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I Gonzaga e la passione del Bello

Si conclude a Mantova, una mostra che ha visto in esposizione tutta l’oreficeria appartenuta ai Gonzaga

C’è tempo fino a domenica per poter ammirare i “Tesori del Duca”. Al Museo Diocesano di Mantova si conclude infatti, il 10 giugno, la mostra “Vincenzo Gonzaga. Il Fasto del Potere”, curata da Paola Venturelli. Un’esposizione che ha raccolto ottanta opere (gioielli, dipinti, armature, lettere, libri e tessuti) e tra esse, tutta l’oreficeria superstite della casata; com’è noto, infatti, tutte le opere preziose furono barbaramente saccheggiate e distrutte durante l’invasione imperiale nel 1630.
Vincenzo Gonzaga
, duca di Mantova e del Monferrato, nipote dell’imperatore Ferdinando I, nonché parente di influenti personaggi dell’Europa rinascimentale, fu reggente di uno stato di limitata estensione, ma che nulla ebbe da invidiare alle grandi potenze. Nel territorio mantovano infatti, oltre a raccogliere magnifiche collezioni, il duca (tra i personaggi più rilevanti dei diciotto Gonzaga, signori di Mantova) chiamò a raccolta eccellenti artisti di calibro europeo, primo fra tutti il pittore Rubens, seguito poi dallo scrittore Torquato Tasso e dal musicista Claudio Monteverdi.
Molto rinomate erano le sue collezioni, tanto che a lui fu dedicato un libretto celebrativo “La Celeste Galeria di Minerva” (Verona, 1588), opera di Adriano Valerini ispirata appunto alle celebri raccolte del duca e all’interno della quale, il duca stesso, esposto in forma di statua colossale, diventa anche emblema dell’Intelletto e del Sapere, rappresentazioni del suo mecenatismo e della sua dedizione alla cultura. Vincenzo, infatti, fu un uomo molto prodigo e vitale, nei suoi venticinque anni di regno spese oltre venti milioni di scudi, un’enormità per l’epoca. Per nostra fortuna, però, quel patrimonio servì soprattutto ad arricchire le sue collezioni e gli ambienti della reggia di Mantova che in occasione dell’evento ha mostrato a tutti i visitatori i preziosi ambienti dell’appartamento ducale.

Ritornando alle Oreficerie del Duca, come si è detto, ben poco si è conservato e solo lontanamente possiamo concepire quale sfarzo dovette circondare la corte. Dalle testimonianze e dai documenti dell’epoca però emerge forte quello che fu un interesse molto sentito.

La "Fiasca", Stefano Caroni e Jaques Bylivelt, su disegno del Buontalenti (Firenza, Palazzo Pitti)

Oltre agli acquisti personali, infatti, botteghe di orafi furono impegnate nella realizzazione di importanti monili e custodie per le rare reliquie che di certo non mancarono, vista anche la dedizione verso il culto religioso che non mancò di certo tra i membri della famiglia ducale. Di alcuni maestri orafi ci sono anche pervenuti i nomi oltre che la fama. Tra essi uno dei più famosi del tempo, fu Jaques Bylivet, a cui si deve la corona granducale, ma anche la più nota ed affascinante fiasca in lapislazzuli (su disegno del Buonatalenti) conservata al Museo dell’Argento di Firenze, dove il virtuosismo della lavorazione e il contrasto dei dettagli in oro, ben si fonde in una preziosa ed omogenea concezione stilistica di insieme.
Il patrimonio delle oreficerie, com’era d’uopo, si arricchiva di volta in volta, grazie anche ai prestigiosi eventi che coinvolgevano tutti i membri della famiglia. Matrimoni e fidanzamenti con alcuni dei più importanti personaggi dell’epoca, rappresentavano un’occasione ghiotta di scambio per eccellenti gioielli, sempre più ricercati e sempre più rari. E, tra gli eventi più importanti, ci fu proprio il matrimonio del duca Vincenzo con Eleonora, primogenita del Granduca Francesco I de’ Medici (1584), che portò in dote, tra le altre cose, molti monili in forme antropomorfe, realizzati dall’orafo di corte Leonard Zaerles e documentati in un preziosissimo inventario che ne ha suggerito tutta la loro ricchezza.

Altra passione del Duca, era rappresentata dal cristallo di rocca. Materiale quest’ultimo divenuto tra Cinquecento e Seicento, oggetto di ricerca e raffinato collezionismo nelle corti d’Europa e a Mantova, dove fu tramutato nei più raffinati oggetti grazie all’abile tecnica di intaglio delle principali, specializzate botteghe del tempo ingaggiate dal Gonzaga.

Vaso in forma di drago. Cristallo di rocca e oro - Metà XVI secolo (Firenze, Palazzo Pitti)

Esposti in mostra, si posso ammirare due esempi mirabili (sopravvissuti ai saccheggi e al tempo) dei manufatti che all’epoca arricchivano le collezioni gonzaghesche: L’Urna, cosiddetta di Santa Barbara e il Gioiello con monogramma di Cristo.

In mostra: Urna di Santa Barbara (cm 70x94x60)

Custodita nel Museo Diocesano, l’Urna di Santa Barbara, è un reliquiario dalla forma architettonica, realizzato in ebano dipinto, quarzo e argento dorato. Prodotto agli inizi del XVII verosimilmente in una bottega veneziana, ha una struttura caratterizzata da colonnine binate e specchiature di quarzo (tenute insieme da listelli di ebano dipinto) che aprono alla vista anche l’interno che avrebbe dovuto ospitare (secondo non chiare testimonianze) un prezioso reliquiario in oro contenente una particella del sangue di Gesù Cristo. In seguito, poi, l’urna, fu acquistata e regalata da Vincenzo Gonzaga alla basilica mantovana di Santa Barbara, affinché contenesse le reliquie della omonima Santa.

Ne l’Inventario delli ori, argenti et altre cose che sono nel reliquario della chiesa di Santa Barbara di Mantova, del 1610, l’Urna è descritta come “Capsa Magna ex cristallo miro artificio fabricata, ac multis columnis ornata, cum vase Aureo purissimoin quo exstat ampulla cum Pretiosissimo sanguine Domini Nostri Jesu Christi”.

In mostra: Gioiello con monogramma (IHS) di Cristo (cm 7,5x6,8)

Il gioiello col monogramma di Cristo, invece, si caratterizza per il monogramma che gli affida il nome: le lettere I, H, S (un simbolo medievale molto noto, desunto dal greco “Iesous”), sormontate da una corona, il tutto incastonato da pietre preziose (diamanti, smeraldi, rubini e opali) tra cornici di volute su cui sono realizzate a rilievo delle figure di putti, uomini e del Padre benedicente.
Il monile, tutto realizzato in oro, parzialmente smaltato, reca sull’altro lato (seppure nelle sue ridottissime dimensioni), la scena di Mosè che spezza le Tavole della Legge, alla vista degli Ebrei che danzano intorno al Vitello d’Oro e Mosè in atto di ricevere le Tavole; sotto le scene vi è la data del 1562. Il gioiello, più volte è stato ritenuto riconducibile alla produzione Celliniana, anche se sulle sue origini si sono formulate diverse ipotesi. Tra le più acclarate, vi è quella secondo cui, il gioiello fu donato al piccolo Vincenzo Gonzaga in occasione del suo battesimo (celebrato proprio nel 1562), dagli zii Alberto V di Baviera e Anna D’Austria, la cui presenza giustificherebbe anche l’attribuzione ad ignoti orafi della Germania meridionale.


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