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In tempo di crisi un tesoro è l’ultima cosa che immagini di trovare

Nella hall il viavai ha consumato le tessere del mosaico centrale e in alcuni punti assottigliato come saponette i gradini di marmo. Qualche usciere è andato in pensione e la targhetta sulla scrivania del direttore ha più volte cambiato nome. Tutto questo mentre, giù nell’inviolabile cavò, le materie più nobili e preziose andavano a stipare all’inverosimile una delle tante cassette di sicurezza.
Un tempo, ricchezze come queste venivano predate da ceffi monchi ed orbi che solcavano i mari in cerca di isole che neppure le carte nautiche contemplavano, uomini che sfidavano la morte con la pancia piena di rum determinati a raggiungere quel fatidico punto indicato da una grande X dove, vangata dopo vangata, avrebbero portato alla luce il tesoro.
Già, il tesoro. Una parola che avevo relegato nel mio vocabolario di bambina e che, a sorpresa, è venuta fuori a fine cena davanti ad una bavarese alla vaniglia.
Loredana posa il cucchiaino e fa una pausa come per rimettere in ordine le idee: “S’inventava mille ed uno motivi per stupirci ed ogni occasione era quella giusta. Ricordo di non aver mai ricevuto un pullover o una sciarpa, come alla mamma non ha mai regalato una borsa o un paio di scarpe, che invece adorava. I gioielli erano la sua passione e spesso li disegnava di proprio pugno, ma molti se li aggiudicava alle aste.” Si alza e va in camera da letto. Ritorna con una bella scatola di legno e quando la scopre vivo un incanto che, immagino, avrei provato nell’aprire il forziere insieme a quei pirati. Lucida con il polsino dell’abito una spilla che, spiega mostrando il retro, può essere indossata anche come pendente; una foglia di oro satinato con al lato destro una coccinella in atteggiamento di spiccare il volo, tra le ali aperte c’è un rubino color sangue di piccione di alcuni carati. “Mia madre la trovò antiquata, passé avrebbe detto, e preferì cambiarla con quel bracciale di oro bianco a maglie quadrate.” Lo indica nella foto sul tavolino del salotto. Poi mi infila al dito un anello – modernissimo per essere degli anni ’50 -, un fiore con petali di lapis che abbracciano uno smeraldo cabochon. “Papà era fatto così, comprava per il gusto di comprare e non solo per un compleanno, una promozione o un anniversario.” Stende sul tavolo un maxi laccio lungo più di un metro, fatto di striscioline di oro bianco, giallo e rosso intrecciate come a formare una cima. “E questo?” Chiedo. “Lo aveva colpito particolarmente.” “La mamma lo indossò alla mia laurea, ma a girocollo.” E agendo su due particolarissime chiusure, che le trovi solo se sai della loro esistenza, divide in due il satoire ottenendo un bracciale ed una collana. Silenzioso spettatore fino a questo momento, Mario, il marito, sente come il dovere di intervenire e lo fa con un filo di amarezza nella voce: “Siamo portati a non dare mai la giusta attenzione alle cose che meritano, ma ci lasciamo incantare da quelle cosucce imposte dalla moda che poi dimentichiamo nei cassetti.” – E prima di versarsi del Porto aggiunge- “Il più grande dono che tuo padre abbia potuto farvi è stato quello di tenerli tutti quanti, a dispetto dei vostri non mi piace.” “E a ragione.” Aggiunge turbata Loredana. “Quando mi ha contattata la banca non credevo ai miei occhi, li sapevo “barattati” con quelli scelti da mia madre e da me, e giuro, quando ho aperto la cassetta di sicurezza è stato come se qualcuno mi avesse dato una spallata tanto forte da scagliarmi indietro di trenta, quarant’anni. Ho avuto la sensazione di cogliere i profumi, i rumori, le voci della mia vecchia casa a Chiaia.
Si va avanti fino a notte inoltrata a parlare di questo tesoro nato per caso, poco per volta, e che aspetta ancora di essere stimato. In tutto abbiamo contato trentaquattro pezzi, non considerando la coppia di gemelli di cristallo di rocca che Loredana gli regalò quando andò in pensione. E non mancano chicche in argento come tre serpenti che si attorcigliano tra di loro per formare una cintura, o un portacipria in onice e osso con impressa la data 12 maggio 1927, che Loredana non sa motivare.
Mette al polso un bracciale in oro giallo su cui è incastonato un grande granato inciso con le iniziali MDM che nasconde un orologio ultrapiatto. “Che dici amore, se lo mettessi al matrimonio di Sandrina?” Ma Mario non risponde, è tutto preso da un biglietto stropicciato che ha tirato fuori dallo scrigno, sembrerebbe una lista. Adocchio un anello in oro bianco che oggi definiremmo contemporaneo, una lunga baguette che copre tutta la falange con un alternarsi di topazi e acquamarine a taglio quadrato, il cerchietto diventa un nastro che attraversa nel mezzo l’anello fino a chiudersi in cima con un nodo morbido.
Davanti a noi c’è una bellezza che è rimasta incorruttibile al passare del tempo e merita di essere protetta. Per la mia rivista sarebbe un materiale golosissimo, ma di fotografarlo non se ne parla neppure, Loredana è stata perentoria, sono quasi tutti pezzi unici e renderli pubblici equivarrebbe a violare il desiderio di suo padre di saperli esclusivi.
Per esprimere il suo amore, per rendere felici le sue donne, ed in parte anche se stesso, quest’uomo ha messo su un patrimonio che potrebbe aggiungere ancora qualche dettaglio alla storia della gioielleria della seconda metà del ‘900 perché è l’espressione di un’eccellenza che senza incertezze metteva sullo stesso piano il valore decorativo e quello materico.
Le prospetto l’idea di una mostra. Ci riflette un pò: “Perché no!” Sembra entusiasta, ma incomincia a mettere via tutto. Forse anche la mia l’idea.


4 commenti

  1. Giulio Fabbro says:

    una canzone diceva “chiedi chi erano i Bratles” per dire che col tempo anche i grandi si possono dimenticare se non c’è nessuno che li faccia ricordare. Spero che alla vera gioielleria questo non accadrà mai.
    Giulio


  2. Eleonora says:

    Bello il suo racconto per gravitare nel mondo del gioiello con un pò di distacco. Provi a convincere la sua amica, poptrebbe dirle che il suo gesto servirà alla memoria della gioielleria di ieri ed alla produzione postuma
    Nora


    • non è un racconto, cara Eleonora, ho solo riportato una serata tra amici. E le assicuro che quei gioielli sono davvero belli e di simili non ne ho mai visti. Proverò ad insistere con la mia amica. Staremo a vedere.
      Grazie


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