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Il tempo è il vero lusso

Un ragazzo rallentò il passo e chiese ad un vecchio che se ne stava seduto davanti all’uscio di casa “Ehi, nonno, sai l’ora?” L’uomo tirò un respiro profondo, lentissimo, si asciugò la bocca sdentata con un lino che cavò dalla tasca dei pantaloni e guardò a lungo il cielo, prima di rivolgere lo sguardo alle chiome degli alberi poco oltre una duna di terra, annusando l’aria quasi fosse un segugio. “Tra non molto sarà primavera”, rispose.

Quando facevo capricci nella speranza di ottenere, prima e subito, l’oggetto del desiderio che in quel frangente mi straziava l’anima, mia nonna mi rispondeva placida con questa storiella. Quante volte l’ho sentita e quante volte l’ho ignorata, presa com’ero da fiaccanti problemi esistenziali. Tra le mie urla e i miei pianti la sua voce mi arrivava irritante e noiosa. Credo che, accecata dall’amore, mi sopravvalutasse mia nonna, certa come doveva essere che ne avrei compreso, o addirittura apprezzato, la profonda morale che quella cantilena voleva comunicare. E che solo negli anni, solo troppo tardi, invece, avrei fatto mia: la nostra unica vera ricchezza è il tempo, tutto il resto è inessenziale. Non quello da quantificare, da programmare, non quello che vorremmo dilatare, far lievitare, allungare a dismisura. No, ma quello naturale, quello del passare del giorno e della notte, delle ombre che si allungano fino a scomparire, quello del passare delle stagioni, quello necessario a far maturare un frutto sull’albero, ad asciugare la brina in un prato, quello per sognare un sogno ad occhi aperti, per vivere la nostalgia di un ricordo. Da assaporare, come fosse un buon vino.

Il tempo è il vero lusso. Un lusso accessibile che tutti potremmo concederci, come scrivendo una lettera senza buttare via le vocali, per intero, ascoltando il fruscio della penna sulla carta ruvida, scegliendo ad una ad una le parole adatte. E non con occhi distratti e dita allenatissime a digitare impersonali abbreviature, ad inviare un troppo immediato TVB che trascina nel nulla la tenerezza di uno sguardo, di un ti amo sussurrato, il rossore di un immacolato sentimento. Che non ci lascia sfiorare dal piacere di un sì né bruciare nell’amaro fiele di un rifiuto. Perché dobbiamo correre. Chissà dove, poi.

George Carlin scriveva la vita non si misura da quanti respiri facciamo, ma dai momenti che ci tolgono il respiro. Riappropriamoci della lentezza per tirare fuori da quel famelico cassetto tutte le fantasie che vi abbiamo riposto. La felicità, in fondo, sta nell’attendere, non nel ricevere. Questa, forse, l’avrò letta scartocciando un cioccolatino!


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