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In principio era l’accessorio

Si dice accessorio e si pensa d’istinto a qualcosa di secondario, aggiuntivo, non fondamentale. Ma le cose stanno diversamente, almeno nella moda. E l’atto formale di nascita della moda italiana è la sfilata fiorentina promossa il 12 febbraio del 1951 da Giovanni Battista Giorgini per i buyers americani. Normalmente si racconta che l’illustre collezionista avesse invitato solo stilisti: pochi sanno che uno dei momenti pensati per quella sfilata era dedicato a scarpe, borse, guanti.

ACCESSORI, GUCCI BORSA

L’accessorio è stato, storicamente, il primo motore delle maggiori aziende che si sarebbero poi imposte nell’abbigliamento. Si può sostenere che la moda italiana sia soprattutto radicata nell’accessorio. Da secoli: già nel Rinascimento le manifatture italiane brillavano per confezione e stile, informate dal parametro di ‘bello e ben fatto’ tipico della Penisola. Nel ‘700, poi, si impongono in tutta Europa le ‘galanterie’, pezzi pregiati dove l’attenzione per il dettaglio e la cura del particolare riscuotono consensi e confermano il primato della scuola italiana.

Un retroterra che si fa sentire nel Novecento, il secolo dell’affermazione dei principali brand. Siamo agli inizi, la Belle Epoque testimonia un periodo florido e spensierato, ancora lontano dagli orrori e la miseria delle due guerre. La rivoluzione industriale del secolo precedente ha contemporaneamente arricchito la classe media e aperto nuovi mercati: l’oggetto di lusso ormai può uscire dalle case dell’aristocrazia e dell’alta finanza, che comunque continuano a imporre le tendenze, e allargarsi a una borghesia in espansione.

C’è chi fiuta il momento e parte. Il primo mercato è, chiaramente, quello statunitense, dove gli effetti dello sviluppo economico si registrano in modo esponenziale: milioni di persone al lavoro che liberano sostanze, tempo libero, status symbol della personale affermazione. Milioni di nuovi portafogli da gratificare. Così ragionano Gucci, Prada, Ferragamo. Quest’ultimo parte per Boston come apprendista e si forma sulle scarpe ortopediche. L’acquisita conoscenza dell’anatomia del piede si rivelerà decisiva per le sue fortune.

Poi l’intuizione: Los Angeles, dove la neonata Hollywood sta diventando naturale approdo del belmondo. Il lusso passa da lì, perché non andare a domicilio? Ferragamo, infatti, vi impianta una boutique e la addobba con l’estro dei geni. Colonne e capitelli, si deve capire l’origine italiana dei suoi prodotti. Il rinvio alla classicità paga, il Made in Italy fa breccia. Un iter simile lo percorrono Trussardi con i guanti, Prada con le valigie, Gucci con le borse.

Siamo sempre là: l’accessorio prima di tutto, almeno per quanto riguarda le produzioni italiane. Un caso che fa scuola è quello di D’Annunzio, vero arbiter dell’epoca. L’autore de “Il piacere” fa mostra permanente del suo repertorio dell’effimero, dagli stivali da cavallo in pura pelle ai collari per cani in oro. Ma le camicie, pur da nazionalista qual è, le compra in Francia.

Sì, altre restano le nazioni capofila nel vestiario, ma nessuno può contare una risorsa fruttifera come la nostra. Le ragioni di un tale successo stanno nella trasversalità: gli accessori possono essere adattati sia ad abiti formali che a quelli sportivi. Inoltre, gioca l’infinita varietà delle loro declinazioni, che coniuga una sapienza ultracentenaria nella lavorazione alla capacità di riconoscere l’ultima tendenza. In questo senso, fondamentale è l’evoluzione della minuteria metallica come anello di congiunzione tra accessorio e bijoux. Che parla di un ambito piuttosto aperto alla sperimentazione: nell’Art nouveau i gioielli funzionali erano la norma.

Oggi è un settore molto vivace, con grosse aperture all’occupazione. Prova ne sia che molti direttori creativi delle aziende vengono proprio da questa scuola. Come Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli che, dopo la formazione presso l’Istituto Europeo di Design di Roma, si incontrano nel design studio di Fendi dove iniziano ad occuparsi di accessori e a testare la libertà e il gusto per la sperimentazione propri del genere. Valentino Garavani, dopo avere visto le loro creazioni, li vuole al suo fianco; dopo il 2007, in seguito alla decisione del fondatore di ritirarsi dalla scena, Chiuri e Piccioli arrivano a dirigere la celebre Maison.


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