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Inchiesta: Gioiello etico e sostenibile, le nuove rotte per gli approvvigionamenti. A confronto la filiera italiana

La sostenibilità da qualche anno è uno dei temi più dibattuti nel settore dei beni di lusso


Da qualche anno è uno dei temi più dibattuti nel settore dei beni di lusso: la sostenibilità – di prodotto e di filiera – appare in cima a quanto chiedono i consumatori stessi, come emerso da molte recenti ricerche ultima delle quali, in ordine di tempo, “La sostenibilità cattura Millennials e GenZ” elaborata da Pwc Italia e presentata al Milano fashion global summit 2018, che ha analizzato gli stili e i comportamenti di acquisto dei Millennials (i nati tra il 1980 e il 1994) e della Generazione Z (i nati tra il 1995 e il 2010).

Tra i tanti dati emersi, molti riguardano proprio il loro rapporto con la sostenibilità: il 35% degli intervistati – 13% Millennials e 22% Gen Z – si dichiara disponibile a pagare fino al 5% in più per un vestito sostenibile, quota che scende al 33% (12% Millennials e 21% Gen Z) per gli accessori. Un tema centralissimo, dunque, testimoniato anche dall’ultimo premio Nobel all’Economia, assegnato qualche settimana fa a William Nordhaus e Paul Romer per i loro lavori sulla crescita sostenibile.


I consumatori sono disposti a pagare una media del 10 per cento in più per ottenere qualità ed eticità

Indagine Ipsos (2018)


Anche dall’indagine Ipsos realizzata per l’edizione 2018 del Salone della CSR e dell’innovazione sociale emerge che i consumatori sono disposti a pagare una media del 10 per cento in più per ottenere qualità ed eticità. Una scelta aziendale che fa bene anche al business e che può essere utilizzata come leva di crescita: secondo l’edizione 2018 del rapporto Pulse of the Fashion Industry, realizzato dalla Global Fashion Agenda (Gfa) e da The Boston Consulting Group (Bcg), chi investe in responsabilità sociale ed eco-ambientale ha in mano uno strumento per far crescere il proprio ebitda (il risultato aziendale prima delle imposte e degli oneri finanziari, un concetto molto vicino – perché lo include – al margine operativo netto) di 1 o 2 punti percentuali entro il 2030.



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ORO ETICO
Chopard pioniera


All’interno della macro-categoria dei beni di lusso – che vede in cima, per impegno in sostenibilità, il settore della modaanche il settore del gioiello è da diversi anni impegnato su vari fronti per ridiscutere la gestione aziendale delle proprie imprese.

È stato in qualche modo apripista il brand Chopard, che fin dal 2013 ha esplicitato il suo programma di gioiello sostenibile con la prima collezione Green Carpet, con oro Fairmined (estratto cioè in miniere certificate, lanciato nel 2014 dalla Alliance for Responsible Mining, un’associazione nata 10 anni prima dall’impegno delle miniere artigianali) e diamanti provenienti da un produttore certificato dal Responsible Jewellery Council. Fino all’annuncio, a marzo, della volontà della maison di utilizzare oro etico nel 100% della produzione di orologi e gioielli a partire da luglio 2018.

Da oltre tre mesi, dunque, la maison acquista il metallo prezioso esclusivamente da due “rotte” tracciabili: l’oro artigianale estratto da miniere di piccole dimensioni che partecipano agli schemi Swiss Better Gold Association (SBGA, di cui Chopard è entrata a far parte nel 2017), Fairmined e Fairtrade, e l’oro della catena di custodia del RJC, attraverso la partnership di Chopard con le raffinerie certificate dal Responsible Jewellery Council.


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Anche il comparto delle pietre preziose ha il suo ruolo nella promozione della sostenibilità, come dimostrano, per esempio, le attività del Kimberley Process che dal 2000 definisce i processi di verifica e controllo sulla provenienza dei diamanti, monitorando i paesi più a rischio per quanto riguarda i “conflict diamonds”Il tema della sostenibilità è sempre più sentito anche in Italia, dove diventa fil rouge di manifestazioni fieristiche e meeting istituzionali (Vicenzaoro, così come hanno fatto la Cibjo e la World Federation of Diamond Bourses nei loro congressi annuali) o di workshop dedicati, come quello che il Club degli Orafi ha organizzato lo scorso gennaio a Vicenza.



“La strada è quella della sostenibilità anche se oggi il consumatore non è consapevole”

Gabriele Aprea Club degli Orafi


Gabriele Aprea
Gabriele Aprea

A livello istituzionale e imprenditoriale, il settore sembra rispondere alla questione sostenibilità con diverse strategie. È un lavoro in divenire, costruito, al momento, senza poter “pesare” l’effettiva consapevolezza dei consumatori rispetto a un gioiello che presenti se stesso come etico. “La consapevolezza è ancora in embrione – spiega Gabriele Aprea, presidente del Club degli Orafima come avvenuto in altri campi sta lentamente maturando. Il settore orafo fa parte di un’evoluzione globale che investe ogni sfera della società, perché quello che c’è in ballo è la sopravvivenza del pianeta.
Ci vuole perseveranza: la strada è quella della sostenibilità e, anche se oggi il consumatore non è ancora del tutto consapevole, presto lo sarà, e noi non possiamo farci trovare impreparati altrimenti saremo tagliati fuori. Se i grandi brand iniziano a investire sulla sostenibilità vuol dire che inizia a formarsi una domanda significativa: siamo agli inizi di una rivoluzione inevitabile. E anche se ci sembra presto per farlo, dobbiamo iniziare, perché mettersi al passo richiede tempo”.  


 “La sostenibilità non solo non è più un’opzione, ma un vantaggio competitivo. Però attenti a non ingannare il consumatore”

Raffaele Ciardulli

Raffaele Ciardulli
Raffaele Ciardulli

Il consumatore inizia così a fare scelte sostenibili in vari settori: quello delle auto, per esempio, o quello dell’alimentazione, comparto in cui da piccoli e costosi negozi di nicchia il prodotto sostenibile si è trasferito oggi nei supermercati. La sua conoscenza diventa sempre più strutturata e il rischio è che, per rispondere all’appello, le aziende non preparino strategie adeguate. “Una cosa sono i grandi gruppi, dove la scelta è chiara – precisa Raffaele Ciardulli, Luxury Strategic Consultant e ICF Coach -, un’altra sono le piccole realtà che spesso non fanno altro che un ‘greenwashing‘, una pratica di comunicazione per presentare, in maniera forzata e a volte non corrispondente al vero, l’immagine di un’azienda come impegnata in tematiche ambientali. Si tratta di un’operazione di facciata, che i Millenials oggi sanno riconoscere a grande distanza e di cui diffidano. Bisogna adottare una visione simile a quella degli antichi greci,  ciò che è bello deve essere anche buono. In assenza di una vera tensione etica, le scelte diventano parziali e perciò non efficaci. Quanto alla gente importi realmente il tema della sostenibilità è difficile dirlo: secondo la mia opinione, però, la diffusione di una coscienza in altri settori ci dice che chi compra un alimento sostenibile cercherà allo stesso modo un gioiello con le stesse caratteristiche. Senza dimenticare che il gioiello, in più, può avere una componente qualitativa carica di contenuti come la creatività e l’artigianalità. Non è una tendenza marginale e non possiamo continuare a guardare soltanto alla clientela italiana, perché il potenziale consumatore si trova molto spesso fuori dai confini nazionali e in altri paesi europei è decisamente molto più avanti. Si deve passare dall’ottica del “si deve fare” a quella del “Facciamolo perché conviene”: la sostenibilità non solo non è più un’opzione, ma un vantaggio competitivo”.


“La sostenibilità sarà sempre un tema centrale nelle prossime edizioni di VicenzaOro

Marco Carniello IEG

Marco Carniello
Marco Carniello

Un tema intorno al quale anche il comparto fieristico si interroga da tempo: alla sostenibilità è stata dedicata l’edizione 2018 di Vicenzaoro January, che bisserà alla prossima edizione di gennaio (18-23) con un rinnovato interesse per la responsabilità sociale. La società organizzatrice, Italian Exhibition Group, divenuta a maggio Participant di UNITED NATIONS Global Compact (UNGC), la più grande iniziativa di sostenibilità aziendale al mondo promossa dalle Nazioni Unite, dal 2013 ha ottenuto l’accreditamento presso l’Ecosoc. “Commercio etico, salvaguardia dell’ambiente, tutela dei diritti dei lavoratori – spiega Marco Carniello, direttore divisione Jewellery&Fashion di Italian Exhibition Groupsono tutti temi centrali intorno ai quali ruota l’interesse di IEG e che saranno scandagliati durante la prossima edizione invernale di Vicenzaoro. Non solo perché come azienda crediamo fermamente nella necessità di una creatività sostenibile, ma perché sappiamo, ce lo dice il mercato, che il consumatore ne è fortemente influenzato nelle sue scelte d’acquisto: lo abbiamo affermato già due anni fa, torniamo a dirlo con forza ancora maggiore oggi. Ci saranno dei momenti di approfondimento insieme al Responsible Jewellery Council, alla Cibjo e al Club degli Orafi, tutte organizzazioni in prima linea nella promozione di pratiche responsabili”.

Il cliente percepisce gli sforzi delle aziende? Esiste un dato che ci dica quanto cresce la consapevolezza del consumatore? “Dati non ne abbiamo, ma c’è un segnale forte che spazza via ogni dubbio su quanto conti, oggi, essere sostenibili – prosegue Carniello – e a darlo è il settore della moda, nostra categoria gemella che non muove un passo senza tener conto di questa tematica. Basti pensare ai Green Carpet Fashion Awards della Camera Nazionale della Moda Italiana. Il comparto del gioiello arriva leggermente in ritardo, ma non per colpa: oggettivamente nel nostro settore la svolta richiede un lavoro maggiore, a partire dalle diverse materie prime e alle differenze nei processi produttivi. Il consumatore oggi chiede di più: non gli basta il “fatto a mano”, vuole essere sicuro che ciò che acquista provenga da fonti tracciabili. Non c’è più da chiedersi se lo richieda: c’è solo da agire, studiando un approccio di produzione, commercializzazione e comunicazione che indichi come farlo al meglio”.



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Diamante sintetico sempre più alternativa a basso impatto ambientale


Oggi, se si parla di sostenibilità del comparto orafo, è difficile non pensare al diamante sintetico, considerato da molti un’alternativa a “basso impatto ambientale”. Una questione analizzata dalla trasmissione Report, che, ripresa dal nostro giornale, ha individuato come mercato di riferimento per questo prodotto quello dei giovani dai 25 ai 40 anni, “che lo trovano più etico, sostenibile e meno caro”. Il dibattito su questa alternativa al diamante naturale è tornato nuovamente sotto i riflettori quando il gruppo De Beers, a fine maggio, ha annunciato il lancio di un nuovo brand, Lightbox Jewelry, che da settembre ha iniziato la commercializzazione (per ora solo negli Stati Uniti) di gioielli con diamanti sintetici, scatenando una ondata di reazioni nel settore orafo.



Gli standard internazionali per l’oro: Lbma e Rjc


Il settore del gioiello, dunque, ha diverse sfide davanti a sé. La prima riguarda senza dubbio la provenienza dell’oro e le sue modalità di estrazione. Pur non esistendo una certificazione “etica” dell’oro, si può definire “oro etico” quello acquisito da fonti di approvvigionamento qualificate come “responsabili”, ossia che rispettano le buone prassi ambientali ed i migliori standard sociali (cioè che rispettano i diritti umani, l’ambiente e combattono qualsiasi tipo di pratica illegale).

Esistono norme ritenute universali per muoversi in questo complesso mondo della sostenibilità?
Per quanto riguarda l’oro, bisogna tener conto delle certificazioni internazionali della LBMA (London Bullion Market Association) e quelle del Responsible Jewellery Council. Partendo dalla prima, fa riferimento alla più importante associazione internazionale del mercato dell’oro, che raccoglie 140 membri in più di 30 Paesi appartenenti alla filiera. “L’Associazione fissa gli standard di riferimento principali per quanto riguarda la qualità, l’origine e la trasparenza del mercato – spiega Ivana Ciabatti, presidente di Federorafi, aministratore unico di Italpreziosi e ad di Goldlake -. Gli standard che vengono fissati, in particolare, servono a prevenire ogni forma di abuso dei diritti umani, riciclaggio e terrorismo. Relativamente agli standard di qualità, LBMA prevede anche le caratteristiche qualitative secondo le quali debbono essere prodotti i lingotti d’oro (“good delivery”)”.

Il Responsible Jewellery Council è invece un’associazione internazionale che raccoglie più di 1.100 membri che fanno parte dell’intera filiera dell’oro, dall’estrazione fino alla realizzazione di gioielli, e che ha come scopo quello di garantire il rispetto dei diritti umani, della tutela dei lavoratori, dell’ambiente, delle pratiche estrattive attraverso il processo di Due Diligence su tutta la catena. Una coscienza che si è fatta strada anche tra le aziende orafe italiane, dal momento che, degli oltre 730 membri certificati dal RJC secondo il relativo Code of Practice, 94 hanno sede nel Belpaese, coprendo una fetta del 13% circa.

“Entrambe le certificazioni, LBMA e RJC, si ispirano ai criteri di eticità – prosegue Ciabatti – e si rifanno alle linee guida OCSE, oltre che debbono rispettare le regole previste dal Dodd-Frank Act. La caratteristica più importante di entrambe le certificazioni è che, per il rilascio delle stesse, occorre che l’azienda richiedente superi positivamente un ‘audit’ di terza parte che verifica il rispetto degli standard previsti. Altra caratteristica è che successivamente alla prima certificazione, l’azienda deve dimostrare il mantenimento dei requisiti nel tempo, attraverso audit periodici”. Il riferimento alle norme OCSE riguarda le raccomandazioni rivolte dai Governi firmatari della Dichiarazione del 2000 alle imprese multinazionali contenenti “principi e norme volontari per un comportamento responsabile delle imprese, conforme alle leggi applicabili”. Un corpo di regole che si è evoluto nel corso degli anni e che ciascun paese ha promosso con strumenti propri: in Italia, la promozione e la corretta applicazione delle Linee Guida è assicurata dal “Punto di Contatto Nazionale italiano”, istituito con l’art. 39 della L. 273/2002 , che rientra tra le attività del Ministero dello Sviluppo Economico, Direzione Generale per lo Sviluppo Produttivo e la Competitività.



Italia in prima fila: il progetto GOLDLake


Nella diffusione di buone pratiche (certificazione, eticità, responsabilità sociale) anche l’Italia ha il suo ruolo cruciale nel campo dell’oro sostenibile. Nel settore orafo italiano, la sostenibilità ha fatto il suo ingresso dalla porta principale già molti anni fa. Sono molte le aziende che, per mission, hanno quella di rappresentare una formula imprenditoriale votata a principi come il rispetto dell’ambiente, l’inclusione sociale, la diffusione di prodotti creati a partire da materie prime ottenute secondo standard certificati e anche molte attività a testimonianza dell’impegno sociale.

Ivana Ciabatti
Ivana Ciabatti

Uno dei esempi è rappresentato dalla mission di Goldlake Ip, di cui l’aretina Italpreziosi detiene il 50%: quello di cui si occupa è la raffinazione e commercializzazione di oro di fonte mineraria, ma prodotto in modo “etico”. “Il metallo viene lavorato nel rispetto dei più elevati standard di tutela ambientale, adottando tecniche che non prevedono l’utilizzo di sostanze tossiche come mercurio o cianuro, e di sostenibilità, investendo nel sociale e nell’integrazione con le comunità nel territorio che ci ospita – spiega Ivana Ciabatti, vicepresidente e amministratore delegato di Goldlake IP -. Quindi un nuovo modo di fare business, un prodotto nuovo, rivoluzionario che riesce a coniugare profitto, innovazione e rispetto per l’individuo e l’ecosistema; in altre parole un prodotto “etico” che evita quei metodi che causano inquinamento e conseguenze devastanti per l’ambiente e per le popolazioni locali”.

L’attività di estrazione viene svolta secondo principi di sostenibilità, minimizzando l’impatto sull’ambiente e garantendo ai lavoratori i migliori standard di sicurezza e di qualità di vita sul luogo di lavoro. Innovativo è anche il rapporto con le comunità locali, che riunite in cooperative di estrazione, possono estrarre oro da vendere alla miniera, utilizzando la tecnologia e i mezzi messi a disposizione dall’azienda, la quale è impegnata contrattualmente all’acquisito a condizioni prefissate ed eque, a vantaggio delle stesse cooperative.


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L’impegno sociale e di eco-sostenibilità è declinato in più modi: la miniera mette a disposizione gratuitamente farmaci e assistenza medica presso una clinica con medico presente quotidianamente, non solo per i dipendenti o i soci delle cooperative, ma per tutta la comunità locale; dal punto di vista puramente tecnico-produttivo, l’estrazione di oro avviene da depositi alluvionali con tecniche che prevedono, attraverso processi gravimetrici, il solo utilizzo dell’acqua per estrazione dell’oro, peraltro riciclata e riutilizzata, senza impiego di inquinanti come cianuro o mercurio tipiche delle estrazioni minerarie su vasta scala. Ultimo step è il ripristino, una volta terminato il ciclo di vita della miniera, delle colture e della vegetazione rimossa, attraverso la creazione di una vera e propria “nursery” di piante autoctone, che saranno pronte per il ripopolamento, una volta che il sito avrà terminato la propria capacità produttiva, portando di fatto a “zero” l’impatto ambientale.

“Il progetto Goldlake IP mira così a comprendere l’intera catena del valore dell’Oro – conclude l’Ad -, aggiungendo valore lungo tutta la filiera e certificando e tracciando un processo che va dall’estrazione alla vendita finale, rispondendo alle regole di solidarietà, sviluppo ecosostenibile e tutela ambientale che il mercato, guidato dalle coscienze sociali, necessita”.



Chimet, economia circolare da oltre 40 anni


Cristina Squarcialupi
Cristina Squarcialupi

Quando si parla di oro e sostenibilità, sono diverse le pratiche aziendali che possono rientrare in questo binomio, come, per esempio, il recupero di scarti di metallo da re-immettere nella filiera. È questo, da 40 anni, il core business della Chimet, azienda di Arezzo nata come divisione interna della Unoaerre e specializzata nel recupero e nell’affinazione dei metalli preziosi anche attraverso politiche di recupero e riciclo che hanno portato alla nascita della Divisione Ecologica e Smaltimento Rifiuti, una società pioniera dell’economia circolare di cui oggi si parla tanto e che indica un sistema economico pensato per potersi rigenerare da solo. “L’economia circolare è il nostro core business da sempre – spiega Cristina Squarcialupi, membro del Cda di Chimet -: il nostro lavoro è recuperare materie prime (nel nostro caso, materie prime preziose, come oro, argento e metalli del gruppo del platino) da ciò che lo contiene in quantità che ne giustifichino il recupero; naturalmente, nel nostro caso, soprattutto scarti dell’industria orafa, ma anche di altri settori: circuiti stampati, catalizzatori esausti, marmitte catalitiche. Una volta recuperate, le materie prime vengono rigenerate e rientrano nella filiera. La Chimet a sua volta le utilizza per produrre, per esempio, lingotti certificati secondo la good delivery list della LBMA (ma anche catalizzatori, sali per metalli preziosi, paste serigrafiche, argento per celle fotovoltaiche)”.

Una Spa nata dunque per processare “rifiuti”, attività per la quale sono obbligatorie numerose autorizzazioni. “Questo aspetto si è molto evoluto nel corso degli anni – continua Cristina Squarcialupi – e naturalmente siamo in possesso di tutti i documenti necessari. Su questo punto però sento di dover specificare una cosa: il nostro ordinamento chiama ‘rifiuti’ materie di grande valore, che per essere estratte alla fonte necessitano di grandi investimenti e di pesanti conseguenze sull’ambiente. Quello che manca in Italia è una riflessione sulla legislazione perché il nostro status normativo non è armonizzato con quello degli altri paesi europei, cosa che danneggia le nostre aziende nel momento in cui vogliono lavorare fuori dai confini nazionali. Il primo passo da compiere, secondo la mia opinione, è ripensare il termine “rifiuti”, perché i prodotti che lavoriamo contengono spesso quantità di materie preziose maggiori rispetto a quelle estratte, che comportano tra l’altro anche maggiori rischi per l’ambiente e le popolazioni dei paesi dove avviene l’estrazione”.



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Gioiello etico e cliente finale:
a che punto siamo? 


“Sostenibilità”, dunque, è un concetto molto ampio che riguarda, da un lato, il prodotto in sé (quando per esempio è realizzato con materie prime etiche) e, dall’altro, la filiera a monte, cioè quanto l’intero processo di produzione sia conforme a standard etici (le attività di un’impresa a tutela dell’ambiente, dei propri lavoratori e della collettività). Le aziende italiane, non estranee al dibattito, hanno iniziato a mettersi in gioco, spaziando tra garanzia di origine, tutela dell’ambiente e dei lavoratori fino ad attività di natura solidale, considerate parte della mission di un’azienda che ami definirsi “etica”.

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Francesco Belloni

Dare garanzia della provenienza è da molti anni il fulcro dell’attività della Gioielleria Belloni di Milano, che fin dal 2005 ha impresso alla propria azienda una direzione “sostenibile” (ed è oggi unico rivenditore italiano autorizzato e garantito dalla Fairmined Certification9 fin dal 2005). Fu allora infatti che iniziò a importare diamanti dal Canada dotati di certificazione d’origine. “Lo abbiamo sempre ritenuto un mercato etico – spiega il titolare Francesco Belloni, che nelle scorse settimane è stato ospite della Chicago Responsible Jewelry Conference come unico italiano tra gli invitatiperché la provenienza dice molto di più del semplice affermare che non si tratta di “conflict diamonds”. Con il tempo, poi, i clienti hanno iniziato a chiederci anche le fedi etiche, e così abbiamo introdotto anche l’oro etico, estratto da miniere a piccola scala dove le condizioni di lavoro sono monitorate così come il rispetto dell’ambiente e che costa 4 dollari in più al grammo per garantire ai minatori entrate certe al di là delle fluttuazioni del metallo. Quando gli oggetti commissionati sono aumentati, ci siamo rivolti a una microfusione di Valenza che li realizza per noi utilizzando una fusione separata per evitare “contaminazioni” con oro non etico: da 2 anni tutti i nostri gioielli sono in oro 100% Fairmined”.

Ma qual è l’identikit di chi va in gioielleria chiedendo espressamente di acquistare un gioiello etico? C’è una fascia d’età prevalente? La sensibilità dei consumatori è realmente cresciuta negli ultimi anni? “Noi abbiamo avuto una risposta immediata – prosegue Francesco Belloni, che gestisce l’attività con la sorella Luisa e un collaboratore, Gianluca -, anche perché abbiamo voluto fare una comunicazione mirata a una radio di Milano molto sensibile a questi temi, quindi abbiamo fatto il nostro ingresso nel mercato verso una domanda già forte. La nostra è stata anche una risposta alle difficoltà dei primi segnali della crisi mondiale: avevamo due scelte, inserire l’acciaio o scegliere il gioiello etico. Oggi siamo contenti della nostra decisione. Abbiamo iniziato producendo 6-7 gioielli e ora abbiamo in negozio centinaia di pezzi: dall’inizio di questa avventura abbiamo venduto oltre 3mila gioielli con diamanti etici, con un costo medio di 750-800 euro. Il target è piuttosto giovanile, tra i 30 e i 50 anni”.

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Efrem Antoniazzi

Si rifornisce esclusivamente alla gioielleria Belloni l’azienda Uroburo, una cooperativa che realizza gioielli artigianali con oro e diamanti etici che ha inserito e formato al lavoro orafo numerosi soggetti svantaggiati con sofferenza psichica segnalati dai CPS – Centri Psico Sociali degli Ospedali milanesi (almeno 12 finora). Attualmente occupa regolarmente 6 persone di cui 5 “svantaggiate sociali” e vende i propri prodotti nel punto vendita di Milano dove avviene anche la produzione, così come online sul sito www.oroburo.it. Abbiamo iniziato con i diamanti e da un anno stiamo cercando di utilizzare anche oro etico – spiega l’amministratore Efrem Antoniazzi -: la nostra idea di impegno sociale si realizza anche dando attenzione alla filiera, per questo garantiamo l’origine delle nostre materie prime. Ci rivolgiamo a un consumatore di cultura elevata, perché chi chiede un prodotto etico si è molto informato prima di venire da noi; l’età media dei nostri clienti è tra i 30 e i 40″. Una conferma dell’attenzione che questa fascia di età (così come quelle inferiori, che però magari non possiedono ancora un potere d’acquisto sufficiente) presta al tema della sostenibilità.

Alessia Costa
Alessia Costa

È un target più trasversale invece quello della Alessia Costa Gioielli,  shop online dedicato ai gioielli artigianali Made in Italy, che considera la sensibilità personale come fattore decisivo per l’acquisto di un prodotto sostenibile. “Proprio pochi giorni fa una donna mi ha chiamato per chiedermi informazioni sul gioiello etico – spiega la fondatrice Alessia Costa aveva letto qualcosa sul nostro portale e voleva saperne di più prima di acquistare un gioiello per il battesimo di sua nipote. Noi lavoriamo a stretto contatto con il nostro fornitore unico, un’azienda di Valenza, certificata Fairmined e Fairtrade. A loro do indicazione del design, facciamo insieme il prototipo e loro lo realizzano. Inoltre, si tratta di un’azienda che non usa nichel, ma una lega di oro 18 kt e palladio. Questo, secondo me, è l’aspetto che alla gente sembra interessare di più: quello della sicurezza dei prodotti. Abbiamo molto a cuore anche la gestione delle risorse umane: anche l’orario lavorativo è impostato al fine di agevolare la vita famigliare dei dipendenti, in particolare delle madri. Una scelta importante, visto che il 54% del nostro personale è donna”. Creare gioielli sostenibili non è l’unica forma di eticità possibile: esistono tante attività che possono sottolineare l’impegno sociale votato al benessere collettivo. Alessia Costa Gioielli, per esempio, è partner della sede torinese dell’Unione Genitori Italiani: per ogni gioiello venduto online (l’unico canale del brand), il 5% va all’associazione per sostenere le famiglie dei bambini malati, ospitate presso “Casa UGI” durante la degenza dei figli.

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Mara Bragaglia

Trasversale è il target anche secondo Mara Bragaglia, fondatrice del brand “MaraisMara”, che dal 2016 utilizza Oro Fairtrade. “Siamo stati il primo laboratorio a lavorarlo – spiega -: ho iniziato a credere in questa filosofia appena ho messo piede nel settore prezioso. Questo settore ha un impatto significativo sul mondo e non possiamo chiudere gli occhi, ecco perché è importante rendere conto di ciò che facciamo. In primis, con le certificazioni: oltre all’oro Fairtrade, utilizzo argento riciclato in particolare l’ Argentium 935 – perché quello della filiera Fairtrade è prodotto in quantità esigue, assorbite quasi completamente dalla Gran Bretagna -; per i diamanti, la questione è più delicata, soprattutto per la difficoltà di controllo su quelli provenienti da alcuni paesi africani. Per evitare rischi, sui miei gioielli monto pietre provenienti dalle due fonti tracciabili (Canadamark e OriginAustralia). Altrettanto complessa è la garanzia sulle gemme di colore, che cerco di offrire incontrando di persona i fornitori e visitando le miniere. Infine, per le perle, mi rivolgo a un’azienda di Copenhagen che dà certezza della loro provenienza”. Ma è vero che i giovani sono i più attenti alla sostenibilità? “Da quel che vedo nel mio lavoro quotidiano è che non è una questione generazionale – prosegue Mara Bragaglia – piuttosto assistiamo a un cambiamento generale. Sicuramente, trattando un prodotto di fascia medio-alta, ho un pubblico di persone più adulte, ma il prodotto etico è sentito anche tra i più giovani: se educati, appena avranno la disponibilità economica passeranno all’acquisto vero e proprio”.

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Da sinistra: Elena Gilardi, Paola Rocca e Grazia Gilardi

Condizioni di lavoro precarie si registrano non solo nei paesi con elevata attività mineraria, ma anche nei paesi storicamente produttori, come l’India. Proprio evitare lo sfruttamento di personale, spesso di minore età, è la mission principale di Agapanthus gioielli, che produce pezzi realizzati artigianalmente in Italia in un laboratorio sul lago di Como. “I bambini vengono spesso sfruttati per produrre gioielli di piccole dimensioni, come le collane a rosario – spiega Paola Rocca, socia fondatrice insieme a Elena Gilardi e Grazia Gilardi -. Noi diamo garanzia di una produzione 100% italiana fatta con personale adulto e regolarmente assunto. Lo stesso principio etico lo applichiamo alle nostre pietre, che andiamo ad acquistare in India due volte all’anno, assicurandoci personalmente di lavorare con fornitori responsabili”.


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