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Il presente e il passato sono entrambi nel futuro ed il futuro è contenuto nel passato

Passato, presente e futuro: non esistono l’uno senza l’altro. Ne è convinto Dino Menarin, presidente della Fiera di Vicenza dall’aprile del 2007. Coniugare la tradizione con l’innovazione e la tecnologia è la sfida raccolta dalla rassegna orafa veneta – tra le quattro più grandi del mondo – e dovrebbe essere, secondo il suo presidente, il leit motiv di tutto il settore. Nel citare Thomas Stearns Eliot («il presente e il passato sono entrambi nel futuro ed il futuro è contenuto nel passato») Dino Menarin mostra una profonda conoscenza del settore e l’intima consapevolezza di pregi e limiti. Dando un’occhiata al programma di FIRST 2009 – versione invernale di VicenzaOro – appare immediatamente chiaro lo spirito dell’iniziativa: scambiare informazioni, fare, di volta in volta, il punto della situazione, formulare domande. E Fiera di Vicenza vuole dare tutte le risposte.

Presidente, in che modo sono cambiate le esigenze degli espositori nell’ultimo decennio?

«Io credo che non siano cambiate affatto: la necessità di vendere resta prioritaria, ci mancherebbe altro, ma certamente lo spirito con il quale si affronta la fiera è diverso. Si ha una maggiore consapevolezza del reale valore di una manifestazione di questo genere, e cioè scambio, fonte di contatti ed incontro con mercati differenti dal proprio. Acquisire servizi, illustrare tendenze: è questa la filosofia che deve ispirare una rassegna orafa».

Come è evoluto il mercato?

«Il numero degli espositori della nostra rassegna – 1700 in questa edizione, 80 in più rispetto all’anno precedente – parla da sé. Siamo una delle quattro fiere più grandi del mondo, con Basilea, Hong Kong e Las Vegas. Abbiamo compiuto negli ultimi tempi importanti operazioni immobiliari, non tanto per allargare ulteriormente lo spazio, quanto piuttosto per razionalizzarlo. Ma, allargando il discorso al rapporto con il mercato, la domanda di consumo va riformulata: i dati, anche se non ancora definitivi, ci mostrano una crescita concentrata in India, Medio Oriente, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, una fortissima riduzione negli Stati Uniti e una diminuzione in Europa. Nel nostro Paese si è registrata una flessione del mercato interno e delle esportazioni con un calo del 5,5% a valore e dell’8,1% in quantità, eppure si tratta di una performance comunque migliore rispetto all’andamento mondiale».

Cosa risponde a chi sostiene che le fiere, per mantenere il proprio significato, debbano essere piccole e snelle? E a chi si lamenta per l’insufficienza dei parcheggi?

«Che non è la “grandezza” il vero problema: se riteniamo che in 1700 meritino di essere esposti, perché non dovremmo consentirlo? Piuttosto, la circostanza per cui ci siamo ingranditi un po’ alla volta nel corso del tempo ha fatto sì che la struttura sia come un grande patchwork, e va assolutamente resa più omogenea ed unitaria. Di questo siamo perfettamente consapevoli. E quello dei parcheggi è un falso problema: ce ne sono in abbondanza, ed è impensabile che tutti pretendano di lasciare l’auto a due passi dall’ingresso».

Quale significato hanno, in questa evoluzione, iniziative come la Glam Room e About J?

«La GlamRoom, salone inserito a pieno titolo in tutte le manifestazioni di Fiera di Vicenza – gennaio, maggio e settembre – rappresenta il lusso contemporaneo a 360 gradi, la contaminazione con la moda e il fashion. About J, che si svolge presso gli East End Studios di Milano e che vede la partecipazione di tutti i più grandi produttori internazionali, vuole evidenziare due elementi che Fiera di Vicenza presenta: essere una vetrina dell’altissimo di gamma e fare da passaporto verso l’estero, con il plusvalore del gioiello italiano. Se le immaginiamo posizionate su una linea retta, le due iniziative si pongono esattamente agli estremi».

Qual è la ricetta di Dino Menarin per fronteggiare una congiuntura economico-finanziaria complessa come quella che sta investendo l’intero pianeta?

«Esiste una conoscenza accumulata nel corso dei secoli, alla quale non dobbiamo rinunciare. Ma questo non deve farci fossilizzare staticamente nel passato, anzi. Dobbiamo investire nell’innovazione, ridurre il gap tecnologico che ci separa dal resto del mondo: la sfida da vincere è precedere il bello, non seguirlo. Con uno sguardo all’oggetto di design come completamento del look ed al gioiello personalizzato: è questo, secondo me, il futuro».


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