annuo”
2.Federpreziosi, Giuseppe Aquilino: “Il gioielliere è in grado di gestire il fenomeno”
3.Il gemmologo, Marcello Manna: “Quando il marketing travolge gioiellieri inconsapevoli”
4.Il gemmologo, Paolo Minieri: “Uguali ma diversi. I diamanti sintetici non sono un investimento”
5.Box: Le quotazioni
6.Box: Federpreziosi, una campagna informativa per i consumatori
7.Sintesi finale: dubbi e scarsa informazione


 

Mercati azionari incerti e talvolta turbolenti, crisi di fiducia nell’immobiliare, asset con scarsi rendimenti o troppi rischi: in cosa può investire, allora, chi ha qualche risparmio da far fruttare? La risposta, ad oggi, sembra pressoché univoca: il diamante, ormai considerato come il “mattone” del Terzo Millennio. Rispetto ad altri beni, presenta una serie indubbia di vantaggi – indistruttibilità, rendimenti costanti, nessuna tassa sul reddito, sul capitale o di successione (soltanto l’Iva), vantaggi fiscali -, insomma un “bene rifugio” di tutto rispetto.

Ma a fronte di tutti questi pro, i contro quali sono? Districarsi nel settore dei diamanti da investimento richiede dunque la necessità di fornire una risposta a una lunga serie di domande. Per esempio: a chi conviene mettere piede in questo mercato che fino a poco tempo era riservato a una nicchia e oggi invece si allarga prepotentemente tra i risparmiatori? Dove si acquistano i diamanti? Quali sono i rischi dell’investire sui diamanti? Una volta in nostro possesso, la rivendita per il recupero dell’investimento è garantita e, se sì, in che modo? E quanto è inquinato il settore dalla diffusione sempre più massiccia di diamanti sintetici, quelli cioè prodotti non da un processo geologico, come quelli naturali, ma tecnologico?

Preziosa Magazine tenta di fornire una mappa per orientarsi in questo percorso irto di ostacoli. Andiamo con ordine e cominciamo dai numeri: nel 2015 il valore del mercato dei diamanti, in Italia, è cresciuto del 20%, passando da 190 a 230 milioni di euro (secondo stime riferite da Intermarket Diamond Business all’Adnkronos). Rispetto al 2013, il picco è addirittura del +78% (128 milioni). Si allarga il target degli investitori: il mercato dei diamanti diventa sempre più democratico, essendo un investimento possibile a partire dai 3.800 euro circa, cifre che non sono tassate né all’acquisto (Iva a parte) né alla rivendita.

Ma a chi rivolgersi? E qui prende forma la prima nebulosa: i più risponderanno “il diamante da investimento si acquista in banca”. La banca, in Italia, li procura attraverso società intermediarie – tre quelle principali, Diamond Private Investment, Diamond Love Bond e Intermarket Diamond Business (“che, per inciso, è socio aggregato di Confindustria Federorafi, la sigla che riunisce i produttori del settore orafo e facente capo all’Associazione degli industriali”) – che li selezionano presso determinate Borse diamanti. Il servizio è attivo attualmente in circa 22mila sportelli bancari (14mila con Dpi, 8mila con Idb) presso i quali l’investimento medio sui diamanti è di 20mila euro.  

A fronte di questo nuovo canale, più antico e consolidato è il mercato degli operatori, costellato da professionisti dell’ingrosso e del dettaglio, che offrono al consumatore pietre certificate di carature e qualità diversificate in base alle cifre e alle esigenze.

Il diamante è un vero prodotto finanziario?

Già nel novembre 2012, Federpreziosi Confcommercio – che riunisce il dettaglio italiano più una fetta importante di altri attori della filiera – aveva richiesto, insieme ad altri soggetti del comparto come la Borsa Diamanti d’Italia, chiarimenti alla Consob (Commissione nazionale per le società e le borse) in merito alla nozione di “prodotto finanziario” e di “offerta al pubblico”. In particolare, il quesito formulato riguardava la vendita di diamanti effettuate dalla Diamond Love Bond SpA e dalla International Diamond Business SpA per il tramite del canale bancario. In data maggio 2013, la risposta: “Per configurare un investimento di natura finanziaria non è sufficiente che vi sia accrescimento delle disponibilità patrimoniali dell’acquirente (cosa che potrebbe realizzarsi attraverso alcune modalità di godimento del bene come per esempio con la rivendita del diamante) ma è necessario che l’atteso incremento di valore del capitale impiegato (e il rischio ad esso correlato) sia elemento intrinseco all’operazione stessa. (…) Si ritiene che, nel caso prospettato, non si versi in una fattispecie di investimento di natura finanziaria – e dunque di prodotto finanziario – e si esclude pertanto l’applicabilità, alle operazioni descritte, della complessiva disciplina dettata in materia di offerta al pubblico, ivi inclusa quella concernente la pubblicità”. In sostanza, dice la Consob, manca il “rendimento di natura finanziaria” collegato alla res (anche se questa, naturalmente, può apprezzarsi o deprezzarsi secondo quotazioni), e manca l’incremento di valore del capitale così come il rischio ad esso legato. Perciò, il diamante non è da considerarsi “prodotto finanziario” né “altra forma di investimento di natura finanziaria” e non si configura, perciò, la fattispecie di offerta al pubblico (sottoposta ad una specifica disciplina: Capo I del Titolo II della Parte IV del TUF e Parte II, Titolo I del Regolamento emittenti, approvato dalla Consob con delibera n.11971 del 14 maggio 1999 e successive modifiche ed integrazioni).

Le operazioni sul diamante perseguite dal ramo finanziario si configurano più che altro come un tentativo di sovrapporsi alla distribuzione commerciale tradizionale per tagliare fuori il gioielliere – spiega Paolo Minieri, presidente di Gemtech – fingendo che questa figura professionale sia resa inutile da listini (spesso arbitrari e comunque riferibili al dettaglio) e da certificati (che si riferiscono solo alle caratteristiche gemmologiche e non esprimono mai valori assoluti). Volete un diamante?

Un gioielliere onesto e competente quasi sempre è un’opzione più conveniente di una banca. Almeno le proprietà estetiche e gemmologiche delle gemme saranno illustrate da qualche professionista responsabile che ci mette la faccia”.

Le quotazioni e i prezzi

E qui si entra in un altro campo minato: le quotazioni e i prezzi. Non esiste infatti una fonte universale: le banche dichiarano di fare riferimento alla quotazione trimestrale (la scelta di sole quattro quotazioni l’anno sarebbe dettata dalla scarsa oscillazione di questo bene) riportata, da decenni, sul quotidiano Il Sole 24 Ore. L’ingrosso tiene conto dei valori pubblicati con periodicità diversa (a cadenza settimanale) sul listino Rapaport, che riporta le quotazioni rilevate alla borsa di New York espresse in dollari. Non un listino ufficiale di vendita, piuttosto una guida per determinare i prezzi, che però subiscono l’influenza di molte altre variabili.

Come si sceglie il diamante da acquistare?

Se appare ovvio che più elevata è la caratura (a pari condizioni di purezza, taglio e colore) più ha valore la singola pietra, meno ovvia è la precisazione per cui i diamanti da investimento sono sempre di alto livello qualitativo, l’unico in grado di tutelare l’investimento, ma inclusi generalmente in un range che va da 0.5 a 2 carati al massimo. Si tratta generalmente di pietre taglio tondo che hanno caratteristiche di colore e purezza alte o molto alte e sempre di pietre certificate dai maggiori istituti gemmologici riconosciuti (cioè Gia, Hrd e IGI di Anversa, gli unici abilitati a compiere la certificazione dei diamanti da investimento).

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Quotazioni diamanti da investimento Il Sole 24 Ore. Fonte: www.diamondprivate.it

investire nei diamanti

Quotazioni diamante sintetico. Fonte: www.brilliantheart.com

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E qui la prima osservazione. Dando un’occhiata alla tabella* in cui abbiamo confrontato i prezzi dei diamanti (nel mese di giugno, quando le ultime quotazioni de Il Sole 24 Ore, riferimento delle banche, essendo trimestrali sono quelle di aprile 2016) balza subito agli occhi l’enorme differenza di prezzo tra la pietra acquistata in banca e quella acquistata presso un produttore o un gioielliere. Le banche operano i prezzi più alti, tenendo fede al trimestrale pubblicato sul Sole24Ore. Il mercato – passando ai campi successivi, ingrosso e dettaglio – è affetto da molte variabili che fanno oscillare il costo verso il basso. Costo che si rialza – ma che comunque non arriva mai ai livelli di quelli praticati in banca – in gioielleria, dovuto, in modo del tutto fisiologico, ai costi di gestioni della filiera.

Se si ha bisogno di liquidità e si vuole disinvestire?

Questo è un altro tassello importante del puzzle: la prima cosa che si sentirà dire chi vuole investire in diamanti è che si tratta di una scelta che ha valore soprattutto nel lungo termine. In primo luogo, perché le commissioni dell’intermediario della banca sono significative e si riducono solo con il passare degli anni. La seconda affermazione è che si tratta di un investimento mai perdente: il prezzo si è mantenuto finora sempre in crescita, ma è anche vero che non è automatico un rendimento reale positivo che copra cioè dall’inflazione.

Bisogna peraltro valutare a chi vendere (perché le spese accessorie dei singoli canali possono modificare il margine di profitto) e come calcolare il valore della pietra. Le banche, come recita una voce inserita nel modulo d’ordine (vedi pagina seguente), offrono solitamente un tentativo di “ricollocamento”, che viene garantito entro 30 giorni dalla richiesta. Premessa: l’Iva, corrisposta al momento dell’acquisto, non si recupera al momento della vendita. E il 22% è una percentuale di tutto rispetto, che nel calcolo del prezzo di rivendita ha il suo peso. Ma questo è connesso alla natura del bene e dell’acquirente, perciò andiamo avanti: come funziona esattamente?

Prima ipotesi: Il consumatore vuole ricollocarlo tramite banca. Fa un ordine di rivendita; l’intermediario ritira la pietra e la reinserisce nel database di riferimento con dati e caratteristiche. Al primo ordine corrispondente (in media ci vuole qualche giorno, ad ogni modo è garantito entro un mese) l’intermediario provvede a ricollocare la pietra. Il sistema senza dubbio regge, come infatti attualmente regge, fin quando domanda e offerta si mantengono in equilibrio o, al massimo, se la domanda è superiore all’offerta. E se l’offerta è superiore? Se i diamanti in rivendita sono più numerosi delle nuove richieste? Non si rischia una “bolla” che ricorda quella immobiliare?

INTERMARKET Ord.Acq. print

Seconda ipotesi: lo compro il diamante in banca ma provo a rivenderlo altrove. In gioielleria, per esempio. La valutazione di acquisto offerta dal gioielliere sarà di gran lunga inferiore, toccando cali fino al 60% (basta osservare nuovamente la nostra tabella*) e non perché mi ritrovi di fronte a un operatore disonesto, ma perché, a quella cifra iniziale, bisognerà sottrarre il 22% di Iva, il sovraccarico operato a monte dal sistema bancario e il giusto margine del gioielliere. Quando, a questo punto, ci sarà offerta una cifra inferiore al nostro esborso iniziale, non ci sentiremo come se il gioielliere lo stesse svalutando? Così perdono tutti: il risparmiatore, che si ritrova con meno di metà del suo investimento, incappando in un metaforico bagno di sangue, ma perde anche il gioielliere, che non solo ha già smarrito una fetta di clientela a vantaggio delle banche, ma si ritroverà anche (ingiustamente) con la fiducia del consumatore fatta a pezzi.

Infine, negli ultimi tempi si legge sempre più spesso sui quotidiani economici che i produttori di diamanti tendono a ridurre l’offerta di prodotto sul mercato per difendere i profitti a fronte di un calo dei prezzi del grezzo, dovuto a sua volta, al rallentamento della domanda (in particolare di quella cinese). Il pericolo è che i consumatori possano leggere in questa momentanea contrazione del valore del diamante un rischio per il loro investimento e affrettarsi a ricollocare le pietre acquistate. Così, il mercato – da quanto emerso, l’unico vero ago della bilancia per i diamanti – si troverebbe affogato da un picco dell’offerta e un crollo della domanda. E a quel punto cosa succederebbe? Il sistema bancario riuscirebbe a garantire il ricollocamento a tutti i risparmiatori?

Inoltre (in uno scenario in continua evoluzione), bisogna considerare che peso avrà il diamante sintetico, che, con l’avanzare rapido della tecnologia e il progressivo esaurimento di quelli naturali, è destinato a erodere nicchie di mercato sempre più ampie.

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come investire nei diamanti

Il settore del diamante da investimento è quello gestito dal sistema bancario: altrove, si tratta di una vendita di gioielli camuffata”. È precisa la posizione di Maurizio Sacchi, fondatore e oggi Amministratore delegato di Diamond Private Investment, società di intermediazione punto di incontro tra la domanda e l’offerta dell’investimento in diamanti. Cioè tra le banche (Intesa Sanpaolo, Monte Paschi di Siena, Bpm, tanto per citarne qualcuna) e i risparmiatori.

Tecnicamente, cosa fa la DPI?

“Compriamo diamanti per conto dei clienti – spiega Sacchi – nelle principali Borse diamanti del mondo: Anversa, Mumbai, Tel Aviv e New York. Sono tutte pietre certificate dai due istituti riconosciuti Hrd e Gia, diamanti top di gamma per caratura, purezza, taglio. Parliamo di un prodotto finanziario sostanzialmente nuovo, che sta sostituendo l’immobile e rispetto al quale la DPI detiene circa il 70% del mercato italiano“.

In banca è possibile trovare qualsiasi tipo di diamante?

“Le pietre vanno da 0,50 kt a 1 kt, con valori a partire dai 3.800 euro. Non c’è una durata minima dell’investimento ma è ovvio che è una scelta che ha senso nel lungo termine. Le banche sono le uniche a dare garanzia di rivendita, che viene valutata con gli stessi listini di riferimento (cioè quella pubblicata da 40 anni da Il Sole 24 Ore, espressa in euro iva inclusa) meno la commissione di rivendita. Ad ogni modo, è un bene che si può ricollocare anche in tempi brevi, cioè 30 giorni, se si ha la necessità di disinvestire”.

Qual è la fotografia del fenomeno in Italia?

“Nel nostro paese ci sono circa 17mila sportelli bancari che offrono il servizio di investimento sui diamanti. Negli ultimi 3 anni contiamo 35mila clienti che hanno investito in diamanti per una media di 20mila euro. Naturalmente, come per tutti gli altri asset, il suggerimento è sempre quello di non investire più del 5 % del patrimonio: al momento della firma del contratto si dovrà autocertificare che l’investimento non è parte predominante del patrimonio. I dati, comunque, ci parlano di una crescente democratizzazione del fenomeno che è anche molto trasversale dal punto di vista geografico: si registrano buoni numeri a Roma, come in Emilia Romagna e anche in Sicilia”.

E i diamanti sintetici?

“Dal punto di vista dell’investimento non hanno alcuna rilevanza. Sono un fenomeno che riguarda più le pietre da gioielleria. Per ora, i progetti di espansione della DPI riguardano soltanto quella geografica: ci stiamo proiettando all’estero per portare questo innovativo servizio di intermediazione anche in altri paesi europei”.

In sintesi, quali sono i vantaggi?

“Tasse zero, liquidabilità immediata dei diamanti e rivalutazione intorno al 3% annuo. Un mercato di nicchia, regolamentato da Banca d’Italia, più che sicuro di questi tempi”.

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come investire nei diamanti
A fronte di un mercato di diamanti da investimento in crescita, anche le gioiellerie hanno registrato un aumento della domanda di questo bene?

“Non dispongo di numeri certi – e tantomeno certificati – a livello nazionale circa eventuali variazioni vuoi in negativo vuoi in positivo. L’andamento, sia per quanto riguarda gioielli con diamanti sia diamanti sciolti, si mantiene sempre su buoni livelli essendo considerate le gemme “forever””.

Quali possono essere le cause dell’anomalia per cui, per l’acquisto di diamanti, il consumatore si è spostato dalla gioielleria alla banca? È un fenomeno dovuto principalmente a una buona politica marketing degli istituti di credito o si ravvisa anche una responsabilità del dettaglio orafo?

“In un periodo in cui qualunque tipo di investimento è soggetto a variabili repentine e spesso consistenti, ritengo che la massiccia comunicazione degli istituti bancari, che accomuna i diamanti all’oro nella categoria dei beni rifugio, sia arrivata nel momento giusto e abbia avuto molta influenza sulle decisioni del consumatore. Anche se in linea di massima le notizie vengono fornite in maniera abbastanza adeguata, ci sono aspetti non evidenziati in forma completa e puntuale. Il rischio per l’acquirente è poi di trovarsi di fronte a sorprese non proprio gradevoli o a qualche delusione”.

In qualità di presidente di Federpreziosi, ha previsto con la sua base associativa iniziative per gestire il fenomeno? Come si recupera il terreno perduto?

“La base associativa di Federpreziosi è costituita da professionisti preparati, che il cliente può considerare più consulenti che semplici commercianti. Il gioielliere è in grado di gestire il fenomeno nel contatto diretto, chiarendo dubbi, fornendo consulenze e consigli personalizzati. Dobbiamo tuttavia impegnarci per ribadire questa competenza e sollecitare il consumatore a rivolgersi a noi, a superare la barriera di quelle porte blindate che appaiono un po’ scoraggianti, ma alle quali non possiamo rinunciare per ovvi motivi di sicurezza. Forse siamo un po’ in ritardo, ma a breve si vedrà l’avvio di un’interessante comunicazione”.

Esiste l’ipotesi che chi abbia investito in diamanti tramite banca e secondo i suoi prezzi scelga altri canali per rivenderli. Come il gioielliere potrà spiegare al consumatore l’offerta di un prezzo nettamente più basso a volte di oltre il 60 per cento?

“Se, come ho accennato, le informazioni sui diamanti cosiddetti da investimento fossero complete e puntuali, e il costo di acquisto più vicino a quello reale di mercato, non avremmo necessità di spiegare alcunché”.

Quale influenza si prevede abbiano, con l’evolversi delle tecnologie, i diamanti sintetici che si affacciano con sempre maggiore frequenza sul mercato della gioielleria montata?

“È un fenomeno che va preso in serissima considerazione e la sua influenza può essere molto significativa. In questo campo, ci stiamo muovendo con tempestività, ma, come è ovvio, non da soli. Con l’Istituto Gemmologico Italiano stiamo “battendo il terreno” in maniera capillare ed è già in avanzata fase di svolgimento il programma di incontri tecnici informativi e formativi con gli imprenditori su tutto il territorio italiano. La nostra presenza nel Board of Directors di CIBJO (la Confederazione Mondiale della Gioielleria) ci pone in un osservatorio privilegiato per valutarne l’evoluzione”.

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come investire nei diamanti

Cosa sono i “diamanti da investimento”?

“È un fenomeno commerciale tutto italiano che si svolge nelle banche da oltre 20 anni. Esse si rivolgono ai propri correntisti inducendoli a credere che esistano particolari diamanti che si rivalutano indipendentemente sia dalle variazioni del cambio €/$ sia dalle variazioni delle quotazioni del listino Rapaport. E, grazie a numerosi articoli di stampa “compiacenti” ed inserzioni pubblicitarie “ambigue” – dove si indicano i prezzi come “quotazioni” – dichiarano che questi diamanti NON sono venduti nelle gioiellerie. I prezzi, oltre ad essere 2-3 volte maggiori alla quotazione Rapaport, sono uguali in tutte le banche, alimentando nel correntista quel senso di fiducia di avere scoperto le vere quotazioni: quindi, doppio danno per i colpevoli dettaglianti italiani che, oltre ai morsi della “crisi”, si vedono scappare i clienti più facoltosi interessati ad investire che dovrebbero trovare solo in gioielleria l’interlocutore giusto”.

Perché i dettaglianti sono colpevoli di questa situazione?

“La maggior parte dei venditori ha tenuto nascosto il processo di formazione del prezzo di vendita di un diamante per guadagnare di più ed hanno raccontato di tutto al momento della vendita. Risultato: molti possessori di diamanti sono rimasti delusi quando si sono rivolti alle gioiellerie per vendere il proprio diamante che credevano valesse una fortuna, rovinando la reputazione propria e, ancor di più, quella del diamante. Esiste senz’altro la possibilità di investire anche in diamanti, ma bisogna sapere di cosa si parla”.

In che senso si può “investire in diamanti”?

“Esaminando le quotazioni storiche di tante categorie di diamanti si possono trovare diverse sorprese. Le categorie di medio-bassa qualità hanno moltiplicato il proprio valore e, viceversa, alcune categorie di elevata qualità sono crollate. Ma, salvando alcuni degni operatori al dettaglio, che operano con competenza e professionalità, esistono anche realtà dove il gioielliere non ha la formazione adatta per valutare correttamente una pietra, come vuole che in quel negozio si possa combattere la concorrenza di internet ed anche l’astuzia delle banche?”

Come invertire il trend?

“Sono molto pessimista. I mancati investimenti in formazione e cultura specifica, il passaggio generazionale spesso fallimentare ed una assenza totale di senso di appartenenza ad un mondo così esclusivo, hanno compromesso il mercato italiano. I clienti più facoltosi preferiscono rivolgersi alle grandi griffe internazionali, pur sapendo di spendere qualcosa in più, ma sicuri di essere gratificati da un’esperienza di vendita (e post-vendita) positiva e ricca di contenuti che i piccoli gioiellieri al dettaglio italiani non sanno più offrire. Inoltre, il lavoro delle associazioni di categorie, svolto sul territorio nel corso di questi anni, non è riuscito a contrastare le politiche commerciali e di marketing del sistema bancario e le proposte innovative della rete”.

Perché cita ancora internet?

“Quando sono entrato a far parte della Borsa ad Anversa, mi sono subito reso conto che le più grandi taglierie vendevano online direttamente al pubblico, agli stessi prezzi a cui acquistavo io! Da anni esistono siti internet di società (anche quotate in borsa, quindi controllate e sicure) che vendono diamanti al prezzo del listino Rapaport e, talvolta, anche al di sotto della quotazione del listino con IVA e trasporto assicurato inclusi. Bisogna rendersi conto che il profitto sui diamanti al dettaglio non si ottiene più con i vecchi sistemi, ma operando con trasparenza, competenza e professionalità: non siamo più noi a scegliere, ma dobbiamo adeguarci alla nuova domanda!”.

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produzione diamanti sintetici

La lunga corsa verso la produzione commerciale dei diamanti sintetici

La ricerca scientifica ha fatto registrare a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso un gran numero di tentativi riusciti di sintetizzare il diamante nelle sue caratteristiche fisiche e chimiche. Lo sforzo si motiva con esigenze di vari settori industriali quali quelli degli abrasivi, l’alta tecnologia aerospaziale, l’informatica. Le applicazioni in gioielleria sono rare fino ad una decina di anni fa a causa principalmente dei costi di produzione alquanto elevati e della difficoltà di ottenere qualità e purezza richiesta dal mercato. Il metodo classico di produzione èdenominato HPHT (High Pressure High Temperature) e riproduce in presse speciali e grazie ad agenti catalizzatori l’ambiente in cui si genera in natura il cristallo di diamante. A questo più recentemente si è affiancato il metodo CVD (Chemical Vapour Deposition), tecnica che sviluppa i cristalli per deposizione chimica del vapore. La procedura usata è semplice. Si inserisce in un macchinario adatto a sostenere elevate pressioni un seme di diamante dalle dimensioni irrisorie (può essere anche di diamante sintetico). Si aggiunge del carbonio proveniente da grafite portata alla temperatura di 1500 gradi. Un catalizzatore condensa il liquido di grafite sul seme di diamante ad una pressione di 65.000 atmosfere per alcuni giorni. Gli atomi di carbonio della grafite liquida hanno così il tempo di avvicinarsi e solidificarsi attorno al seme di diamante, dando infine origine ad un cristallo più grande. Il diamante ottenuto con queste procedure è sempre di tipo IIA (privo di azoto) e presenta in genere una colorazione cha va dal giallo al marrone che può essere migliorata sottoponendolo ad un ulteriore trattamento secondo il metodo HTHP“.

produzione diamanti sintetici produzione diamanti sintetici

I diamanti sintetici incolori irrompono sul mercato delle gemme

Si deve soprattutto a Pure Grown Diamonds (precedentemente denominata Gemesis) l’introduzione massiccia di diamanti incolori sul mercato. Fondata nel 1996 in Florida questa azienda ha superato momenti di difficoltà finanziaria per rilanciarsi nel 2012 con un nuova proprietà indiana (Jatin Mehta, ex Su-Raj Co., un colosso del commercio dei diamanti naturali). Il decollo avviene grazie al lancio di una piattaforma web che consente l’acquisto diretto di gemme e gioielleria con diamanti sintetici alla quale contribuisce una strategia di marketing tutta incisivamente incentrata sulla chiave etica. Il pubblico statunitense è ormai pienamente sensibile alle richieste d’ecosostenibilità. Produrre in laboratorio consente, nelle campagne promozionali dei sintetici, di risparmiare ferite ambientali al sottosuolo di paesi africani remoti e in preda a conflitti fratricidi. I dati mostrano una foto chiara con le frecce al ribasso: i diamanti grezzi naturali precipitano in sette anni da 176 a 133 milioni di carati, mentre i sintetici salgono a 135.000 carati. Lo scenario futuro consoliderà la tendenza all’utilizzo crescente del materiale sintetico tanto per usi industriali che in gioielleria“.

Ma quanto costano e quanto costeranno in futuro?

I diamanti sintetici incolori nelle qualità più richieste si situano per il consumatore in una fascia di risparmio di circa il 30% rispetto agli omologhi estratti dal sottosuolo.

produzione diamanti sintetici

Ciò dipende in buona parte dai costi di produzione ma anche dal tentativo di non scostarsi troppo dal valore di riferimento di un bene considerato da sempre un investimento stabile e ben governato. Ha fatto scalpore che l’attore Leonardo Di Caprio da qualche mese ha investito nella creazione di un nuovo brand di produzione, Diamond Foundry, rigiocandosi la carta vincente che aveva decretato il successo del suo film Blood Diamonds, un atto di accusa contro il commercio illegale che finanzia guerre civili. Il noto osservatore e creatore del listino omonimo, Martin Rapaport non ha esitato a criticare la mossa mediatica della star di Hollywood che a suo giudizio appare incauta. Infatti eticamente non sembra opportuno intaccare quel 60% del valore di diamanti naturali che fa girare le economie dei paesi africani che in larga misura sono dipendenti dalla risorsa preziosa. L’estrazione alimenta milioni di posti di lavoro anche di piccoli minatori. Sulla stessa linea si ritrova la maggioranza degli operatori che non ha eretto barricate contro i diamanti sintetici, considerati ormai una realtà del mercato, ma alla condizione che l’offerta li distingua correttamente da quelli naturali. Semmai c’è da considerarne la tenuta del valore nel tempo che non può essere garantita solo da un richiamo assai discutibile all’eticità. Le proiezioni delle quote di produzione sostenute dalla domanda poderosa del comparto industriale fanno prevedere con tutta certezza che i costi dei diamanti sintetici caleranno sostanziosamente nel futuro. È sempre stato così per tutti i simulanti precedenti: sarà la relativa scarsità delle gemme estratte dal sottosuolo a continuare a garantirne la consistenza delle quotazioni“.


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BOX: le Quotazioni

Il Rapaport Diamond Report è il listino di riferimento per i diamanti, indicato con valuta in Dollari senza decimali (valore da moltiplicare per 100). Pur essendo quello più utilizzato, non è un listino ufficiale (come invece esiste per l’oro), quanto piuttosto una guida indicativa. Martin Rapaport, laureato GIA e membro del World Diamond Council, ne è stato l’inventore, a partire dal 1978.

Da allora si è diffuso molto, sia negli Stati Uniti sia nel resto del mondo e dai primi anni 2000 è affiancato da un sistema concorrente, chiamato “IDEX online”. IDEX – International Diamond Exchange, pubblicato ininterrottamente dal 2004 – è una piattaforma di trading online per i commercianti di diamanti professionali situati nelle principali città di diamanti come Anversa, Mumbai, Ramat Gan e New York“.


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BOX: Federpreziosi. Una campagna informativa per i consumatori

Federpreziosi Confcommercio, la Federazione dei gioiellieri italiani sulla questione dei diamanti- lancia una campagna informativa mirata. Nelle vetrine dei punti vendita italiani comparirà infatti l’invito ad affidarsi ad un esperto per saperne di più.

come investire nei diamanti

Dalle ricerche condotte nell’ultimo biennio dal sindacato di categoria risulta che, malgrado siano profondamente mutati comportamenti e stili di acquisto, il negozio del gioielliere rimane luogo privilegiato per gli acquisti di preziosi. Ma a questo punto, ora che la materia si è fatta più complessa e articolata, è importante ribadire il ruolo e la competenza di quella figura professionale che si è formata, si è “specializzata” e ha gli strumenti per essere costantemente aggiornata.

come investire nei diamantiPer i clienti, l’appuntamento è dunque in gioielleria. Per gli operatori, invece, a VicenzaOro September, quando si svolgerà il convegno “Trasparente come un diamante – Fascino e Business””.


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Sintesi finale: “Diamanti da investimento, dubbi e scarsa informazione”

VANTAGGI

– Sono un bene in fase di esaurimento.

– Sono esenti dalle tasse di successione e di capital gain, anche se all’atto di acquisto si paga l’Iva, che alla rivendita non viene recuperata.

– Sono un investimento anonimo, permettono quindi un alto grado di segretezza finanziaria.

– Essendo di piccole dimensioni, sono facilmente trasportabili.

– Non sono danneggiabili, neanche da un evento naturale.

– Sono accettati e scambiati in ogni paese del mondo.

 

SVANTAGGI

– La liquidità è molto scarsa

– Non c’è l’obbligo di riacquisto per le società che vendono diamanti

– I diamanti sono commercializzati in dollari per cui sussiste il rischio cambio.

– I diamanti non forniscono alcun interesse periodico per cui l’unico eventuale rendimento è necessariamente in funzione della differenza tra il prezzo di acquisto e quello di rivendita.

– Non garantiscono un rendimento reale positivo, ossia non garantiscono un rendimento che copra dall’inflazione e permetta di conservare il potere di acquisto.

– Essendo beni al portatore, se vengono rubati è praticamente impossibile ritrovarli.

– È difficile valutarne il prezzo e il valore in modo oggettivo


 


2 commenti

  1. Roberto Giansanti says:

    Il diamante è un bene che ha subito degli svantaggi se acquistato prima del 1970 a causa del tipo di taglio che prevedeva una piccola tavola.al posto dell’apice. Anche i diamanti taglio a.brillante.sino al 1980 avevano una corona bassa10/11%. Solo dopo il 1990 il taglio diventa attuale. Oggi vengono tagliate pietre ex-ex-ex. Occho alla fluorescenza perché Strong non si vendono. Ancora al disotto del carato chiedono pietre bianche,pure a.basso costo!!!! L’informazione deve chiarire quanto piccole e poco visibili sono le inclusioni fino a VS2. Per il colore sono tutte G/F quasi quasi il colore H cioè BIANCO non lo vogliono più. Pietre G color fino a Vs1 sono molto commerciali e.si puo’ vendere il così detto DIAMANTE CHE CRESCE. Il cambio non sara’ un problema per il negozipante che potra’ rivendere i diamanti di ritorno. Le Banche , grazie a Dio , non forniscono montature. ISCRIZIONE LASER+GEMPRINT e qualsiasi diamante può essere montato senza dubbi di scambip truffaldini.


  2. Bellissima inchiesta!!! Problema: chi leggerà queste pagine? Gli investitori che in questo momento acquistano diamanti in banca nei 17.000 sportelli italiani, non potranno avere queste informazioni e quindi non potranno fare scelte consapevoli. Bisognerebbe trovare la strategia giusta per fare in modo di diffondere ad un pubblico vasto queste informazioni preziose.


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