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Gioiello italiano: Segnali positivi per l’export che promettono stabilità

Pasquale Bruni; Mandala Collection

È apparso in sostanziale ripresa l’export delle aziende orafe italiane nel secondo trimestre 2013, sia in valore sia in volume: è quanto emerso dal periodico Flash Report del Polo Scientifico Didattico Studi sull’Impresa Università di Verona (sede di Vicenza), realizzato in occasione di VICENZAORO Fall. Il dato è significativo perché arriva al termine di un biennio di segnali negativi, registrando tra aprile e giugno un +6% in valore e un +2,6% in quantità. La parallela riduzione del prezzo dell’oro aggiunge al primo dato un’ulteriore accezione: il gioiello italiano che spopola all’estero è quello di alta gamma e dal design sofisticato.

Verdi Gioielli

Per andare a fondo nella lettura dei dati presentati durante l’edizione autunnale della rassegna orafa di Fiera di Vicenza, Preziosa Magazine ha chiesto al coordinatore della ricerca, il Prof. Andrea Beretta Zanoni, di spiegare i risultati chiave dell’indagine.

Andrea Beretta Zanoni

La crescita italiana dell’export di gioielli può essere letta come un inizio di ripresa?
“È certamente un dato eclatante: il risultato del II trimestre vede un incremento che mancava da almeno due anni. E ci attendiamo una sostanziale stabilità anche per la seconda metà dell’anno. Due i fattori principali: uno di tipo congiunturale, derivante dalla diminuzione del prezzo della materia prima; un secondo dovuto alla domanda finale, che cresce”.

A quali paesi si deve questa performance delle aziende orafe italiane?
“Gli Stati Uniti, mercato tradizionale di sbocco per le nostre imprese e statico per molto tempo, hanno registrato un +12% in valore; sono cresciuti del 32% gli Emirati Arabi Uniti, che insieme alla Svizzera assorbono il 40% delle esportazioni. Seguono, oltre agli Usa, Francia, Hong Kong, Cina, Turchia, Germania, Regno Unito e Spagna, mentre la Cina si è stabilizzata rallentando la corsa”.

L’indagine periodica del World Gold Council sulla domanda mondiale di gioielleria in oro mette al primo posto India e Cina, che insieme ne coprono il 59,3%. Come si comportano le aziende orafe italiane su questi mercati?
“Sono due mercati molto diversi: la Cina, in cui non esiste una tradizione legata alla fruizione della gioielleria e dove si sta affermando una middle class urbana che presta molta attenzione a questi prodotti e che ha un potere d’acquisto crescente. L’India, invece, ha una lunga tradizione, non legata alla ricchezza ma più a fattori culturali, ma è un mercato difficilmente penetrabile dalle nostre imprese, soprattutto a causa dei crescenti dazi in ingresso”.

In questa fase di lieve ripresa su cosa devono investire le imprese orafe?
“La mia opinione è che debbano approvare piani strategici per comprendere come posizionarsi sui mercati, ma non in maniera schizofrenica. Ciascuna azienda deve conoscere il proprio target e le difficoltà di ingresso in ogni paese, capire se muoversi da sola o allearsi con altre imprese e senza dubbio collocarsi su una fascia alta, dove non basta essere bravi artigiani, ma serve anche vendere brand e design”.

Cosa è accaduto dal 2008 a oggi?
“Una vera e propria rivoluzione. Qualcuno ha saputo reinventarsi e ha trovato la strada giusta. Sicuramente il settore è cambiato più negli ultimi 5 anni di quanto non abbia fatto negli ultimi 20. La rivoluzione, comunque, non è ancora finita”.

Quando il mercato interno sarà in ripresa con conseguenze positive su consumi e potere d’acquisto, il settore tornerà a fiorire come prima della crisi globale?
“Attualmente il mercato interno non dà segnali di vita, ma non credo che sarà sufficiente l’uscita dalla crisi. Ciò che è cambiato, in questi anni, è la struttura del comportamento d’acquisto: il comparto della gioielleria dovrà giocarsela come fa all’estero e non andrà lontano se non reinterpreta il gusto del consumatore”.

 

De Gustibus…

di Alba Cappellieri

Alba Cappelieri

Il gusto, sosteneva Hume, è la base dell’estetica. I canoni della bellezza sono evidentemente il risultato di variabili dettate dal periodo storico, dalla cultura, dalla società, dal territorio al punto che fin dal Romanticismo (Hogarth, Burke) è apparsa evidente l’impossibilità di una definizione assoluta e universale della bellezza in quanto le sensazioni individuali rendono vano ogni canone del gusto. Ecco allora che reinterpretare il gusto comporta in primis la necessità di definirlo, individuando gli ambiti culturali e i mercati di riferimento. I mercati considerati strategici per le nostre aziende sono quelli dei paesi BRIC, (Brasile, Russia, India, Cina) e interpretare il gusto di ciascun paese è a dir poco impossibile perché il gusto cinese è lontano anni luce da quello russo – per non parlare dell’India e del Brasile – per forme, colori, simboli e decorazioni. In India l’oro deve essere rosa, in Cina giallo e in Russia bianco, e anche lo stile non è in alcun modo sovrapponibile. Per di più le imprese orafe italiane non sono abituate alla diversificazione della collezione considerato che fino a pochi anni fa i gioielli italiani si vendevano a occhi chiusi in ogni parte del globo. Oggi che non è più cosi e che anche i grandi brand internazionali fanno fatica a trovare dei prodotti iconici l’imperativo è innovare. Non tanto – o non solo- interpretando il gusto dei consumatori quanto cercando nuovi significati e nuove funzioni del gioiello. Credo che sia in atto una rivoluzione semantica e trovare nuovi valori – materici, tecnologici, narrativi, estetici- sia la sfida con cui anche il gioiello dovrà misurarsi.

Martina Frassini, baby bracelet

Per quanto mi riguarda sono convinta che il futuro sia nell’integrazione del gioiello con la tecnologia, in particolare i sensori, che permetteranno di rendere intelligenti i gioielli donando loro nuove funzioni ed utilità. Con i gruppi di ricerca del Politecnico di Milano siamo già al lavoro per coniugare la bellezza del gioiello con le funzioni e le prestazioni dei sensori. Gioiello, dunque, inteso non più solo come un ornamento o un simbolo di status ma un oggetto narrativo che integra funzioni con ricadute in ambiti extra-settore: dal turismo al tempo libero, dallo sport alla salute.

Chiara Pavan, Polipass

Oggetti gradevoli che attraverso il design allargano il proprio valore semantico e diventano, come li abbiamo definiti, “gioielli utili”. Un esempio? Bracciali per consentire a chi soffre di diabete di monitorare la patologia da casa o di tenere sotto controllo i bambini sulla spiaggia o all’asilo, e ancora smart jewel che accompagnino il turista nei luoghi che visita, che fungano da localizzatori o da strumento di pagamento utilizzabile al supermercato, ai tornelli della metropolitana o sul tram.

Serena Bottarini, Speedy pass

L’area sportware è quella al momento più diffusa, con strumenti di monitoraggio, localizzazione e informazione miniaturizzati in bracciali, anelli e pendenti per chi corre, va in moto o fa sport estremi.
La frontiera da esplorare non è più quella estetica ma quella del significato dell’oggetto gioiello. La tecnologia ci viene in aiuto, il design dà forma alle nuove idee ma le aziende devono credere alla ricerca come incipit dell’innovazione.

Marta Trombetta, Enit leaves you a reminder

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