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Diamanti creati artificialmente, ecco come li vendo

Il Lab grown è ormai una presenza nel nostro mercato, abbiamo provato a capire come viene proposto all’interno della filiera fino al consumatore finale.

Diamanti di laboratorio: la parola d’ordine è chiarezza. Da qualche anno sta arrivando anche in Italia il fenomeno dei diamanti lab grown, non estratti cioè da una miniera, ma creati artificialmente, introducendo una molecola di carbonio in un macchinario in cui vengono riprodotte le stesse condizioni ambientali (temperatura di 1.500 gradi e pressione di 50/60.000 atmosfere) nelle quali si forma la pietra grezza sotto la crosta terrestre. A fine procedimento il risultato è una pietra con le stesse caratteristiche fisiche e chimiche di quella naturale, dal prezzo, però, nettamente più accessibile.

Queste pietre, del resto, erano presenti anche a VicenzaOro September, dove World Diamond Group ha fatto debuttare il nuovo marchio X Diamond e Demetra ha portato il brand Diamali. Ancora pochissime gioiellerie, però, pubblicizzano questo tipo di collezioni, forse temendo la reazione del pubblico.


Giuliano Castrenze
X diamond:
“Abbiamo compiuto questa scelta per un motivo di accessibilità del prodotto”

Chi sta puntando molto sui diamanti high-tech è Giuliano Castrenze, amministratore delegato di World Diamond Group, il cui nuovo marchio si sposerà a breve con Golay Buchel, fresca di acquisto da parte dell’azienda vicentina, diventando Golay X Diamond.

Giuliano Castrenze

«Abbiamo compiuto questa scelta per un motivo di accessibilità del prodotto – afferma – La differenza di prezzo, infatti, è notevole, si parla di migliaia di euro contro milioni, e cresce esponenzialmente in base al colore e alla caratura. X Diamond permette di sognare anche ai Millennial». La risposta in fiera, peraltro, «è stata buona e i clienti sono arrivati già informati, ma molti sono dubbiosi, perché hanno paura di non saper gestire la doppia offerta. A dare la risposta sarà il consumatore, ma è giusto offrirgli la possibilità di avere ciò che desidera, capendo anche la sua sensibilità. Da parte nostra cerchiamo di formare i negozianti e aiutarli a proporre il prodotto».

Sergio Sorrentino
Easy Diam:
“Il diamante sintetico è un’opportunità per avvicinare i giovani ai diamanti, ma se comunicato male sarà un danno per il settore.”

Anche Sergio Sorrentino ha creato da poco il marchio Easy Diam. «Il mercato italiano è ancora embrionale – spiega – e i gioiellieri non sono pronti a fare questo passo.

Sergio Sorrentino

È stata fatta una comunicazione sbagliata e serve una campagna di sensibilizzazione in questo senso. Il prodotto oggi è nelle mani sbagliate, mentre vogliamo mettere in chiaro come si riconosce e quanto costa, perché se trattato in maniera giusta non avrà ripercussioni negative sul mercato dei diamanti naturali, anzi sarà un’opportunità per avvicinare i giovani, mentre se trattato male sarà un danno. Bisogna far capire che il lab grown non sarà la morte del naturale, che aumenterà di valore perché sarà sempre più raro, mentre la pietra di laboratorio costerà sempre meno».

Paolo Gianotti
Diamali:
“I diamanti di laboratorio hanno un mercato diverso da quelli naturali, un po’ come lo smartwatch rispetto all’orologio tradizionale.”

Chi agisce su entrambi i fronti è Paolo Gianotti: da un lato titolare del marchio Diamali insieme ad Alberto Petrosa di Demetra, azienda che l’ha appunto proposto a VicenzaOro, dall’altro proprietario di tre gioiellerie “De Marchi Gianotti”, tre ad Aosta e una ad Ivrea.  «Siamo stati i primi in Italia ad avere un brand con diamanti lab grown – spiega – ma attualmente lavoriamo di più con l’estero.

Paolo GIanotti

In Francia, infatti, se ne parla da più tempo, mentre qui c’è più resistenza da parte dei gioiellieri. C’è chi è interessato, curioso e li vede come un’opportunità e chi invece ha paura. Questo mi fa ricordare quando iniziarono a comparire i gioielli in acciaio e i negozi rifiutavano dicendo di ‘non essere ferramenta’ o l’iniziale resistenza verso le perle coltivate, che ormai hanno superato quelle naturali. I diamanti di laboratorio hanno un mercato diverso da quelli naturali, un po’ come lo smartwatch rispetto all’orologio tradizionale. Oggi ci sono i Friday for future e i ragazzi non vogliono il diamante estratto in miniera. C’è chi lo capisce e chi no, ma la questione non è se ci sarà un mercato, perché c’è già». Lui, appunto, li propone anche in gioielleria. «Abbiamo una vetrina dedicata e illustriamo bene la differenza al cliente. L’importante è essere molto chiari e trasparenti. Il cliente che arriva sa che esiste il diamante lab grow ed è curioso. Noi dobbiamo spiegarlo. È bello ad esempio proporlo a chi arriva ed è in difficoltà, perché vuole fare un regalo alla ragazza, che però rifiuta i diamanti naturali. Il prezzo inferiore, soprattutto su pietre grandi, fancy e rosa è un’opportunità, ma non dobbiamo limitarci a questo». Ciò, che invece, bisogna combattere secondo Gianotti sono le truffe. «C’è chi fa il furbo sia tra i gioiellieri che tra i produttori. Su questo dobbiamo vigilare, insieme alle associazioni di categoria o la nostra immagine ne sarà danneggiata. E dobbiamo farlo per primi, non lasciando la situazione in mano agli altri come già successo».

Francesco Belloni
Ethical Diamond:
“La risposta dei clienti italiani, non è per ora stata entusiasmante. Ho realizzato cinque pezzi, presentati in una vetrina apposita e sul sito, e al momento ne ho venduto solo uno a un cliente polacco.”

da sx Francesco Belloni, Gianluca Marchesi e Luisa Belloni

Parte dall’etica Francesco Belloni, dell’omonima gioielleria milanese. «Dal 2005 ho fondato il progetto “Ethical diamond” – racconta – acquistando diamanti naturali con certificazione etica canadese, montati su oro fairmined. Ho sentito la trasmissione di Milena Gabanelli su quelli di laboratorio e ho scelto di tenerli, anche se dal punto di vista della sostenibilità la creazione comporta alti consumi di energia. Il mio fornitore californiano mi ha detto che stanno studiando come utilizzare energia solare, quello sarebbe il massimo». La risposta dei clienti, però, non è per ora stata entusiasmante. «Ho realizzato cinque pezzi, presentati in una vetrina apposita e sul sito, e al momento ne ho venduto solo uno a un cliente polacco, la cui fidanzata norvegese non voleva il diamante naturale, venuto da me appositamente per questo. La clientela italiana, invece, per ora è attenta al gioiello responsabile, ma vuole un diamante naturale certificato, anche se più piccolo di quello che potrebbe permettersi acquistando un lab grown».

Raffaele Liziero
Gioielleria Liziero di Noale:
“L’importante è essere molto chiari e spiegare bene al cliente la differenza, quando si propongono entrambe le soluzioni.”

Ha compiuto la scelta dei diamanti high tech da poco tempo la gioielleria Liziero di Noale nel Veneziano, che li presenta sia sul sito di e-commerce sia in vetrina.

Raffaele e Maddalena Liziero

«Li abbiamo scelti per proporre alla clientela un prodotto di qualità a un prezzo più basso, che possa essere un argomento di vendita in più – sottolinea Maddalena LizieroTenendoli però da poco non abbiamo ancora il polso della reazione dei clienti. Adesso bisognerà vedere se c’è apertura, un po’ come quando si iniziarono a proporre le perle coltivate. Personalmente mi piacciono, tanto che mi sono fatta una fedina». Per quanto riguarda la strategia di vendita, secondo il fratello Raffaele «l’importante è essere molto chiari e spiegare bene al cliente la differenza, quando si propongono entrambe le soluzioni. Un’attività storica come la nostra non può permettersi di raccontare stupidaggini. Poi sta al cliente fidarsi del negoziante, che di solito come nel nostro caso è il gioielliere di fiducia».

 


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