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God save the theater

Fuori il traffico è nervoso e caotico, le auto in coda sembrano fare capo ad un’unica smisurata compagnia calamitata da un ignoto luogo d’incontro. Incredibilmente deserta la carreggiata opposta. Dai finestrini aperti è un continuo scambio di saluti, gesti e battute piccanti. Regna la medesima atmosfera di un dopopartita. Qualcuno sul cruscotto posteriore ostenta il primo piano di un personaggio a me sconosciuto, è la stessa foto che dopo poco il passeggero di uno scooter sventola come un vessillo di gloria. Da voci che rimbalzano in strada scopro essere una star di Maria De Filippi, per la precisione un ex tronista, si esibirà al Palasport dove, appunto, mezza città si sta dirigendo per godere della sua performance.

Due ragazzine disperate tentano l’autosop con immediato successo. Mi incammino verso il foyer lasciando fuori dalla porta quella insensata euforia. Un uomo dalla divisa trasandata scosta una spessa tenda di velluto ocra e invita ad accomodarci in platea.
Siamo una dozzina, non di più. Gli stucchi dorati che ci accolgono hanno perso lucentezza ma non la bellezza. Sono lì da qualche secolo, da quando il teatro era ancora un luogo sacro, un baluardo di cultura. Mi guardo intorno. Le luci degli ultimi palchi sono addirittura spente.

“Quando in un teatro il loggione è vuoto è segno che la città non ha cervello” sosteneva Bruno Barilli. Quanto è vero, penso mentre mi rivedo piccola, tra centinaia di persone, ansiosa di raggiungere mia madre che mi cerca con lo sguardo tra le prime file, confusa nel tripudio di una folla elegantissima.
Le maschere si tengono impegnate in un pettegolezzo in prossimità del corridoio centrale. Si fa buio.

È un testo di Rainer Werner Fassbinder. In scena due mostri sacri, di quelli che passano, si direbbe tra gli addetti ai lavori. Due donne che vantano un curriculum disseminato di grandissimi autori e di eccellenti registi, tanto grandi che la televisione neppure le contempla nella programmazione notturna!
La regia di impronta viscontiana dà un perché ad ogni singolo particolare, come all’eccentrico satoire di Sidonie che lo fa specchio della sua eccentrica personalità.

È una piece che non prevede intervallo. Il tempo sembra volare velocissimo ed il sipario già si richiude tra pochi applausi ed una voce coraggiosa che grida “brave”.

Quando viene meno quella sottile relazione tra attore e spettatore, il teatro muore. Quella millenaria, magica affabulazione avvizzisce sotto lo sguardo indifferente della gente distratta da insulse e banali rappresentazioni traboccanti di volgarità che inghiottono a fauci spalancate le coscienze per vomitarle mutate in una irrecuperabile ottusità.
L’attore vero è diventato una specie da proteggere soppiantato a colpi di volgarità da personaggi di dubbia professionalità a cui i media regalano effimere popolarità.

Quanto illude e delude questo nuovo che gode di infondato compiacimento.
Quanto offende e disturba questa degenerazione di cui ci si augura una rapida fine.


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