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Editoriale / «Dunque, dove eravamo rimasti?»

Partiamo dai numeri ufficiali del settore / Dazi, guerre commerciali e tensioni geopolitiche: cosa succederà ad Hong Kong? / Il prezzo dell’oro è alle stelle. Torneranno i compro oro? Cosa si venderà nelle gioiellerie?

A pochi giorni dalla ripresa autunnale e in attesa dei primi importanti scambi commerciali auspicati negli appuntamenti fieristici settembrini, proviamo a fare una sintesi ragionata della situazione attuale e un’ipotesi di scenario a breve e medio termine.

Partiamo dai numeri ufficiali del settore

Gli ultimi dati ufficiali disponibili sono quelli relativi al primo trimestre 2019 elaborati dagli analisti del centro studi di Banca Intesa, capitanato da Stefania Trenti.
Iniziamo dal distretto orafo Vicentino, che segna un + 2,1 per cento (+6,7 milioni) sul fronte delle esportazioni: dato positivo dovuto principalmente alla ripresa degli Emirati Arabi Uniti (41%), del Canada (+156%) e del Sudafrica (+22%).

Leggero calo, invece, nei mercati di Stati Uniti e Hong Kong che pesano insieme circa un terzo del totale. In contro tendenza l’Oreficeria di Valenza, l’unico distretto piemontese in discesa. Le esportazioni sono diminuite dell’1,4%, ovvero circa 7 milioni di euro, nonostante il primo trimestre 2019 resti uno dei migliori (primi trimestri) di sempre.

Per i distretti orafi italiani c’è Arezzo che segna +18,9% (pari ad un incremento di 83 milioni di euro) sorpassando nuovamente  Valenza, situazione che non si verificava dal primo trimestre 2017 – il distretto piemontese, negli ultimi due anni, era riuscito a mantenere il primato in termini di export in valore, dopo il picco del secondo trimestre 2017 –, la Campania purtroppo continua a non essere rilevata nei dati statistici settoriali.

A livello mondiale, secondo i dati del World Gold Council riportati da Banca Intesa: “la domanda mondiale di oro per gioielleria ha registrato nel primo trimestre 2019 un lieve incremento in quantità (+0,6%), trainata soprattutto dal mercato indiano (+5,2%) con attese che restano positive anche per il secondo trimestre (stagione propizia ai matrimoni). Per il settore dell’oreficeria italiano si è assistito ad un rimbalzo della domanda proveniente dal Medio Oriente, del quale ha beneficiato in particolare il distretto dell’Oreficeria di Arezzo, fortemente orientato agli Emirati Arabi Uniti che rappresentano più di un quarto delle vendite all’estero realizzando il miglior tasso di crescita tra i distretti orafi”.

Dazi, guerre commerciali e tensioni geopolitiche: cosa succederà ad Hong Kong?

Il prossimo futuro della gioielleria italiana è reso poco chiaro dalle tante incertezze derivanti dal complesso momento politico mondiale.

La guerra dei dazi in corso tra gli Stati Uniti e la Cina, ad esempio, è una variante importantissima per il nostro export, sia in termini di riduzione degli scambi commerciali sia nelle implicazioni economiche finanziare generate (leggi aumento del prezzo dell’oro).

Ci sono poi le tensioni locali registrate in questi giorni ad Hong Kong, dove, nell’ex colonia britannica, sono presenti le principali fiere orafe di settore – solo nell’edizione di marzo, organizzata dall’HKTDC, la collettiva italiana, curata da ITA, conta la partecipazione di più di 200 aziende orafe. Tra poche settimane è previsto l’evento settembrino, organizzato da UBM Asia, con l’auspicio che le manifestazioni di protesta non danneggino lo svolgimento della fiera: secondo quanto pubblicato in questi giorni dall’autorevole sito americano “diamonds.net”, molti sono già gli espositori che stanno valutando se partecipare o meno all’evento. Staremo a vedere.

Il prezzo dell’oro è alle stelle. Torneranno i compro oro? Cosa si venderà nelle gioiellerie?

A complicare il prossimo semestre del mondo della gioielleria mondiale sarà sicuramente l’impennata del prezzo dell’oro: il metallo tratta intorno ai 1.509 dollari l’oncia, contro i 1.207 di un anno fa, mettendo a segno un apprezzamento del 25% a 12 mesi ritrovando appieno il suo ruolo di bene rifugio.L’incertezza alimentata dalla guerra dei dazi, i timori di rallentamento dell’economia e i segnali in arrivo dalle banche centrali pronte a promettere nuovi stimoli stanno alimentando una forte avversione al rischio tra gli investitori, di conseguenza l’economia finanziaria tende ad abbandonare i normali scambi commerciali a favore di lidi più sicuri quali beni rifugio. È evidente che la gioielleria rappresenti una parte infinitesimale del mercato dell’oro e di conseguenza ne eredita tutti gli influssi senza poter interferire. Proviamo però a capire in che cosa si traduce tutto questo nel nostro mercato. Prendiamo ad esempio il dilagare dei compro oro e la rinascita della bigiotteria dovuti all’impennata del prezzo dell’oro di qualche anno fa. Due fenomeni che hanno travolto il mondo della gioielleria italiana, soprattutto sul fronte retail, e che ci ha visti tutti sconfitti e colpevoli.

Compro oro_saracinesca

Le oscillazioni al rialzo del metallo, soprattutto contestualizzati in un momento di crisi economica, avevano spinto moltissimi italiani a monetizzare i tesoretti di famiglia. Inspiegabilmente, invogliati anche da martellanti campagne pubblicitarie, invece di rivolgersi al proprio gioiellerie di fiducia – fra l’altro la gestione dell’oro usato è sempre stato tra i servizi accessori offerti -, la stragrande maggioranza ha preferito varcare la soglia di un compro oro. Risultato? Quotazioni dubbie, nessun riconoscimento del valore intrinseco del gioiello (pietre e qualità della manifattura) e, soprattutto, una gestione “allegra” del registro di Pubblica Sicurezza. In pochi anni circa 30mila punti vendita hanno invaso le nostre città senza una regolamentazione chiara o un controllo sulla loro attività (bisognerà aspettare il 2018 per vedere la nascita del registro degli operatori compro oro professionali istituito presso l’OAM).

E “i gioiellieri di fiducia”? Sono stati a guardare, denunciando pubblicamente l’anomalia in corso, ma senza mai riuscire concretamente a preservare o a dirottare verso i propri negozi le transazioni commerciali, perdendo così fatturato e, soprattutto, il rapporto con il cliente.

L’impennata del prezzo dell’oro e il crescente disagio della classe media aveva generato un secondo fenomeno: in poco tempo il “prodotto gioiello” era diventato antieconomico. L’unica soluzione per una proposta commerciale interessante era offrire qualcosa il cui valore aggiunto fosse non il metallo ma creatività, brand, prezzo di cartellino. In un primo tempo devo dire, grazie anche all’opportunità offerte dagli enti fieristici, sul mercato è arrivata tanta proposta di prodotti alternativi, ricchi di design, fascino e innovazione.

Purtroppo, quello a cui abbiamo assistito non è stato molto edificante per l’intero comparto. Mentre da un lato il bijou entrava in tutte le gioiellerie italiane, compreso quelle più blasonate, dall’altro lato sistematicamente veniva rinnegato in virtù di una “nobiltà” di bottega che francamente non sempre era percepibile. Sul fronte dei produttori -“designer” non è che la musica è stata diversa: salvando uno sparuto gruppo di aziende, il resto, forte anche di investimenti molto contenuti, hanno inondato il mercato di paccottiglia dozzinale d’importazione. Morale della favola: i “gioiellieri” hanno perso un’importante occasione commerciale per svecchiare e rilanciare le loro attività attraverso un prodotto in grado di coinvolgere, soprattutto le giovani generazioni mentre, i produttori, dal canto loro, hanno fatto un enorme harakiri commerciale. E ora?

Il mio caro amico Gabriele Aprea, presidente del Club degli Orafi, direbbe che non ci rimane che la “resilienza”*.

*
Un impresa è resiliente quando è in grado di affrontare i rischi, cogliendo opportunità anche nelle situazioni negative (si rafforza grazie alla risoluzione dei problemi). In pratica, sa evolversi uscendo positivamente da situazioni di crisi in quanto è capace di gestire il cambiamento.


2 commenti

  1. Raffaele Ciardulli says:

    Analisi impeccabile come al solito caro Direttore


  2. Paolo says:

    Bravo direttore. Analisi concreta e senza peli sulla lingua. Paolo Verde


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