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Gioielli, vulcani e globalizzazione

Mentre stiamo per mandare alle stampe questo numero di “Preziosa”, l’Europa tutta è paralizzata dai capricci di un lontano vulcano islandese: vie di comunicazioni interrotte, bivacchi in stazioni e aeroporti, migliaia di voli sospesi. Una situazione, a detta dai mezzi di comunicazione “apocalittica” ma che lascia in ogni caso stupito, chi come noi non ha progetti di viaggio e l’unica cenere nell’aria visibile è quella del barbecue del vicino.

La cronaca di questi giorni, comunque ci consente di riflette su un dato di fatto: la fragilità della globalizzazione. Sempre più spesso il mondo moderno deve fare i conti con l’“effetto domino”, eventi localizzati in soli ambiti o territori ma che, come il vecchio gioco da tavolo, coinvolgono l’intero pianeta. La crisi finanziaria, ahimè ancora in corso, ne è un esempio tristemente attuale e appropriato. L’influenza della globalizzazione nel mondo della gioielleria è un fenomeno che abbiamo già affrontato in precedenza, soprattutto in funzione di quelle peculiarità proprie di alcune produzioni italiche in grado di competere e spesso sovrastare altri competitor con minor fantasia e creatività.

Ne sono esempio le eccellenze delle produzioni campane, racchiuse nello speciale ad esse dedicato, seconda tappa del nostro viaggio nei distretti orafi italiani. Oro, coralli e cammei, rivisitati e reinterpetrati più belli che mai.

Infine, non posso non menzionare la recensione del magnifico Grande Complicazione 42500 di Lange& Sohne: una vera e propria opera d’arte ritrovata in una cantina e riportata a nuova vita dopo otto anni di studio e lavoro dagli specialisti di Glashutte.


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