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I ragazzi salveranno il mondo orafo (ma diamogli una mano)

Le nuove generazioni oggi hanno un credito immenso verso tutti quelli che le stanno spingendo fuori dall’Italia, fuori dalle scuole, fuori dal lavoro (non solo artigiano), fuori dalla protezione sociale. Due blog fa tentai il ritratto del vecchio orafo che abbassa per sempre la saracinesca. Gli interventi postati efficacemente delineano il vasto caleidoscopio delle esperienze dei ragazzi: c’è chi ha avuto pessimi e gelosi maestri, chi ha immediatamente cercato una strada da solo, chi ha lamentato sfruttamento salariale, chi si popone di tirare avanti orgogliosamente la tradizione artigiana. In sintesi – come scrive una lettrice – “Possibile tanto divario di opinioni?”.

Sì, il divario esiste. Cattivo o buono ’o masto era innestato in un meccanismo sociale secolare perfettamente funzionante, oleato, regolato.  Anche rigido e spietato (le donne non rientravano nella catena produttiva). Caduto il vecchio sistema organizzativo della bottega non se ne è trovato un altro. Il risultato?  La “cultura” orafa sta agonizzando. Svanisce insomma l’invisibile griglia di conoscenze  che diventa poi linguaggio artistico e che permette l’espressione della creatività. Con tutto il rispetto, non produciamo mattoni o bulloni ma oggetti che, non entrando di slancio in un kit di sopravvivenza, possono farsi preferire solo per un potere di evocazione e di armonia. Se ’o masto ha chiuso, l’industria orafa italiana è decimata e i quartieri orafi migrano nell’anonimato dei centri commerciali, faremo i gioielli con le istruzioni per il montaggio di Ikea? Perché invece non puntare sui servizi avanzati? Perché non sviluppare a favore dei ragazzi un polo di formazione seria, una “università del gioiello”, una palestra di idee dove convivano tradizione e sperimentazione, dove si investa in ricerca sui metalli e sulle gemme, un luogo aperto e non racchiuso in se stesso, non autoreferenziale ma ben raccordato col mondo accademico e con le associazioni di settore, che abbia un profilo alto e che permetta che si saldino teoria e applicazioni pratiche, dove si lavori per l’inserimento adeguato degli allievi e dove discenti e  docenti possano tornare per progetti ed aggiornamenti? Senza trasmissione e confutazione di idee non c’è prospettiva ma solo vecchi che giocano a fare i giovani.


2 commenti

  1. marco says:

    esistono tante scuole, c’era la facoltà di scienze orafe, ed i corsi di designer.
    quello che manca è una volontà “politica” di ricreare un apprendistato che una volta cominciava in giovane età, e per molto tempo non dava reddito, sfruttamento forse ma dava i suoi frutti, oggi un apprendista devi pagarlo dal primo giorno, anche se è negato, se poi lo lasci a casa perchè negato ti può far causa….. ovvio che a ventanni e con la maturità in tasca uno non vuole sporcarsi le mani gratis però….


  2. Silvia says:

    Signor Marco, mi permetto di rispondere al suo commento per quanto riguarda l’apprendistato nel nostro settore.
    Ho iniziato i miei 4 anni di apprendistato a ottobre del 2005 presso un’azienda che mi ha fatto durare il periodo di prova per ben 6 mesi. Durante il periodo di prova, se non lo sapesse, il rapporto di lavoro può cessare senza preavviso e senza bisogno di una “giusta causa” . In 6 mesi una vaga idea dell’attitudine (o dell’inettitudine) dell’apprendista si ha già, non ne conviene?
    Per quanto riguarda il pagamento invece si parla di uno stipendio mensile di 400€ per un contratto a tempo pieno (40 ore settimanali), le sembra tanto?


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