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Etica ed utili Gemme e gioielli nell’era della RSI

La RSI in Italia parte dai gioielli. A Milano si è tenuto il meeting del RJC (Responsible Jewellery Council), Assogemme prepara un Codice Etico per le pietre preziose, l’ICA (International Colored Stones Association) propone un sistema di tracciabilità per arginare i traffici criminali legati alle gemme. Nel 2013 fioccano iniziative e procedure etiche. Ma non dimentichiamo che la RSI non è buonismo strillato. È strategia.

Che cos’è la RSI (Responsabilità Sociale di Impresa)? La ricerca degli utili a tutela degli azionisti era l’unica bussola che nel secolo scorso orientava la strategia delle imprese. Dopo un ampio dibattito, nel 1984 l’economista statunitense Freeman ha rivoluzionato l’approccio misurando la prestazione aziendale attraverso la ricerca della soddisfazione degli interessi di tutti i gruppi coinvolti nei processi (stakeholder). Ecco allora che dipendenti, colleghi, clienti, fornitori, comunità territoriali, pubblica amministrazione, ricercatori scientifici, operatori dei media, ONG, ambiente diventano tutte componenti fondamentali per le performance dell’impresa. Gli stakeholder non sono più strumenti per il mero raggiungimento di profitto bensì il fine stesso della prassi dell’azienda che, garantendo gli interessi ed il benessere di tutti, produce maggior valore e consolida la propria immagine. Nel nuovo millennio le politiche di RSI si sono assai infittite al punto da essere ormai decisive per le aziende di grandi dimensioni. Ne sa qualcosa la Nike che è stata investita a metà anni ‘90 da feroci critiche sulle non adeguate condizioni di lavoro nei luoghi di produzione (ancora oggi il marchio soffre perché si percepisce disinteresse verso abusi e sfruttamento). Gli organismi politici ed economici internazionali nell’ultimo decennio spingono molto perché anche le piccole e medie aziende adottino comportamenti socialmente responsabili verso le risorse ambientali e i gruppi cui sono allacciate.

Non tutti lo sanno ma consegnare al cliente un report gemmologico affidabile è una prassi di RSI.

Se un gioielliere potesse rivedere la propria giornata allo schermo capirebbe perché gli parlano tanto di RSI. Una polizza antinfortuni, un report sul diamante o sul titolo di un bracciale, la fattura di un nuovo condizionatore per i dipendenti, il registro degli acquisti fatti da privati, il microscopio… Ma l’elenco degli oggetti che attestano il livello del nostro coinvolgimento con pratiche di responsabilità verso clienti e partner sarebbe molto più lungo. Grossisti o dettaglianti, siamo tutti punti di un’intricata rete di relazioni per le quali verremo giudicati. I clienti valutano la lealtà con la quale dovremmo tutelare i loro soldi, l’amministrazione ci impone standard, i dipendenti chiedono rispetto di diritti.
Il senso civico spesso – è vero – coincide perfettamente con la convenienza pratica dell’imprenditore. Ma per temi quali sicurezza, rispetto dei diritti umani, controllo su riciclaggio, lealtà con la pubblica amministrazione, tutela del consumatore magari occorre guardarsi meglio allo specchio. Perché gli orafi sembrano sottoposti a maggiori aspettative etiche? Ci sono ragioni storiche: metalli e pietre preziose sono considerati – prima che come merce – come valore in sé. Chi gestisce valore deve garantire una corretta relazione tra la natura del bene e la congruità del corrispettivo.  Ma oggi la presa di coscienza mira più in alto verso il punto nevralgico della gestione del flusso delle materie prime, dai remoti siti estrattivi fino alle vetrine. Che succede all’origine? Ecco degli esempi. (A). Le imprese sono minuscole, pochi minatori sottopagati che si avvalgono del lavoro di minori. (B). Soprattutto i diamanti sono scambiati con armi, si opprimono minoranze, si promuovono conflitti interetnici. (C). In Africa l’estrazione è spesso gestita da amministratori pubblici corrotti. (D).

I lavori minerari per lo sfruttamento di oro e rame a Tampakan (Filippine) rischiano di compromettere le risorse idriche della regione.

In molti paesi le aree minerarie sono nelle mani di organizzazioni criminali e non ricadono benefici sul territorio. Il valore viene aggiunto da noi, alla fine della catena distributiva. (E). Lo sfruttamento indiscriminato provoca lacerazioni ambientali (esempio: disboscamento in Mozambico). Naturalmente non le piccolissime imprese ma le Associazioni devono affrontare questi nodi che sono insolubili al di fuori di un enorme lavoro transnazionale ben concertato con i governi e le istituzioni. Il RJC è riuscito ad istituire una catena di fornitura che garantisca la legalità dei passaggi dei metalli preziosi ma ha dovuto ammettere l’impossibilità di tracciare eticamente i diamanti tagliati a causa della levata di scudi degli operatori terrorizzati da doppi inventari e complicazioni burocratiche. Il rischio è allora che i piccoli operatori percepiscano la responsabilità sociale come un ulteriore adempimento che prelude ad altri costi. Poi ci sono rischi, all’estremo opposto, di farsi autogol. C’è chi riduce la RSI ad una semplice pagina pubblicitaria che rimanda ossessiva lo spot del manager zelante e pio ritratto mentre edifica mense nella giungla. La sostanza in fondo sta proprio qui. Praticare politiche di responsabilità sociale consiste in questa singolare contraddizione: trasformare in utili per l’azienda prassi disinteressate ed etiche. Approfittare di un’azione altruistica. In questo sofisticato equilibrismo i grandi nomi USA sanno cimentarsi da tempo. Tiffany ha fatto scuola: le linee etiche – discrete e mai urlate nella comunicazione – sono state delineate già da tempo. Per le gemme adesione al Kimberley Process (ma così fan tutti), bando unilaterale ai rubini birmani (discutibile e tecnicamente inapplicabile), bando unilaterale al corallo (specie non realmente in pericolo). Niente di che, ma conta il risultato: nessuna complicazione, vendite a gonfie vele, CSR awareness e brand effectiveness alle stelle in poche mosse.


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