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INCHIESTA – Gioiellieri: “Non siamo carne da macello”

A pochi giorni dall’ennesimo episodio di rapina, a Pisa, la categoria lancia ancora una volta l’allarme sicurezza. Aquilino (Federpreziosi): “Inasprire le pene e garantirne la certezza”

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Si riaccende il dibattito sulla sicurezza dopo l’ennesimo episodio di rapina che, martedì 13 giugno, ha visto protagonista un gioielliere di Pisa che, preso di mira dai malviventi e sotto minaccia, ha sparato – con un’arma regolarmente detenuta – e ucciso uno dei due rapinatori che aveva fatto irruzione nel suo negozio. Il commerciante era già stato vittima, più volte, di episodi criminosi, tra cui il più grave nel 1999, quando fu accoltellato e finì in prognosi riservata. Il tema è sempre caldo, perché è a rischio la sicurezza di tutti: lo scorso novembre l’emergenza sicurezza è stata al centro di un convegno organizzato da Federpreziosi Confcommercio in collaborazione con Federpreziosi Bologna durante il quale sono stati presentati i risultati della ricerca “Benessere e soddisfazione lavorativa nell’esercizio della professione del gioielliere”, promossa con il Dipartimento “Brain and Behaviorial Sciences dell’Università degli Studi di Pavia.

Il principale dato emerso da quella ricerca è l’eccezionale resilienza della categoria, la capacità di reagire sia fisicamente che psicologicamente alle conseguenze della violenza subita. Malgrado il forte senso di disagio – specie in chi è stato vittima di episodi criminosi – la categoria continua a reagire in maniera positiva e con un grande senso di coesione e di collaborazione. Ma la lista di fatti di cronaca che vedono rapine finite nel sangue purtroppo è lunga: tra quelle che hanno visto i commercianti cadere sotto i colpi dei delinquenti, basti ricordare, nel 1999, il caso di Ezio Bartocci, gioielliere ucciso nel 1999 nel suo negozio alla periferia di Milano; o quello di Giancarlo Nocchia, orafo titolare di una bottega in Via dei Gracchi a Roma, soltanto due anni fa. Ancora più lunga la lista di gioiellieri feriti, come accaduto lo scorso febbraio a Rimini al titolare della gioielleria Tentoni Andrea.

Oggi, il gioielliere di Pisa è indagato per omicidio. Nel racconto fatto agli investigatori, ha raccontato di aver reagito per difendere la moglie sotto minaccia e contro la quale uno dei due rapinatori aveva sparato un colpo di pistola, per fortuna andato a vuoto. “L’iscrizione del gioielliere nel registro degli indagati è un atto dovuto per avere il massimo delle garanzie possibili”, fa sapere la Procura, che procederà alla valutazione della sussistenza dei presupposti per l’applicazione della “scriminante” della legittima difesa.


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Giuseppe Aquilino

“Cultura della prevenzione e maggiore coinvolgimento delle Istituzioni – afferma il presidente di Federpreziosi Confcommercio Giuseppe Aquilino, che a nome della Federazione ha espresso solidarietà e appoggio al gioielliere e alla sua famiglia – sono una priorità per salvaguardare il nostro lavoro, frutto di una vita di sacrifici, e per evitare le tanto, temute ma troppo spesso inevitabili, reazioni frutto di disperazione come nel caso del collega Ferretti. Siamo riconoscenti alle Forze dell’Ordine, alle quali va il nostro apprezzamento per l’impegno costante sul territorio, ma mi preme evidenziare che per non vanificare il loro lavoro è necessario, come ho più volte sottolineato, inasprire le pene e garantirne la certezza”.

Una categoria sotto tiro, quella dei gioiellieri, che negli ultimi anni hanno reagito in molti modi: secondo i dati della ricerca che dal 2007 viene condotta da Confcommercio – GFK Eurisko sui fenomeni criminali quattro imprenditori su cinque hanno adottato almeno una misura di sicurezza per proteggersi dalla criminalità. I sistemi utilizzati sono: vigilanza privata 61,9%, allarmi 97,4%, telecamere a circuito chiuso 97,4%, telecamere collegate con la centrale 40,8%, illuminazione 86,6%, serramenti blindati 92,1. Negli ultimi due anni, inoltre, si sono diffuse reti di comunicazione tramite Whatsapp – in alcuni casi collegata con le Forze dell’ordine – per segnalare persone sospette o episodi dubbi. Dal Friuli Venezia Giulia, con l’Associazione Orafi di Udine guidata da Cristina Antonutti al gruppo degli orafi aretini presieduto da Roberto Duranti fino a Genova, con l’Associazione Gioiellieri Orafi Argentieri Orologiai provinciale. Da Salerno a Milano, da Bari a Ragusa, le rappresentanze della categoria hanno ormai avviato stretti rapporti di collaborazione con le autorità locali per potenziare ed accelerare le iniziative volte alla prevenzione e alla tutela sfruttando le potenzialità delle tecnologie di comunicazione più attuali secondo le modalità che meglio rispondano alle differenti problematicità delle specifiche aree.

Molte delle associazioni territoriali aderenti a Federpreziosi hanno fatto sentire la propria voce in questi anni: oltre a Federpreziosi Bologna, anche il Sindacato Orafi Confcommercio di Verona, che nel maggio 2016 ha raccontato all’allora ministro dell’Interno Alfano e in tv la paura con cui la categoria è costretta a convivere quotidianamente; o ancora l’allerta lanciata dal presidente di Federpreziosi-Confcommercio Rimini, Onelio Banchetti, soltanto pochi mesi fa.


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LE STORIE

Rapine, furti con destrezza, aggressioni: la categoria dei gioiellieri è tra quelle più esposte alla furia dei criminali. Le storie sono tutte diverse, da chi di fronte all’ennesimo atto di violenza ha preferito abbandonare l’attività a chi invece prova a resistere, pur nella paura. Preziosa magazine ha raccolto alcune storie, per comprendere cosa resta dopo aver subito un’aggressione nel proprio negozio.


Palermo: “Non siamo killer, siamo soltanto gioiellieri”

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Francesco Palermo

“Chi è vittima di violente aggressioni nel proprio negozio subisce un trauma da cui è difficile riprendersi – racconta Francesco Palermo, presidente e amministratore delegato della Samarcanda S.p.A., che conta circa 35 negozi in Emilia Romagna -. Io ne ho subite personalmente molti anni addietro, ora che amministro la società cerco di istruire i miei 250 dipendenti ad alzare le mani e non reagire, devono essere le forze dell’ordine a intervenire, non spetta a noi. L’ultimo episodio, uno dei più gravi, che ci ha riguardato da vicino è accaduto nell’ottobre 2015: una banda di persone, credo dei professionisti, è entrata in uno dei punti vendita all’interno di una galleria lanciando bombe incendiarie e fumogeni. Quattro cinque persone si sono introdotte nel negozio distruggendo le vetrine con mazze ferrate e hanno afferrato parecchia merce. Finché si tratta solo di ammanchi di roba, non possiamo definirli episodi drammatici: il danno economico è duro da affrontare, ma non genera il panico che provoca vedersi rapinare a mano armata. Questo crea strascichi psicologi notevoli: alcuni dei miei dipendenti hanno avuto bisogno di assistenza prima di riprendere a lavorare dopo un episodio di violenza. Quando ho subito rapine mentre ero a bordo di portavalori, mi ripromettevo ogni volta di reagire, magari di sparare, ma la verità è che noi cerchiamo solo di fare il nostro lavoro. Il collega di Pisa ha avuto sfortuna e si porterà dietro questo trame terribile per tutta la vita: aver ucciso un uomo è già di per sé una condanna, uno choc terribile per una persona perbene. Io credo che parlare di “atto dovuto” quando si decide di indagare chi si è difeso è una tutela più per la magistratura che non per la categoria. A freddo, dietro una scrivania, è difficile capire cosa ti passa per la testa mentre la tua vita, quella della tua famiglia e la tua attività sono in pericolo e mentre qualcuno ti punta un’arma contro e ti minaccia gridando. Esprimo solidarietà nei confronti del collega di Pisa: se uno Stato c’è, ora deve preoccuparsi di assisterlo e stargli vicino. Probabilmente già sta accadendo, ma ad ogni modo preme a tutti noi ricordare che non siamo killer, ma soltanto gioiellieri”.


Addati: “Alla settima rapina mi sono arreso e ho chiuso”

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Vincenzo Addati

“Io non ce l’ho fatta più. Dopo la settima rapina, mi sono arreso e ho chiuso l’attività”. A parlare è Vincenzo Addati, fino al 2015 titolare di una gioielleria sul corso principale di Pozzuoli, cittadina in provincia di Napoli. Oggi opera in tutt’altro settore, dopo aver chiuso un negozio che era stato di suo nonno prima e di suo padre poi. La maggior parte dei colpi subiti sono stati violenti e a opera di professionisti. L’ultima rapina è datata 28 agosto 2014 e questa data è impressa nella memoria di Addati. “Nel negozio è entrato prima un giovane, che aveva un complice all’esterno – racconta – ed è nata subito una colluttazione. Io sono stato colpito più volte in testa con il calcio della pistola. Ho fatto l’errore di sbloccare le porte con le chiavi addosso, così anche l’altro ha cercato di entrare. Mi sono fermato nell’intercapedine tra le due porte e ho continuato a ricevere colpi in testa. I due, sporchi di sangue, sono scappati. Una guardia giurata è salita a bordo di un motorino e, poi coadiuvata da carabinieri e polizia, è riuscita a fermare i due. Io sono stato trasportato in ospedale con un’ambulanza e ho avuto anche parecchi punti di sutura (a destra, un’immagine scattata poco dopo la rapina). Quando sono stato meglio, sono stato convocato per il riconoscimento dei due rapinatori, che sono stati arrestati. Sono tornato al lavoro molto provato psicologicamente, e non è stato facile. Ma la molla interiore di lasciare mi è scattata quando pochi mesi dopo, i primi di dicembre, ho saputo che i due erano stati rilasciati. Vengo convocato in tribunale e a gennaio mi presento davanti al magistrato che mi chiede il motivo della mia presenza. Volevo costituirmi parte civile, ma fu lo stesso giudice a sconsigliarmelo. “Spende soldi per pagare un avvocato ma non otterrà niente, questi ragazzi non hanno nulla su cui possa rivalersi”. Ha vinto lo sconforto, così pochi mesi dopo ho chiuso. Non sono pentito: ora sono più sereno, non vivo nel terrore e posso tornare a casa da mia moglie e mia figlia senza la paura che avevo prima”. Quando ha subito la rapina era armato? “No, avevo solo un porto d’armi sportivo – risponde -. Se ne avessi uno da difesa, forse avrei sparato. Non so come sarebbe andata a finire”.


Zocchio: “Non lascio ma lavoriamo con una spada di Damocle sulla testa” 

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La gioielleria Valentino Oro dopo la rapina

Quella che nel novembre 2012 colpì la gioielleria Valentino Oro di Milano, in piazzale Corvetto, fu particolarmente cruenta. Dieci persone, tra cui anche una donna – poi rivelatesi sudamericane: furono arrestate mesi dopo – armate di asce e mazze fanno irruzione nel negozio distruggendo tutto, davanti al titolare dell’attività, sua moglie, due commesse e diversi clienti. Una telecamera di sicurezza riprende la furia dei malviventi. “Già pochi mesi prima, a giugno, avevamo subito una rapina particolarmente violenta – racconta Valentino Zocchio, titolare della gioielleria che oggi gestisce insieme al figlio -. Il mio negozio ha tutta la merce in vista, protetta da vetri antisfondamento, ma volutamente visibile. Sono entrati d’improvviso molte persone a volto scoperto e armate di grosse mazze che hanno iniziato a colpire e a distruggere tutte le teche. In quei primi centesimi di secondo non ho avuto dubbi: ho sparato due colpi, senza mirare direttamente ai rapinatori che non avevano né pistole né fucili, e quello raggiunto più da vicino dai colpi ha gridato “Fuego! Fuego!”. Sono scappati tutti via, hanno anche perso parte della refurtiva lungo il tragitto: parecchi elementi hanno poi dimostrato che non si trattava di professionisti, che quella era la loro prima rapina “importante”. Prima di allontanarsi, però, hanno tagliato le ruote ad alcune auto parcheggiate, quella di una nostra dipendente e quella del marito di una cliente che era in negozio. Spiegare la mia reazione non è semplice: la prima, quella più istintiva, è sempre più violenta, poi per fortuna io ho avuto modo di rendermi conto che mirare ai rapinatori, nel caso specifico, non era necessario: sono sempre degli uomini. Diverso è se avessero minacciato me o qualcuno dei presenti puntandoci un’arma contro: in quel caso, forse, avrei agito come il collega di Pisa. Va anche detto che, quando mesi dopo sono stati arrestati, io non sono stato informato di nulla, neanche del processo. Forse se mi fossi costituito parte civile avrebbero rischiato una condanna più pesante, ad ogni modo… non ho potuto farlo, perché non sono stato informato”. Quanto è stato difficile tornare a lavorare dopo aver riparato i danni? “Viviamo sempre nel terrore. Dopo quell’ultimo episodio l’assicurazione mi ha obbligato a mettere la cosiddetta ‘bussola’, come quelle che ci sono in banca, che funziona, dal momento che da allora non abbiamo avuto altri episodi. Però ci sentiamo al sicuro solo all’interno. Quando usciamo la sera, abbiamo uno schema preciso per uscire dal negozio facendo grande attenzione: non usciamo mai in meno di due persone insieme”. Ha mai pensato di lasciare? “Io ormai ho più di 70 anni, non saprei cos’altro fare – spiega Zocchio -. E poi comunque penso anche a mio figlio che lavora con me. Ad ogni modo no, non ho mai pensato di lasciare. Andiamo avanti, anche se con una spada di Damocle sulla testa”.

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FOCUS Rapine, furti, danni: ecco cosa copre l’assicurazione

In caso di rapina, cosa accade dal punto di vista assicurativo? Le gioiellerie  sono tra le attività più esposte, ecco perché ci sono polizze mirate per coprire i rischi specifici. Naturalmente, ogni soluzione viene studiata in base alle singole esigenze, ma ci sono delle condizioni di base valide per tutti. “Le nostre polizze, studiate sulle peculiarità di ciascuna categoria, in questo caso coprono episodi come rapine, furti con destrezza, guasti cagionati da ladri, tentate estorsioni – spiega Sergio Esposito, consigliere di amministrazione del gruppo Assiteca, tra i più grandi broker assicurativi italiani, e responsabile della filiale di Napoli -. A questi vanno aggiunte una serie di sottogaranzie come per esempio il furto al portavalori o presso le fiere di settore. C’è la possibilità di scegliere l’opzione ‘All risks’ per coprire tutti gli eventi. Quanto alle responsabilità penali in caso di tentati omicidi, nessuna polizza può coprire la responsabilità penale. Se ad essere colpito il gioielliere, ci sarà un rimborso solo nel caso in cui abbia stipulato una apposita polizza infortuni. In caso di lesioni a terzi, il gioielliere potrebbe avvalersi di una formula che gli garantisce una tutela legale, ma sempre per l’aspetto civile. In sostanza, l’assicurazione paga l’assistenza legale”.

 

 


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