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Doppio sì in Europa per il “Made in”, ora la parola al Consiglio

Il primo passo verso una regolamentazione europea del “Made in” è compiuta. L’etichettatura dell’origine di prodotti provenienti dei paesi extraeuropei è l’oggetto del regolamento approvato in prima istanza a maggioranza (19 voti a favore, 2 contrari e 2 astensioni) dalla Commissione Commercio internazionale dell’Europarlamento e poi, lo scorso venerdì, nella plenaria del Parlamento Europeo con 525 voti a favore e 49 contrari.

Dopo il via libera del Parlamento, ora il testo passa all’esame del Consiglio per l’approvazione definitiva: trovato l’accordo, le nuove regole entreranno in vigore in tutta l’Unione Europea per una durata di 5 anni (con verifica al terzo anno). Una vera e propria accelerata al progetto in meno di due mesi, grazie all’impegno – bipartisan – della vicepresidente della commissione Commercio internazionale dell’Europarlamento Cristiana Muscardini (Pdl) e di Gianluca Susta (Pd) e Nicolò Rinaldi (Idv). Acquisti più garantiti, un’etichetta per la provenienza dei prodotti anche sulla confezione: l’intento non è colpire le importazioni ma garantire una maggiore consapevolezza del consumatore.

Il testo discusso, prima in Europarlamento e poi al Parlamento europeo, è la relazione dell’eurodeputata Muscardini, che venerdì ha commentato: «È una grande vittoria di tutti i consumatori europei e che veniva da tempo richiesta da tutto il comparto produttivo italiano».
La normativa riguarda i prodotti di oreficeria, ma anche tessile-abbigliamento e calzature. «La tesi italiana fa breccia in Europa – ha commentato il viceministro allo Sviluppo economico con delega al Commercio estero Adolfo Urso all’indomani dell’approvazione -: è questa la strada maestra per tutelare il made in Italy e si avvia sulla strada giusta la battaglia che iniziammo nel 2003».

Giuseppe Aquilino

«C’è molta soddisfazione nel comparto – dichiara Giuseppe Aquilino, presidente della Federazione Dettaglianti Orafi Confcommercio – soprattutto quando si fa chiarezza su un tema così delicato. Questa materia, e l’importanza della sua regolamentazione, va a braccetto con la legge titoli e marchi (attualmente in discussione al Senato, ndr): con una regolamentazione chiara diamo ai consumatori la risposta che cercano. Non possiamo rischiare di vendere un prodotto “made in” senza offrire la garanzia che sia tale».

Il primo sì dell’Ue arriva dopo le polemiche scaturite in sede comunitaria dalla legge italiana sul Made in Italy, la c.d. Reguzzoni-Versace-Calearo, che però non riguarda specificamente il settore dell’oreficeria.
«Questa legge ha comunque un merito – spiega Stefano de Pascale, direttore di Confindustria Federorafi – perché ha risvegliato una problematica sopita ma di fondamentale importanza per i nostri prodotti. La relazione Muscardini approvata in Commissione Ue e poi al Parlamento europeo costituisce senza dubbio un passaggio positivo perché include esplicitamente l’oreficeria: in precedenti tentativi, invece, eravamo rimasti fuori. Dobbiamo solo sperare che il testo non incontri ostacoli quando arriverà al Consiglio europeo, dove forse abbiamo una posizione più debole». Ma con due vittorie su tre già conseguite, e malgrado la possibile opposizione dei paesi del nord Europa, è difficile immaginare una sconfitta.

Stefano De Pascale

Quale tipologia di prodotto è inserita nella bozza in esame? «Nella versione approvata dall’Europarlamento – prosegue de Pascale – era stata espunta la categoria dei semilavorati e riguardava solo il prodotto finito». Nella seconda votazione di venerdì scorso, invece, l’Italia ha vinto anche su questo punto:

è stata approvata, infatti, l’indicazione dell’origine anche sul prodotto semilavorato.
Ciò che il settore lamenta maggiormente rispetto all’assetto attuale è l’assenza di reciprocità per le merci europee rispetto a quelle dei grandi concorrenti. Le legislazioni di Stati Uniti, Canada, Cina, India e Messico, infatti, sono stringenti e garantiscono la denominazione di origine dei prodotti messi in commercio.

Ma i produttori cosa ne pensano? Qual è l’opinione di coloro che investono per produrre un gioiello tutto italiano?

Roberto Coin

«Ritengo sia presto per dare giudizi – commenta Roberto Coin, fondatore dell’azienda vicentina che porta il suo nome che dal 1977 produce gioielli e dal 1996 con il proprio marchio -, la legge è la legge e ogni paese della comunità europea ha una diversa interpretazione. Credo che il proibizionismo non sia mai molto positivo, personalmente preferirei sempre contrattare con paesi quali India o Cina al fine di ottenere una maggiore libertà e correttezza in particolare nei tassi di importazione, che sono molto alti. È comunque ovvio che il consumatore deve essere sempre protetto e che è giusto dire con orgoglio quando un prodotto è stato creato in Italia».

Sergio Cielo

«È sicuramente una proposta molto positiva che ci auguriamo possa avere al più presto applicazioni concrete – auspica Sergio Cielo, presidente di Cielo Venezia 1270 -. Per essere competitivi a livello internazionale è fondamentale dare rilievo alla provenienza italiana, che è universalmente considerata sinonimo di eccellenza. In un mercato che diventa ogni giorno più competitivo, l’Italia è una nazione in grado di fornire sempre nuovi spunti nel campo dello stile e delle innovazioni. Noi stessi abbiamo sperimentato, nei punti vendita realizzati all’estero, che la nostra insegna “Cielo Venezia 1270” costituisce un importante valore aggiunto, perché rende riconoscibile la qualità italiana nel mondo».

Etichetta di provenienza su prodotti e confezioni, ecco i dettagli del testo

Il testo del regolamento sul “Made in” approvato dall’Europarlamento è composto da sette articoli. Molti gli emendamenti che l’onorevole Cristiana Muscardini ha apportato, finalizzati a tutelare consumatori ed imprenditori europei e offrire loro le stesse garanzie di cui godono in altri paesi del mondo.
La premessa della bozza è che l’Unione europea non dispone di norme armonizzate o prassi uniformi sul marchio di origine nell’UE, eccezion fatta per taluni casi specifici nel settore agricolo e che già numerose imprese adottano volontariamente il marchio di origine.

«L’introduzione di un marchio di origine può contribuire a trasformare le rigide norme comunitarie in un vantaggio per l’industria comunitaria, in particolare per le piccole e medie imprese – si legge al considerando (7) – che spesso profondono sforzi reali nella qualità dei loro prodotti e che garantiscono oltretutto la sopravvivenza di posti di lavoro e metodi di produzione tradizionali e artigianali, ma che sono anche fortemente esposte alla concorrenza mondiale, la quale non dispone di regole per operare una distinzione tra i metodi di produzione. Non solo, ma servirà a impedire che  la reputazione dell’industria comunitaria venga intaccata da indicazioni di origine inesatte. Una maggiore trasparenza e migliori garanzie d’informazione ai consumatori circa l’origine delle merci rappresenteranno, quindi, un contributo al conseguimento degli obiettivi dell’agenda di Lisbona e quelli della strategia Europa 2020».

L’articolo 1 specifica che si tratta di un regolamento che si applica ai prodotti  destinati al consumatore finale (ma nella bozza approvata al Parlamento l’articolo è stato emendato), ad esclusione dei prodotti della pesca, dell’acquacoltura e dei prodotti alimentari. L’articolo 2 prescrive che l’importazione o l’immissione di merci sul mercato debba essere subordinata all’apposizione del marchio di origine alle condizioni stabilite dal presente regolamento. Le merci dovranno riportare il marchio con l’indicazione del loro paese di origine (qualora confezionate, il marchio va apposto  anche separatamente sull’imballaggio).

L’origine va indicata con la dicitura “Fabbricato in” accompagnata dal nome del paese di origine, con il marchio redatto e apposto in una qualsiasi delle lingue ufficiali delle Comunità europee oppure in lingua inglese utilizzando la dizione “made in” e il nome inglese del paese di origine. La marcatura non può essere effettuata utilizzando caratteri differenti da quelli dell’alfabeto latino per i prodotti commercializzati in paesi dove la lingua è scritta usando tale alfabeto. Il marchio deve essere riportato al momento dell’importazione.Per quanto riguarda le sanzioni in caso di violazione, sono gli Stati membri a stabilire,  sulla base dei livelli minimi comuni proposti dalla Commissione, le relative norme: le sanzioni previste devono essere effettive, proporzionate e dissuasive.
Va ricordato che, a differenza delle direttive europee che necessitano di recepimento da parte dei singoli stati, i regolamenti invece, come quello della bozza in oggetto, sono direttamente obbligatori e applicabili in tutti gli stati dell’Ue.


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