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Editoriale: Mamma ho perso il gioiello

Gioiello e bijoux, due mondi lontani?
Continua a tenere banco questa oramai stantia querelle oggi più che mai superflua.

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LA QUESTIONE È SEMPRE LA STESSA: ESISTE UNA REALE E SOSTANZIALE DIFFERENZA TRA IL GIOIELLO, CREATO CON MATERIALI NOBILI E PIETRE PREZIOSE, E MONILI, INVECE, PRODOTTI IN SERIE DOVE IL LORO VALORE AGGIUNTO È DOVUTO PREVALENTEMENTE AL GUSTO?

GIOVANNI MICERA NUOVA-minCredo che il gioiello debba essere espressione di creatività e solo poi anche di preziosità. Se mettiamo a confronto le definizioni di gioiello presenti sulla Treccani e su Wikipedia* (esercizio già fatto oltre 6 anni fa) scopriamo che su quest’ultima l’utilizzo del semplice avverbio di tempo “di solito” allarga la definizione ai materiali non preziosi. Detto ciò, è evidente che ormai da quasi un decennio i codici non sono più gli stessi perché è il designer che fa da contraltare.

E se da una parte riscontriamo un rinascimento del bijoux – così bisogna definirlo considerati i fasti del passato – d’altra parte assistiamo ad una vera e propria attività negazionista di chi lo propone nelle proprie vetrine. Provate a chiedere ad un “gioielliere” quale è la sua opinione rispetto al bijou e sbirciate nel suo negozio. Lo stesso atteggiamento lo si riscontra, ogni volta, nei convegni o nelle fiere, l’orgoglio è troppo per ammettere che grazie al bijou o agli orologi in silicone si è riusciti a sopravvivere nei momenti bui della crisi. Oltretutto non si spiegherebbe perché in fiere di gioiellerie è sempre più forte la presenza del gioiello moda (VicenzaOro/Glamroom, Oroarezzo/Bi-Jewel, Tarì/tarì Bijoux, ecc.). E a proposito di crisi, credo che sia chiaro a tutti che ormai non ci si può più nascondere dietro.

Ritornando al nostro bijou è evidente che non potrà mai sostituirsi al blasonato cugino prezioso ma allo stesso tempo rappresenta una valida alternativa nella quotidianità della donna. Sull’aspetto commerciale, sarebbe anche inutile ribadirlo, ritengo che, soprattutto sul web, possa essere un’ottima opportunità per fare fatturato. E non solo.

La proposizione del bijou potrebbe agevolare un processo necessario e improcrastinabile di svecchiamento delle gioiellerie italiane. Modelli internazionali ci insegnano che si possono fare vendite importanti anche senza salottini e porte blindate. L’importante è saper raccontare il proprio mondo.


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Gioièllo
s.m. [dal fr. ant. joel, che è il lat. *iocalis, agg. di iocus «scherzo, gioco»].
Ornamento di metallo prezioso lavorato, spesso adorno di una o più gemme, destinato a ornare le mani, le braccia, il collo, la fronte, ecc. (anelli, orecchini, collier, diademi, ecc.): ornarsi di gioielli; una parure di gioielli, l’insieme abbinato di collana, orecchini, braccialetto, ecc.; lo scrigno dei g.; tenere, conservare come un g., con grande cura, gelosamente.

Gioielleria
Il termine gioielleria di solito indica gli oggetti ornamentali indossati da un individuo realizzati in uno dei cinque metallipreziosi (oro, argento, platino, palladio e rodio) e in cui di norma viene incastonata almeno una pietra preziosa (diamante, rubino, zaffiro, smeraldo), o una gemma d’origine organica come corallo o perla. Largamente usati in gioielleria sono altri minerali come topazio, acquamarina, lapislazzuli, ametista, opale, ecc.. Gli oggetti così realizzati sono definiti oggetti di oreficeria (attività legata alla lavorazione dell’oro).


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