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Giuseppe Piscopo, l’uomo che trasforma la carta in opere d’arte

E se invece di buttarle le riciclassimo? Bell’idea, ma non è mica cosa facile. Qualcuno ci prova stipandole di giocattoli nella cameretta del figlio, accatastandole giù in cantina stracolme di bottiglie vuote o ficcandole sotto la scrivania per conservare vecchi documenti, di quelli che “chissà, possono sempre servire”. Ma più in generale siamo portati a romperle, le scatole.
Perché una scatola è una scatola. Punto.

Per fortuna ci sono persone baciate da una grande sensibilità che sanno guardare al di là di quell’ordine che non prevede altri utilizzi eccetto quelli prestabiliti, e niente fa eccezione. È innegabile, oltremodo, che la buona volontà di pochi porta a sperimentare nuove soluzioni ma tra loro ed un vero artista ce ne corre, perché la creatività è tutt’altra cosa, è una dote che non si inventa e bacia solo pochi eletti. Giuseppe Piscopo è uno di loro. Artista poliedrico che guarda ed elabora, tocca e trasforma, con eccellente manualità e dirompente fantasia, la quotidianità in opere di originale estetica. È di quelli che immagini indifferenti allo scorrere del tempo, del passare delle mode, delle esigenze di mercato. Perché ancora sa sognare ad occhi aperti.
Carta e cartone sono le sue materie preferite perché umili e duttili, ed ogni loro mutazione è una sorpresa.

Un pò come la fiaba del brutto anatroccolo così il cartone nelle sue mani diventa quadro, barca, separé, rete, perfino un Ape Car, di quelli che, vecchi e traballanti, girano per le vie delle città in cerca di cartone, appunto. Tra queste meraviglie un posto particolare spetta ai gioielli, in materiale di scarto, sì, ma ugualmente preziosi da proporli in edizione limitata se non addirittura unica. Leggeri come un’idea, Piscopo li ferma in forme originali che sanno rispondere ad ideali di bellezza, proprio come pregiati bijoux. Tra sagome astratte, morbide o geometriche alcuni si ispirano al classico tubo gas, altri al raffinato disegno cachemire ma molti evocano la sua terra, Napoli, raccontata dall’inconfondibile profilo del Vesuvio, temuto eppure tanto amato da immaginargli un pennacchio a forma di cuore.


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