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Guardare con le mani, toccare con gli occhi

Avevo quattro anni e non avevano inventato i videogiochi. Mio padre mi mise una lima in mano. Grattai per tre ore il mio anellino d’oro fino a consumarlo. Fine settembre, gli operai sorridevano alla piccola mascotte che limava e giocava a fare l’orefice.

Un gioielliere artigiano è come un bambino. Toccare, martellare, saldare, limare, affinare, lucidare, fondere sono azioni naturali e necessarie che come un gioco impregnano l’opera della sua forza creatrice.

Azioni che restano in una memoria ludica invisibile che ricompare ogni volta che un gioiello artigianale viene esaminato tecnicamente da chi conosce il gioco. Quando ero bambino ogni orafo guardava il pezzo con le mani, girandolo poco alla volta, investigando i punti nascosti, valutando la simmetria, verificando l’epoca di realizzazione. Si cercavano i difetti ripensando ogni fase del gioco.

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Oggi abbiamo strumentazioni sofisticate che rendono potenzialmente assai più precise le produzioni. Anche le pietre riescono meglio, in molti casi il taglio è quasi robotizzato.

Non mi permetto di discutere sul fatto che si possa fare oggi ottima gioielleria, tecnicamente migliore del passato. Dico solo che i pezzi, indipendentemente dalla qualità, non sono toccati da occhi tanto interessati ai criteri della loro costruzione.

Non incontro più tanto spesso le severe e divertite mani scrutatrici della mia infanzia, le mani del gioco. Allo scopo meglio s’addice un disincantato check mirato, da assemblatore di catena di montaggio.

A ben pensarci è il nostro mondo che va così: quello che era un’inchiesta oggi si condensa in un titolo, un resoconto lo devi rendere in un’immagine, un progetto lo devi schematizzare in un business plan, una sinfonia in un motivetto conciso, una partita negli highlights, un discorso in una frase ad effetto, una bottiglia in un cicchetto, un viaggio in tre selfie su Facebook con foto che scompaiono per sommersione ed accumulo. Non scoloriscono più, sono pixel.


1 commento

  1. ADOR Associazione Designers Orafi says:

    un bel racconto, e con “una bella sintesi” … di quanto si è -purtroppo- perso ..per arrivare “primi”.
    nel costruire le cose di fretta …si tralasciano particolari ed eventuali rifacimenti e confronti e la tecnologia in più -da sola non basta a FARE- ,
    è l’esperienza del saper -FARE- che poi migliora il tutto ….e si è primi con un bell’oggetto che vale ( = qualità estetica+tecnica+materiali .. un DOCG orafo) .


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