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Fisco, attenzione ai prelievi sui conti aziendali

Prelievi non sufficientemente giustificati sui conti correnti aziendali possono far scattare la presunzione che si tratti di ricavi in nero. Tale presunzione è valida anche se la contabilità aziendale è del tutto regolare sotto il profilo formale. E’ questo il principio affermato dalla Cassazione con la sentenza n. 15236 del 12 settembre scorso. Occorre dunque prestare la massima attenzione a non effettuare prelievi che non siano giustificabili con esigenze aziendali, dirette o indirette, o che siano del tutto sforniti di qualsivoglia pezza d’appoggio.
Cosa era accaduto? I soci dell’azienda finita nel mirino del Fisco avevano effettuato ripetutamente dei prelievi sui conti della società, poi, a quanto sembra, contabilizzati come crediti della società verso i soci.

Per il Fisco, tale circostanza era sufficiente per far scattare “la presunzione per cui i crediti della società verso i soci per prelievi eseguiti da questi sono indice di maggiore reddito della società non contabilizzato”. Il Fisco ha contestato perfino il fatto che i soci avessero pagato delle rate di un mutuo a loro intestato senza però disporre di altri redditi o fondi a disposizione. Per questo motivo, anche le rate del mutuo sono state ascritte a maggiori ricavi non contabilizzati della società. I contribuenti sotto accusa non sono riusciti a dimostrare documentalmente l’infondatezza delle presunzioni del Fisco, per cui la Cassazione, come prima la Ctp e la Ctr, ha dato loro torto su tutti i fronti. I giudici tributari di primo e secondo grado avevano  “ritenuto di dover attribuire valore di prova presuntiva ad alcune circostanze (registrazione di crediti verso i soci, ingiustificati prelievi sui conti correnti della società da parte dei soci, incongruenze dei depositi in conto corrente basati prevalentemente su assegni, sostenimento da parte dei soci del mutuo ipotecario per 245 milioni di lire).

Il ricorrente aveva contestato nel metodo l’operato dei giudici, lamentando l’inversione dell’onere della prova in quanto, a suo dire, le predette prove presuntive non inficiavano la correttezza della contabilità aziendale. Di fatto il ricorrente non riusciva ad indicare “i fatti controversi decisivi che sarebbero oggetto di vizio motivazionale” e quindi, come nei giudizi di primo e secondo grado non era riuscito a contestare sufficientemente nel merito le argomentazioni dei giudici, così in Cassazione non aveva trovato argomenti sufficienti per contestare il “percorso logico motivazionale” delle sentenze precedenti. In pratica, una gestione confusa e non sufficientemente giustificabile dei conti aziendali ha portato ad una sanzione tributaria ed ad un lungo e costoso processo, (nel quale il ricorrente è risultato perdente in tutti e tre i gradi di giudizio) che forse potevano essere evitati mediante una gestione più oculata e diligente dei rapporti finanziari tra soci ed azienda.


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