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Il linguaggio delle gemme

I nomi che gli uomini hanno assegnato alle pietre sono grandi finestre spalancate sulle civiltà, le culture, le abitudini, le società. Dietro di essi si rivelano i tanti aspetti dei miti, delle superstizioni, delle credenze. Si può ascoltare, nel fluire del tempo, il brusio affaccendato delle botteghe, la sorpresa delle scoperte, dei traffici da terre lontane. Se è una qualità intrinseca a connotare il diamante (la durezza inarrivabile ne sigla l’invincibilità: da cui il greco “adamas”), i nostri avi latini ricorsero all’efficace metafora del mar mediterraneo per indicare quella che per tutti noi è diventata l’acquamarina. Grande potenza della figura retorica, l’acqua ci sembra che quasi venga iniettata fino a fondersi nel puro reticolo cristallino per significare la gemma.
E in effetti le gemme penetrarono rapidamente nel vortice narrativo dei libri sacri (Bibbia, Corano, Testi Vedici etc.). Quali effetti poetici erano più potenti delle similitudini con le pietre preziose laddove si volevano evocare qualità e bellezza?

Ma lasciamo gli olimpi letterari e rientriamo nella vita di tutti i giorni, quella delle tante piccole storie, appena visibili ma che nell’insieme configurano il carattere delle stagioni e delle società umane. Prendiamo il celebre tono del rubino “sangue di piccione”. Pare che l’espressione si sia originata in Cina o in Birmania un bel po’ di secoli fa e di fatto ha catechizzato generazioni di acquirenti desiderosi di conoscere e comprare il miglior rubino. L’allusione può essere a pieno titolo considerata tra le più antiche ed efficaci promozioni commerciali applicate ai prodotti estetici. Al punto che uno studioso nel 1985, stanco del perpetuarsi dell’improprio parallelo con il flusso ematico degli ignari volatili ha addirittura richiesto campioni di sangue di piccioni allo zoo di Londra per passarli all’indagine dello spettrofotometro. Risultato? Tutto falso. Basta con questa terminologia antiquata. E che dire dello zaffiro manto di Madonna? Ci viene da una tela di Leonardo, la Madonna del Garofano.

Ma se andiamo ad osservare quel dipinto certamente non possiamo che trovarla tinta di un azzurrino un po’ troppo palliduccio per essere annoverato tra gli zaffiri più pregiati. Non sarà mica che le dotte citazioni rinascimentali servivano per commercializzare gli zaffiri “sdoganando” quelli dai toni più facilmente disponibili in tempi antichi? Ed ecco che vediamo svelarsi nella terminologia delle gemme e delle loro varietà tanti esempi dell’instancabile attività di significazione del linguaggio, quasi la radice di quello che oggi si chiama marketing. Con tanto di sconfinamenti nella pubblicità ingannevole. Sul finire degli anni settanta irruppe spavaldamente sul mercato un nuovo prodotto, “la pasta di turchese”. Con piglio accademico si favoleggiava di un procedimento che rigenerava la polvere di turchese naturale per ricomporla in un una sorta di malta prodigiosa. Niente di vero, solo favole possibili in un’epoca ancora disposta a farsele raccontare. Eppure il nome turchese è passato dove turchese non c’è e il trucco ancora funziona.

Nomi importati, nomi prestati, nomi che saltano frontiere. I progressi tecnologici di oltre un secolo fa consentirono di produrre gemme sintetiche che non si sapeva come chiamare. Quel rosa pallido ottenuto col metodo Verneil fu denominato “Rose de France”, perché somigliava a una qualità chiara di ametista. Ed ecco che – paradosso del nome svantaggioso – l’improvvida denominazione si estese impropriamente a morganiti e kunziti con lo sconfortante risultato che tale nome produsse una detrazione del valore, una riduzione. Tant’è, in quell’epoca non imperversavano i gemmologi, gli Accademici della Crusca del gioiello.

Coloro che oggi sono chiamati a mettere i nomi in ordine, la purezza al giusto posto, a garantire la correttezza delle classificazioni. Ma anche a disquisire su vitali questioni del tipo: è possibile denominare Paraiba la tormalina elbaite Paraiba anche se non proviene da Paraiba? Le parole, che siano seduzioni strumentali per vendere o che siano scientifiche, in mezzo alla brillantezza e ai colori della natura, hanno sempre un limite. “We murder to dissect” – scriveva il poeta inglese W. Wordsworth nel lontano 1798 – “Enough of Sciente and Art, close up those barren leaves, come forth, and bring with you a heart that watches and receives (Uccidiamo per sezionare. Basta con Scienza ed Arte, chiudete quelle nude pagine, venite avanti portando con voi un cuore che osservi e riceva)”.

In altri termini, se le parole ci stancano e non ci aiutano, confortiamoci contemplando in silenzio la compiuta bellezza delle pietre, nostre sorelle maggiori più perfette ed antiche dei linguaggi umani.


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