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Il Tesoro di San Gennaro. Un patrimonio unico e irripetibile

La Mitra del Santo, un gioiello inestimabile che racchiude la magistrale sapienza artigianale, le storie e gli sviluppi di fede e di gemme


Ciro Paolillo: Grazie alla gemmologia investigativa è possibile risalire alle origini delle pietre


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Ciro Paolillo analizza il trecentesco di San Gennaro

Il Tesoro di San Gennaro narra di storie e di aneddoti che sono indissolubilmente intrecciati alla vita sociale e civile dei napoletani. Una commistione di religione, speranze, ambizioni e relazioni che hanno favorito nel corso dei secoli la formazione di un’eccezionale testimonianza storico-artistica composta da ben 21.610 capolavori.

Simbolicamente avviata nel 1304 con la committenza del busto-reliquiario del Santo (vedi box) (da parte del sovrano angioino Carlo II), la costituzione del Tesoro, uno dei più importanti e preziosi al mondo, è mano a mano accresciuta grazie al lavoro delle botteghe orafe, principalmente partenopee (circa 350 nell’Ottocento) che hanno prodotto il 90% dei suoi capolavori.

Consolidati nella prima Corporazione d’arte orafa al mondo (istituita nel 1347 dalla regina Giovanna I d’Angiò), gli artigiani napoletani seppero dimostrare il loro valore sin da subito attraverso le preziose manifatture riconosciute ben presto in tutte le corti d’Europa e del mondo. Dal cuore della città, nell’Antico Borgo Orefici, luogo deputato per la lavorazione dei metalli nobili (definitosi fisicamente nel 1683 per ordinanza del viceré spagnolo), nasce la storia di uno dei più pregiati pezzi del Tesoro, la Mitra del Santo, voluta dalla Deputazione (vedi box) nel 1712.

A Matteo Treglia, uno degli artigiani del Borgo, fu affidata la realizzazione del prezioso copricapo per il busto del Santo, una plancia in argento arricchita di pietre preziose. L’abile orafo napoletano decise di utilizzare unicamente smeraldi, diamanti e rubini sia per la loro preziosità, sia per il loro altissimo valore simbolico: gli smeraldi per sancire l’unione tra la sacralità (il colore verde) e l’eternità del potere, i diamanti rappresentano la forza della fede inscalfibile, i rubini col loro colore sono l’emblema del sangue e del martirio.


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Negli ultimi anni questo prezioso copricapo è stato oggetto di attenti studi da parte del Comitato Scientifico del Tesoro di San Gennaro (istituito nel 2011), presieduto dal professore Ciro Paolillo, campano di origine, già docente di Gemmologia all’università La Sapienza di Roma. A lui abbiamo chiesto di illustrarci le caratteristiche salienti della Mitra.

La gemmologia investigativa ha rappresentato la materia esclusiva per approcciare il Tesoro del Santo.
La definizione “investigativa” è stata da me correlata alla gemmologia per indicare quel processo di analisi delle pietre preziose a partire dalle inclusioni interne, spesso invisibili ad occhio nudo, che ci consentono di risalire alle loro origini minerarie e quindi di localizzazione, risalendo, con l’intreccio delle fonti di archivio, alle loro complicate storie, dai traffici commerciali fino agli acquisti. Posso affermare che con lo studio, la catalogazione e la certificazione delle oltre 10mila pietre del Tesoro di San Gennaro, la Gemmologia investigativa è stata applicata per la prima volta con successo.

Come sono stati effettuati gli studi su un patrimonio così blindato?
Per prima cosa, dovendo lavorare nel sorvegliatissimo caveau del Banco di Napoli, abbiamo dovuto allestire un vero e proprio laboratorio munito di microscopi sospesi a braccia metalliche che ci consentissero le analisi delle pietre incastonate sugli oggetti, Mitra compresa, che di gemme ne contiene 3692: 3326 diamanti, 198 smeraldi e 168 rubini.

Ci racconti cosa è stato scoperto di queste pietre.
Innanzitutto, è importante ricordare che in quegli anni vi era abbondanza di pietre di ogni natura, perché Napoli era un porto molto attivo per gli spagnoli e poi perché molti dei missionari, appartenenti a famiglie nobili e facoltose, ritornavano in città, dopo i loro lunghi viaggi, carichi di gioie preziose. Per la realizzazione della Mitra, anche la Deputazione mise a disposizione gemme di varia natura, che furono poi rivendute da Matteo Treglia per riacquistare nello specifico solo i diamanti, i rubini e gli smeraldi.
Negli archivi, tutti gli atti di compravendita sono ben documentati e la loro stessa cura ci racconta di quanto alto fosse il livello di perizia che dovette esserci, per rispetto al Santo e per l’altissima conoscenza gemmologica degli orafi napoletani; non è un caso, infatti, che i rubini siano tutti veri e non vi sia stata fatta alcuna “sostituzione” con spinelli che per loro stessa natura sono facilmente confondibili ad occhio nudo.

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Gli smeraldi occupano un posto di prestigio sulla Mitra, che provenienza hanno?
Sono tutti bellissimi e arrivano dalle miniere colombiane. Ne abbiamo certezza ed ho ricostruito per loro tutta la storia, affascinante e ricca di aneddoti. Arrivarono a Napoli – probabilmente – con la flotta spagnola e ne possiamo avvalorare l’ipotesi, grazie al ritrovamento nel 1985 del relitto di un antico galeone “Nuestra Señora de Atocha” affondato a largo della Florida. La nave, che stava rientrando in Spagna, trasportava un ingente tesoro di monete d’oro e d’argento. Nel prosieguo delle ricerche, nel 2011, dello stesso carico, furono rinvenuti altri beni, tra cui un anello d’oro sovrastato da un importante smeraldo che ho avuto la fortuna di analizzare e che si è rivelato essere – grazie allo studio delle inclusioni interne – appartenente alla stessa serie presente sul copricapo del Santo. Non solo, analizzando le fonti d’archivio, crediamo di essere risaliti al venditore del lotto.
Al Tesoro, infatti, appartiene una grossa spilla che teneva insieme il mantello del busto durante le processioni, fu commissionata nel 1734 sempre dalla Deputazione e fu realizzata con cinque grandi smeraldi acquistati dagli eredi di un certo Giuseppe Izzo, di cui è stato ritrovato anche il testamento nel quale chiedeva ai figli di donarli al Santo (che contrariamente alla volontà del genitore vendettero per “soli” 600 ducati, mentre il loro reale valore era di 1200). Ebbene, l’analisi di quegli smeraldi ci ha mostrato che anch’essi fanno parte della stessa serie utilizzata sulla Mitra, elemento questo, che ci fa ritenere Izzo il venditore dell’intero lotto di smeraldi. Come si può leggere in questi aneddoti, la gemmologia investigativa ci può aprire la conoscenza su mondi fino ad oggi incerti ma ricchi di storia e fondamentali per lo sviluppo e lo studio delle Arti.

Queste scoperte non fanno altro che raccontare di quanto profondo sia il legame del Tesoro con la città e di come avanzate fossero le conoscenze degli esperti artigiani napoletani.
Certamente! La stessa selezione delle pietre era meticolosa e attenta, anche i diamanti sono tutti di qualità e tutti di provenienza indiana (le famose miniere brasiliane furono scoperte solo nel 1713, quando la Mitra era già pronta). Non solo, abbiamo accertato che le maestranze che vi parteciparono lavorarono di pari passo le une accanto alle altre, ad esempio, al tagliatore era affiancato l’incastonatore che montava in quel momento la pietra in base alle esigenze del progetto e alle sue caratteristiche. E questo progetto di cooperazione fu tale, che lo stesso Matteo Treglia, umilmente incise sul copricapo “curavit” e non “fecit” com’era d’uso nelle botteghe, proprio a testimonianza di quell’armonia e professionalità che segnò nella Mitra, quella che a mio giudizio, rappresenta l’anno zero dell’oreficeria napoletana, con un capolavoro eccellente senza eguali. Mi auguro pertanto che quella vocazione di lavoro corale, possa rappresentare nuovamente oggi il punto di partenza per la riaffermazione dei primati dell’oreficeria napoletana.

Prima di concludere, vorremo un suo giudizio sul valore e sulla potenza di questo gioiello.
La Mitra costò alla Deputazione circa 20mila ducati, un prezzo che oggi equivarrebbe a circa 850mila euro, un dato economico che certamente non corrisponde al suo valore reale, costituito nell’insieme anche dalla fede, dalla devozione e dalle storie che lo hanno reso un oggetto unico ed inestimabile.


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La Deputazione della Cappella del Tesoro

Il culto di San Gennaro è strettamente connesso alle vicende della città di Napoli. Sin dal medioevo, la popolazione si rivolgeva al Santo per richiedere aiuto nei momenti di difficoltà. Il 13 gennaio 1527, molti cittadini, con tanto di atto notarile, fecero voto al Santo di erigergli una nuova cappella all’interno della quale custodirne le reliquie in cambio dei suoi favori. Dinnanzi al notaio Giovanni Francesco Ferrario si riunirono altri tre notai come testimoni degli Eletti della Città appartenenti ai sei Sedili, che nominati dal re, avevano il governo della città per competenza nei propri luoghi. Quando finalmente nel 1601 si concretizzarono i primi passaggi per l’erigenda Cappella, quegli stessi Eletti, il 5 febbraio nominarono una commissione, denominata Deputazione, composta di 12 membri laici (2 per ogni seggio cittadino – il Sedile), con il compito di promuovere, tutelare e seguire le vicende della costruzione. Dopo oltre quattro secoli, quella Deputazione, laica, rappresentata dai discendenti dei primi membri, costituisce ancora oggi, l’organo di Governo della Cappella del Tesoro di San Gennaro.


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Il busto reliquiario di San Gennaro

Realizzato in argento sbalzato, fuso, cesellato e dorato con pietre preziose, semipreziose e smalti opachi champlevés, il busto del Santo fu donato dal sovrano angioino Carlo II che lo commissionò nel 1304 a tre orafi francesi che lo avevano seguito fino a Napoli. Completato quasi certamente nella primavera del 1305, dovette rappresentare con ogni probabilità, non solo un atto di affiliazione della dinastia rispetto al culto popolare e quindi alla cittadinanza, ma una sorta di celebrazione per il millenario del martirio del Santo avvenuto nel 305 a Pozzuoli. Il cranio, incernierato sul retro, costituisce il coperchio del vano che custodisce le reliquie vere e proprie. Nella parte inferiore, il busto, sulla casula, presenta 63 bottoni circolari finemente dipinti in smalto opaco rosso e blu con i gigli angioini, un modo evidente per sottolineare il ruolo della committenza.


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