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Diamanti da investimento, fallisce la Idb. Le conseguenze per i risparmiatori

La sentenza del Tribunale di Milano apre nuovi scenari: si moltiplicano le difficoltà per coloro che abbiano fatto richiesta di risarcimento

diamanti

Dichiarato il fallimento di Intermarket Diamond Business Spa (I.D.B. Spa), una delle società coinvolte nella vendita di diamanti tramite istituti di credito: a maggio scorso, il presidente e Ad della società era stato trovato morto in un hotel di Reggio Emilia con un biglietto d’addio al suo fianco. Dopo l’inchiesta di Preziosa Magazine sulla vendita a prezzi maggiorati di diamanti, senza peraltro reale garanzia di ricollocazione, seguita da una lunga serie di approfondimenti e poi dalle indagini della Procura di Milano, si aggiunge un nuovo capitolo alla vicenda: il Tribunale milanese, con sentenza n. 41/2019 del 10.1.19, ha dichiarato il fallimento di Intermarket Diamond Business Spa; lo ha reso noto Confconsumatori.

La vicenda dei diamanti da investimento inizia 2 anni e mezzo fa: un’inchiesta di Preziosa magazine alza i riflettori sulla pratica di alcune banche – in circa 17mila sportelli, all’epoca – di vendere diamanti ai risparmiatori attraverso società intermediarie (la Idb, ma anche Diamond Private Investment e Diamond Love Bond). Quello che emerse è che i prezzi erano di gran lunga più elevati di quelli offerti da produttori e gioiellieri: le pietre, inoltre, venivano vendute dalle banche con l’attestazione di una garanzia di ricollocazione che, andando a ben vedere, non poteva dare in realtà alcuna certezza. Mesi dopo, all’inizio del 2017, interviene la Consob, dopo le segnalazioni di organizzazioni di settore e associazioni di consumatori, annunciando specifici approfondimenti sulle proposte commerciali degli istituti bancari. A giugno la Procura di Milano apre un’inchiesta con l’ipotesi di truffa e dà mandato alla Finanza di sequestrare nelle sedi di banche e società interessate tutta la documentazione necessaria a far luce sui fatti.

A ottobre dello stesso anno, l’Autorità per la concorrenza e il mercato eroga sanzioni per 15 milioni di euro a banche e intermediari definendo le modalità di offerta dei diamanti da investimento “gravemente ingannevoli e omissive” con “prezzi di vendita liberamente determinati dai professionisti in misura ampiamente superiore al costo di acquisto della pietra e ai benchmark internazionali di riferimento”.

Le sanzioni vengono così stabilite:  multe a IDB per 2 milioni, a Unicredit per 4; a Banco BPM per 3,35, per un totale di 9,35 milioni; per l’altro gruppo,  1 milione per DPI; 3 milioni per Banca Intesa; 2 milioni per MPS (complessivamente 6 milioni). Partono così le richieste di risarcimento, sia in via stragiudiziale, sia in via giudiziale, da parte dei consumatori che avevano aderito alle offerte delle banche.

Oggi, con il fallimento della Idb (per le motivazioni della sentenza bisognerà ancora attendere), lo scenario è il seguente, come suggerisce la nota di Confconsumatori: per coloro che abbiano fatto richiesta stragiudiziale, si continuerà “ad insistere nei confronti del solo Istituto di Credito e, in caso di impercorribilità di soluzione transattiva, si procederà con un’azione civile; per i risparmiatori per i quali risulta già pendente causa civile, il fallimento di I.D.B. Spa comporterà, invece, l’interruzione della causa attualmente pendente e la necessità di una riassunzione nei soli confronti dell’Istituto di Credito coinvolto”.

In entrambi i casi dovranno essere intrapresi giudizi preventivi di rivendicazione della proprietà delle pietre preziose per quei risparmiatori che, all’epoca dell’investimento, le abbiano lasciate in custodia presso la società fallita.


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