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Inchiesta – Export, diversificazione e italianità: le parole chiavi per far ripartire il settore orafo

I diretti interessati concordano sulla necessità di interagire nella specificità dei singoli mercati

Un comparto produttivo che non riprende quota sul mercato interno, malgrado i risultati altalenanti dell’ultimo quinquennio, ma che resiste sui mercati esteri. L’Italia ha visto il proprio PIL scendere vertiginosamente dal 2010 al 2012, per poi rallentare la corsa verso il basso; a fronte di un Pil della Cina, per esempio, che pur in flessione si mantiene comunque in positivo, come emerso dalla relazione di Alberto Alesina della Harvard University e IGIER Bocconi durante il Convegno organizzato dal Club degli Orafi a inizio anno.

Augusto Ungarelli, amministratore unico di Lombardi Vendorafa e presidente del Club degli Orafi

“Timidi segnali di ripresa arrivano, ma provengono per lo più dall’export – chiarisce Augusto Ungarelli, amministratore unico di Lombardi Vendorafa e presidente del Club degli Orafie quanto agli sbarramenti imposti dai dazi è impossibile intervenire a livello aziendale. Ci vogliono politiche di reciprocità che riducano le barriere al commercio. Abbiamo 8800 imprese che danno lavoro a 35mila persone: la sfida deve puntare su capacità imprenditoriali, manualità e creativià ma anche su valori etici come la tracciabilità. Ci vuole un cambiamento culturale, senza dimenticare il turismo qualificato che ci raggiunge fin qui per acquistare i nostri gioielli”.

Nel settore orafo italiano si è assistito a un preoccupante crollo nel biennio 2008-2009, con una ripresa nel 2010-2011 (variazioni percentuali tendenziali dei fatturati a prezzi correnti: 16,1 e 3,2) e un nuovo calo nel 2012. I dati analizzati da Stefania Trenti (Servizio Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo) allo stess incontro evidenziano un fatturato del comparto con il segno meno: -1,7. Il calo riguarda in particolare il mercato interno: tra gennaio e novembre -14%.

Gilberto Preda, fondatore ed amministratore dell'azienda valenzana Giloro Srl

All’estero i valori sono più che buoni: +9,5 % per i gioielli in metalli preziosi (in quantità -9%); le performance migliori sono state registrate in Emirati Arabi Uniti, Cina, Russia, Giordania e Giappone.C’è ancora molto spazio in cui interagire – dichiara Gilberto Preda, fondatore e amministratore dell’azienda valenzana Giloro Srl –: non solo i paesi in via di sviluppo ma anche quelli con economie consolidate, dove il Made in Italy è un valore indiscusso. Ma ci si arriva se l’idea è vincente: il nostro gioiello è associato alla qualità e non bastano timbri e punzoni. Occorrono maggiori investimenti in tecnologia e anche tanta formazione, perché ci vuole un cambio generazionale. Intraprendenza del singolo, dunque, ma anche supporto a livello nazionale, oltre ogni colore politico. Nel mercato interno, per fortuna, ci salvano i turisti. La voglia di ‘italianità’ c’è ancora: puntiamo su questo”.

Gino di Luca, amministratore della di Luca 1929 Spa

Crisi economica globale, dunque, che privilegia le economie emergenti e bacchetta la produzione del Belpaese. “Quella che viviamo non è soltanto una crisi economica, ma soprattutto una crisi d’identità – commenta Gino di Luca, amministratore della di Luca 1929 S.p.A., specializzata nella lavorazione del cammeo e del corallo -: se non sappiamo rispondere al consumatore con prodotti nuovi non possiamo lamentarci. I mercati esteri non sono tutti uguali: la scelta di quello più adatto va fatta in base a ciò che vendiamo.

Di certo non potremo piazzare collezioni più accessibili negli Emirati Arabi. Un forte interesse proviene sicuramente dall’Asia, ma con le nostre linee più innovative stiamo lavorando molto in Italia: questo è il segno che il mercato, anche quello interno, risponde, se dall’altra parte c’è un’idea nuova e di valore”.

Un altro dato evidenzia una produzione in miglioramento e prezzi più stabili: per la prima, un -0,7% nel periodo gennaio-novembre, con un +9,2% che viene fuori isolando i dati degli ultimi due mesi considerati (ottobre e novembre); per i prezzi, le cifre parlano di +1,9% da gennaio a novembre, +0,3 negli ultimi due mesi considerati. Malgrado questi timidi segnali, però, la fiducia delle imprese orafe è di nuovo in discesa: pesa l’ulteriore peggioramento dello scenario interno e l’aumento della concorrenza.

Sergio Cielo, fondatore e presidente di Cielo Venezia 1270 Spa

Eppure fermarsi non è la soluzione, non per Sergio Cielo, fondatore e presidente di Cielo Venezia 1270 S.p.a.: “Abbiamo sempre considerato la crisi una benedizione perché ci costringe a inventare cose nuove – spiega -. La mia filosofia è incentrata sulla positività quindi è lecito essere positivi: il gioiello d’oro incarna nel sentire comune un bene che dura nel tempo da trasmettere da una generazione all’altra. Piuttosto che un bene rifugio, i gioielli sono più un modo per ricordare le emozioni della nostra vita. Non importa quanto possano valere, è la loro storia a renderli preziosi. La nostra ricetta segreta è ascoltare il nostro angelo custode: chi compra i nostri gioielli”.

Un momento dalle obiettive difficoltà, dunque: non è però la prima crisi che gli imprenditori orafi italiani si trovano a fronteggiare e ciascuno ha le proprie strategie, eppure su una cosa sembrano essere tutti d’accordo: presentarsi sui mercati con idee davvero nuove perché nei buyer il valore dell’eccellenza legata al made in Italy, malgrado la crisi, resiste eccome.


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