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Il cobra non è un serpente

Da giovane, molto giovane, nel mondo universitario avevo un soprannome: Cobra. Allora rispecchiava una certa (chiamiamola così) aggressività: non solo quella tipica di noi senesi ma anche quella caratteriale che dall’epoca della goliardia universitaria mi ha accompagnato anche nella vita professionale. Ora non è più quel tempo e quell’età, tanto per citare un uomo della mia terra.

Le irruenze di un tempo si sono stemperate. Guardo ora con relativa calma a quanto una volta mi avrebbe portato a trepestare sui tasti di una Remington o di una Olivetti o del PC per produrre “pezzi” che spesso e volentieri suscitavano vivaci reazioni nel settore che è stato una delle mie grandi passioni e nel quale, forse indebitamene, mi sono profondamente immedesimato: quello orafo. Studiando la situazione attuale e cercando di tirare un po’ le somme, mi è capitato di riprendere e rileggere (la memoria fa un po’ difetto e il ripasso è d’obbligo) tante cose scritte o dette in occasione di convegni: trent’anni non sono pochi, proprio no. Se la caratteristica principale del cobra è quella di reagire a situazioni di pericolo o di disturbo rizzando la testa e assumendo un aspetto minaccioso, ebbene devo dire che spesso questo aspetto l’ho assunto, senza mai veleno, però.

E si trattava proprio di reazioni a disagi esistenti o pericoli intravvisti. I risultati del tentativo di aprire al mondo orafo italiano scenari più ampi e soluzioni concrete – e ovviamente più che al mio mi riferisco a quello di diversi imprenditori e imprenditrici, uomini di marketing, rappresentanti di istituzioni – appaiono francamente abbastanza deludenti. Importanti associazioni sono scomparse, prestigiosi marchi parlano lingue che non sono più quella italiana, resta sempre questo incredibile miraggio del mondo della moda che ha già fagocitato bei nomi del gioiello trasformandoli in contoterzisti. Il cambio generazionale ha riservato più delusioni che positive evoluzioni. E poi e poi…. Ma quando vogliamo finalmente diventare veri manager delle nostre aziende non beandoci più soltanto delle capacità creative (indubbie ma in tutta evidenza non elemento sufficiente a garantire la sopravvivenza) e di dichiarazioni come quella che spesso ho sentito ripetere “in fin dei conti facciamo il mestiere più bello del mondo”? Il patron (ovviamente straniero) di uno dei grandi gruppi del lusso ha detto (più o meno il concetto è questo): “voi italiani siete ottimi cuochi ma noi sappiamo aprire i ristoranti giusti per i vostri piatti”.

Ma quando ci decideremo a creare un vero coro abbandonando l’irresistibile e irresistita tentazione di salire sempre sul palcoscenico come solisti? Ma quando ci decideremo a risolvere i nostri problemi da soli affrontando non solo a parole, un mercato completamente mutato e consumatori sempre più camaleontici? Ma quando ci decideremo a pianificare comunicazione veramente seria, meno autoreferenziale, meno “artigianale”, se vogliamo che il pubblico torni ad apprezzare il prezioso nella sua giusta valenza e nel suo giusto valore?

Persone e personalità in grado di fare da traino e di rivitalizzare il settore ce ne sono eccome. Malgrado tutto davanti a noi ci saranno cose migliori di quelle che ci lasciamo alle spalle.


2 commenti

  1. Sonia says:

    Bentornato, caro Roggini. Sempre stimolanti i Suoi contributi. In effetti “il cobra non è un serpente, ma un pensiero frequente” e Lei è davvero stato la coscienza critica di questo settore, per cui tutti devono esserLe grati. Quanto agli orafi patrii, vogliamo dire che la tentazione di “salire sul palcoscenico come solisti” è più resistibile di quanto si pensi oppure che sono “timidi” o magari non hanno buoni strumenti? Eppure hanno frequentato quasi tutti eccellenti Conservatori… Fuor di metafora, il problema resta sempre quello e Lei lo sa fin troppo bene: gli orafi sono maledettamente frammentati ed individualisti, refrattari a “far gavetta” suonando in orchestra, per poi emergere come singoli virtuosi. Ci vorrebbe forse qualche buona bacchetta in più per dirigerli, ma chi sta già sul podio non sembra intenzionato a guidarli, preferendo suonare, cantare e pure ballare da solo. Comunque è bene continuare a parlarne. Chissà che non li prendiamo per sfinimento un giorno. Un abbraccio!


    • Gianni says:

      Grazie dell’accoglienza! I nostri pensieri e i nostri punti di vista professionali (non conosco quelli personali) viaggiano a braccetto e Lei ben sa quanto appezzi il Suo modo di fronteggiare cori e solisti. Spero proprio che per sfinimento non veniamo presi noi! Comunque, avanti miei prodi!


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