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Il paradosso di Richard Hughes. La gemmologia è esatta ma emozionale

Richard Hughes

Pietre e metalli preziosi da millenni occupano uno spazio notevole tra le attività umane. Ma se non fossero in fondo dei normali manufatti e se da tutto ciò  non venissero fuori soldi la gemmologia non esisterebbe. Infatti per valutare le proprietà e misurare i fenomeni nei cristalli basterebbero i mineralogisti. I cristalli con cui i gemmologi hanno a che fare non sono campioni da museo ma già dei prodotti compiuti che, come tali, implicano il collocamento sul mercato. Nell’arsenale vi sono anche le armi della formazione mineralogica, utile per restituire informazioni e misure certe. Ma da sempre legati a doppio filo ai vari attori del mondo del gemstone business i gemmologi sono chiamati a fare e dire più cose. Sono calati nel vivo della produzione e del commercio, partecipano al processo di consolidamento del valore, delineano strategie di marketing. Prendiamo, ad esempio, F. Kunz, un mineralogista americano, uno dei primi gemmologi nel senso moderno. Non rifiutò la proposta di Tiffany nei primi anni del 900 e ne divenne un dipendente. Presto i suoi testi mostrano pertanto una sorta di mutazione del disinteressato naturalista in un investigatore appassionato che rincorre leggende, superstizioni, usi formacologici, costumi locali, simbolismi religiosi delle pietre preziose.

Già dai pionieri insomma si nota l’ampiezza del raggio che i gemmologi assegnano al loro campo d’azione. Va bene tutto, se si trasmette autorevolmente al pubblico l’attrazione esercitata dalle gemme. Ma allora quali sono i confini che delimitano il terreno d’indagine della gemmologia? Richard Hughes è un gemmologo che ha partecipato al Convegno CIGES 2013 di Napoli. Vive a Bangkok ed è ben conosciuto per una lunghissima pratica sulle caratteristiche ed i trattamenti delle gemme. Il suo intervento ha ripercorso le frequenti esplorazioni che ha effettuato nella magica valle dei migliori rubini del mondo, area di Mogok in Birmania. Ma l’esposizione al convegno ha avuto anche il merito di mostrare incisivamente le convinzioni di Hughes sul ruolo della gemmologia riproponendone i fini in modo problematico. Per lui questa è una disciplina che deve scrollarsi di dosso la freddezza dei diagrammi per accostare ai dati di analisi quantitativa sulle proprietà l’area emozionale dell’osservatore, il patrimonio di conoscenze complessive (etnologiche, geografiche, storiche in generale).

Attingere a fonti molteplici soddisfa l’ansia creativa di uno studioso non più freddo ma coinvolto. Un approccio schierato ed in pieno contrasto con la matrice riduzionista che per molto tempo ha voluto riportare il discorso sulle gemme alle pure leggi della fisica e della chimica rendendo il gemmologo un mero analista certificatore, una sorta di arbitro indifferente. Hughes sembra dunque riformulare una sorta di dichiarazione di indipendenza del gemmologo che gli consenta di operare in libertà e di rispondere, con la piena autonomia e la versatilità di un discorso letterario, al richiamo estetico ed emozionale.

Una volta pienamente legittimato l’orizzonte multidisciplinare si riscattano, fuori da ipocrisie ed imbarazzi, i segnali che caratterizzano le gemme per i vorticosi  flussi finanziari, le mode, gli interessi commerciali, i modelli di consumo capricciosi e contraddittori. Secondo Hughes Il gemmologo, finalmente liberato dall’incubo di essere considerato un mineralogista prestato al business, dopo aver stampato i suoi bei spettri, si deve sentire libero di calpestare sentieri dovunque il senso di bellezza o di curiosità lo conducano. Qualche decennio fa questa strada sarebbe stata impraticabile, oggi invece i modelli di interferenza sono comuni nella riflessione scientifica. Ne viene fuori in conclusione una disciplina, protetta sì dal grande ombrello della mineralogia, ma che pratica un ragionamento sulle pietre con approccio spregiudicato e disinvolto, aperto all’uso di tutti gli attrezzi che aiutino a descrivere la fascinazione delle gemme.

Scienza al servizio di un impulso emotivo ad inseguire la bellezza: un paradosso che può funzionare e che sfocia in ultima analisi in una sorta di “gemmologia culturale”, spazio aperto messo a disposizione degli studiosi cui si può aver accesso da molte più angolazioni e nel pieno riconoscimento dei forti legami che il gemmologo intrattiene con il business.

 


2 commenti

  1. Sonia says:

    Molto interessante! Questo approccio è assolutamente condivisibile e da promuovere ovunque.


  2. esistono tante scuole, c’era la fcolate0 di scienze orafe, ed i corsi di designer.quello che manca e8 una volonte0 politica di ricreare un apprendistato che una volta cominciava in giovane ete0, e per molto tempo non dava reddito, sfruttamento forse ma dava i suoi frutti, oggi un apprendista devi pagarlo dal primo giorno, anche se e8 negato, se poi lo lasci a casa perche8 negato ti puf2 far causa .. ovvio che a ventanni e con la maturite0 in tasca uno non vuole sporcarsi le mani gratis perf2 .


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