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Il garante della privacy mette i paletti al redditometro

Utilizzo esclusivo di elementi certi, rispetto rigoroso della privacy, massima trasparenza e garanzie più forti per il contribuente sottoposto ad accertamento : queste le condizioni che il Garante della Privacy ha posto per dare il suo assenso al nuovo “redditometro”.

Tali indicazioni si sono tradotte in una serie di prescrizioni che l’Agenzia delle entrate dovrà rispettare; gli accertamenti mediante redditometro che non seguiranno queste prescrizioni potranno essere impugnati dal contribuente e successivamente annullati.

Sulla Stampa si è letto prevalentemente che “il Garante ha dato il via libera al nuovo redditometro”, come se ne avesse avallato in gran parte i principi e gli strumenti.

In realtà, il provvedimento del Garante del 21 novembre 2013 ha fortemente depotenziato il redditometro negli aspetti più pericolosi per la tutela non solo della privacy, ma degli stessi diritti fondamentali dei cittadini, censurando quegli strumenti presuntivi di accertamento dei redditi che più si prestavano al rischio di invadere la vita privata dei cittadini o di giungere a conclusioni irrealistiche circa i loro redditi presunti.

L’intervento del Garante si è reso necessario perché il nuovo redditometro, per calcolare lo scostamento tra i redditi dichiarati e le spese effettuate e per selezionare i contribuenti da sottoporre a controlli, opera mediante il trattamento automatizzato di dati personali di cui  l’Agenzia delle entrate è entrata in possesso tramite le dichiarazioni fiscali o attraverso  soggetti esterni (es. banche, assicurazioni) oppure ancora attraverso il cosiddetto “spesometro” (l’obbligo di comunicare, da parte degli operatori, le spese effettuate da privati di importo pari o superiore a 3600 Euro).

Inoltre, esso prevede anche l’imputazione di spese presunte, determinate sulla base dell’attribuzione automatica al contribuente di un determinato “profilo”.

Questo tipo di approccio, ed in particolare la “profilazione” dei contribuenti, ha suscitato molte preoccupazioni e perplessità; il redditometro così configurato finiva per assumere le caratteristiche di un controllore onnipresente, tale da poter mettere a nudo gli aspetti più intimi della vita delle persone e quindi porne a rischio i diritti fondamentali. Perciò si è resa indispensabile la verifica preliminare del redditometro da parte del Garante.

Un altro aspetto particolarmente preoccupante del nuovo redditometro consisteva nella  scelta di quantificare le spese presunte anche ricorrendo alle cosiddette “spese medie Istat”, ricavate dall’appartenenza del contribuente ad una specifica tipologia di famiglia e alla residenza in una determinata area geografica.

In pratica, il contribuente non solo sarebbe stato “dissezionato” mediante i dati oggettivi a disposizione (conti bancari, assicurazioni, spese di un certo tipo), ma gli sarebbe stato cucito addosso un abito “statistico” ricavato dal presunto “profilo” del contribuente e da “spese medie” le quali, come ogni media statistica, contengono un alto grado di imprecisione ed arbitrarietà.  Per esempio, ad un residente nel centro di Milano sarebbe stato possibile, almeno in linea teorica, imputare le spese medie in abbigliamento o in ristorazione calcolate dall’ISTAT per il contribuente “medio” residente in quell’area e appartenente ad una determinata tipologia economica e familiare, al fine di ricostruirne il reddito presunto. Ciò sarebbe stato possibile anche se il contribuente “reale” durante l’anno non avesse mai messo piede al ristorante o in un negozio di abbigliamento. E’ facile immaginare le enormi distorsioni e la massa di contenziosi che sarebbero derivati dall’applicazione di questi generici criteri statistici.

Tutto ciò ha messo in allarme il Garante, specie riguardo al potenziale intrusivo nella vita privata di queste forme di indagine nonché alle distorsioni che possono derivare dal fatto di attribuire a tutti i contribuenti le spese medie rilevate dall’ISTAT ed altre presunzioni ricavate da dati incerti.

Quindi, il Garante ha stabilito una serie di misure per rendere compatibile il nuovo redditometro con il rispetto della privacy e dei diritti dei cittadini. Ecco le più importanti :

Profilo dei contribuenti
Il reddito del contribuente dovrà essere ricostruito utilizzando unicamente spese certe o legate ad elementi certi (ad es. spese di mantenimento di automobili, utilizzo di impianti sportivi, etc.) e mai utilizzando spese presunte basate unicamente sulla media Istat o su altri dati statistici. Di conseguenza, il criterio delle spese medie Istat non potrà essere utilizzato per determinare l’ammontare di spese frazionate e ricorrenti (es. abbigliamento, alimentari, alberghi etc.) per le quali il fisco non dispone di evidenze certe. Peraltro, essendo tali dati infatti, riferibili allo standard di consumo medio familiare, non possono essere ricondotti precisamente ad un singolo individuo, se non con notevoli margini di errore.

Fitto figurativo
Il nuovo redditometro aveva introdotto un altro potenziale mostro : il cosiddetto “fitto figurativo”, che sarebbe stato attribuito al contribuente che non risulta essere proprietario o locatario di abitazione nel comune di residenza. Si tratta di un altro strumento per risalire al reddito presunto a partire da spese altrettanto presunte. Il Garante ha stabilito che esso non potrà essere utilizzato per selezionare i contribuenti da sottoporre ad accertamento, ma eventualmente, solo se necessario, a seguito del contraddittorio, e previa verifica della corretta composizione del nucleo familiare.

Esattezza dei dati
L’Agenzia dovrà porre particolare attenzione alla qualità e all’esattezza dei dati al fine di prevenire e correggere le evidenti anomalie riscontrate nella banca dati o i disallineamenti tra famiglia fiscale e anagrafica, con particolare attenzione alla corretta composizione del nucleo familiare, informazione determinante per la ricostruzione corretta del reddito familiare.

Informativa ai contribuenti
Il contribuente dovrà essere esplicitamente informato, attraverso l’apposita informativa allegata al modello di dichiarazione dei redditi e disponibile anche sul sito dell’Agenzia delle entrate, del fatto che i suoi dati personali saranno utilizzati anche ai fini del redditometro.

Contraddittorio
Nell’invito al contraddittorio dovrà essere specificata chiaramente al contribuente  la natura obbligatoria o facoltativa degli ulteriori dati richiesti dall’Agenzia (es. estratto conto) e le conseguenze di un eventuale rifiuto anche parziale a rispondere.

Il Garante stabilisce qui un principio di grande importanza : il contraddittorio dovrà basarsi su dati certi; non potranno essere utilizzati i dati presunti di spesa, non legati ad alcun elemento certo e quantificabili esclusivamente sulla base delle spese Istat, “per indurre il contribuente a stimare presuntivamente le spese sostenute dal proprio nucleo familiare nel corso dei precedenti anni di imposta per le voci in relazione alle quali non vi siano elementi di spesa certi disponibili all’Agenzia delle entrate”. Quindi, dice testualmente il Garante, i dati  presunti non vanno utilizzati non solo perché il loro utilizzo può essere fuorviante rispetto alla reale situazione del contribuente, ma anche e soprattutto perché la richiesta al contribuente di fornire dati relativi ad ogni aspetto della vita quotidiana, anche risalenti nel tempo,  è in conflitto con i principi generali di riservatezza e protezione dati sanciti in particolare dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

In conclusione, ci pare utile lasciare la parola al Garante, citando un passo del provvedimento che, pur essendo molto articolato, riassume nel migliore dei modi le ragioni per le quali, secondo il Garante, il nuovo redditometro costituiva, prima delle correzioni da lui imposte, uno strumento pericoloso per la privacy dei cittadini e per l’attendibilità dei risultati : “si ritiene che il decreto, nella parte in cui prevede la profilazione del contribuente attraverso l’imputazione presuntiva di elementi di capacità contributiva relativi ad ogni singolo aspetto della vita quotidiana, il cui contenuto induttivo è determinato mediante l’utilizzo di spese medie (e, in particolare, di quelle rilevate a fini statistici dall’Istat), non finalizzate alla valorizzazione di un elemento di capacità contributiva certo, e quindi non ancorate all’esistenza di un bene o un servizio e al relativo mantenimento, costituisca un’ingerenza ingiustificata nella vita privata degli interessati in quanto sproporzionata rispetto alle legittime finalità di interesse generale perseguite dall’Agenzia, poiché va oltre quanto necessario per ricostruire sinteticamente il reddito del contribuente ai sensi dell’art. 38 del d.P.R. 600 del 1973, e si pone in contrasto con i principi di correttezza e liceità del trattamento e di esattezza dei dati, specie per i profili relativi all’attribuzione delle spese Istat (artt. 2 e 11 del Codice).”


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