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Fisco: gli atti incomprensibili sono nulli

Quante volte è accaduto ad un contribuente di ricevere cartelle esattoriali o atti impositivi del tutto incomprensibili, privi delle più elementari informazioni per risalire alle motivazioni delle pretese dell’Amministrazione?

Purtroppo ciò continua ad accadere non di rado, anche se la progressiva assimilazione dei principi dello Statuto del Contribuente da parte delle amministrazioni pubbliche e la loro traduzione nella prassi ha fortunatamente ridotto negli ultimi anni il numero di tali casi.

Va infatti sottolineato che tanto lo Statuto del Contribuente, quanto altre norme nonché una copiosa Giurisprudenza hanno riaffermato il principio che il cittadino ha diritto a ricevere ogni informazione utile per ricostruire la genesi degli atti ed esercitare al meglio il diritto di difesa.

Il caso che oggi esaminiamo riguarda un contribuente che si è visto recapitare un avviso di liquidazione dell’imposta di registro con le relative sanzioni, contenente solo le indicazioni degli estremi dell’atto da registrare e della somma complessiva da pagare, senza alcuna indicazione sull’ammontare dell’imposta originaria e sulle modalità di calcolo delle sanzioni; omissione non di poco conto se consideriamo che la cifra richiesta era di oltre 31.000 Euro.

Già la Commissione tributaria regionale aveva dato ragione al contribuente annullando l’avviso, “evidenziando che lo stesso, privo della benché minima forma di motivazione, non consentiva al contribuente di comprendere le ragioni che ne avevano determinato l’emissione”.

Tale giudizio è stato confermato dalla Cassazione con la sentenza del 17 aprile 2013 n. 9299, la quale, a fondamento della sua decisione a favore del contribuente, si richiama all’art. 7 dello Statuto del Contribuente (Legge 212/2000), le cui disposizioni, non dimentichiamolo, “costituiscono principi generali dell’ordinamento tributario” (art. 1 comma 1) e come tali sono vincolanti per l’Amministrazione finanziaria, come statuito da un’altra sentenza della Cassazione (n. 17576 del 2002).

L’art. 7 dello Statuto del contribuente riguarda appunto la chiarezza e motivazione degli atti.

Gli atti notificati dall’Amministrazione finanziaria devono tassativamente, a pena di nullità (commi 1 e 2):

  1. essere motivati, indicando presupposti di fatto e ragioni giuridiche alla base delle decisioni dell’Amministrazione, in modo tale da garantire il diritto alla difesa del contribuente. Eventuali atti a cui l’Amministrazione fa riferimento nella sua richiesta devono esservi allegati ovvero il loro contenuto deve essere adeguatamente richiamato nella motivazione;
  2. indicare l’ufficio presso cui è possibile ottenere informazioni e il responsabile del procedimento;
  3. indicare l’organo presso il quale è possibile promuovere un riesame dell’atto, anche nel merito, in sede di autotutela (l’autotutela è lo strumento attraverso cui la stessa amministrazione che ha promosso l’atto può deciderne l’annullamento, qualora ne verifichi l’infondatezza);
  4. indicare le modalità, i termini, l’organo giurisdizionale o l’autorità amministrativa competente per proporre ricorso.

Il titolo esecutivo (il ruolo) deve riportare il riferimento all’eventuale precedente atto di accertamento o la motivazione della pretesa tributaria (comma 3), nonché il codice fiscale del contribuente.

Questo il quadro delle garanzie delineato dallo Statuto.

Ora, scrive la Cassazione nella sentenza riguardante il caso oggi esaminato : “nell’atto stesso era stata omessa l’indicazione della normale applicazione della tassazione con indicazione di ogni elemento che potesse dare la possibilità di una verifica dei presupposti e delle applicazioni di percentuali per individuazione delle quantificazioni di ogni ammontare; da tale carenza discende l’equivocità della tipologia di tassazione liquidata sull’atto”. In pratica, il contribuente non poteva disporre di alcun elemento di calcolo per capire, tra sanzioni e more, come si fosse giunti ai 31.000 Euro richiesti e quindi per valutare se la pretesa dell’Agenzia delle Entrate fosse corretta.

Quindi, prosegue la Corte, si deve ritenere “che la sola indicazione degli estremi dell’atto da registrare e della somma da pagare non sia idonea ad integrare il requisito della motivazione dell’atto impositivo, che, in base al disposto di cui all’art. 7 della l. n. 212 del 2000 )Statuto del contribuente), deve contenere informazioni tali da garantire al contribuente il pieno ed immediato esercizio delle sue facoltà difensive.”

 


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