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De Beers si arrende ai diamanti sintetici. Il mondo orafo italiano: “Scelta incoerente”

Le reazioni a caldo dei rappresentanti delle principali associazioni di settore e di società attive nel commercio di pietre.

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Il nuovo marchio di gioielli con diamanti sintetici Lightbox Jewelry lanciato da De Beers

Da settembre partirà negli Stati Uniti la commercializzazione dei diamanti sintetici. Prezzi accessibili: dai 200 dollari per il quarto di carato fino agli 800 per la pietra da un carato


È dal 1947 che il marchio De Beers accompagna i propri prodotti con il claim “Un diamante è per sempre”. Oggi, il gruppo sembra capitolare di fronte alle esigenze di una maggiore accessibilità dal momento che ha appena annunciato il lancio di un nuovo brand, Lightbox Jewelry, che da settembre commercializzerà (per ora solo negli Stati Uniti) gioielli con diamanti sintetici. I prezzi, tanto per intenderci andranno, dai 200 dollari per una pietra da un quarto di carato fino agli 800 per una pietra da un carato e prevederà diamanti rosa, blu e bianchi, tutti coltivati in laboratorio.

Sembrano molto lontani gli anni in cui De Beers difendeva il diamante naturale dalle accuse di alimentare i conflitti nei paesi di estrazione, all’indomani dell’uscita del film con Leonardo Di Caprio “Bloody Diamonds”: eppure era soltanto il 2006. La strenua difesa di 12 anni fa oggi lascia spazio anche a diamanti non più naturali, ma creati in laboratorio. Soltanto nove mesi fa, una ricerca della Diamond Producers Association raccontava di un 61% di gioiellieri americani non ancora pronti a entrare nel business del sintetico, una posizione ribadita anche dal dettaglio italiano intervistato da Preziosa magazine.

virgoletteLightbox trasformerà il settore dei diamanti coltivati in laboratorio offrendo ai consumatori un prodotto che ci hanno detto di desiderare, ma che al momento non hanno ancora trovato: gioielli alla moda che potrebbero non essere per sempre, ma perfetti per ora – così ha dichiarato Bruce Cleaver, CEO del Gruppo De Beers, nel lanciare il nuovo marchio -. Dopo decenni di investimenti in ricerca e sviluppo, oggi siamo in grado di offrire ai consumatori un prezzo migliore. Anche se sarà una piccola nicchia rispetto al nostro core business del diamante naturale, pensiamo che il marchio Lightbox possa offrire una nuova opportunità commerciale complementare per il Gruppo De Beers”, che ha investito circa 94 milioni di dollari nello stabilimento produttivo della sua società Element Six, che, una volta operativo, sarà in grado di produrre fino a 500.000 carati grezzi di diamanti sintetici all’anno.


De Beers ha investito 94 milioni di dollari nello stabilimento produttivo che a regime riuscirà a produrre per anno fino a 500mila carati grezzi di diamanti sintetici


Il settore dei diamanti subisce così un nuovo scossone, dopo il colpo assestato dalla vicenda, poi finita in tribunale, dei cosiddetti “diamanti da investimento“, venduti dalle banche a prezzi più elevati rispetto a quelli di mercato e conclusasi con sanzioni per oltre 15 milioni di euro decise dall’Autorità per la concorrenza e il mercato nei confronti due società intermediarie (DPI e IDB) e di alcuni istituti bancari. E non solo: la vicenda è stata oggetto di indagini giudiziarie, fino alla notizia del suicidio di Claudio Giacobazzi, presidente di IDB, poche settimane fa.



Sintetico sì, sintetico no:
il settore orafo italiano propende per il diamante naturale

Diamanti

Sintetico sì, sintetico no, dunque: il settore orafo italiano sembra abbastanza compatto verso la seconda posizione. Preziosa Magazine ha raccolto le opinioni dei rappresentanti delle principali associazioni di categoria e di alcune società specializzate nel commercio dei diamanti per capire quanto il fenomeno “sintetico” contamini il mercato e metta realmente in crisi la fiducia dei consumatori. Tra posizioni categoriche e atteggiamenti più possibilisti, ecco cosa ci hanno risposto.


Maino (Istituto Gemmologico Italiano):
“Impossibile prevedere l’impatto sul consumatore italiano che ancora associa al diamante l’unicità”

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Raffaele Maino

virgoletteCi sono diversi punti di vista da cui guardare il fenomeno del diamante sintetico – spiega Raffaele Maino, presidente dell’Istituto Gemmologico Italiano IGI -. Un primo riguarda certamente il mondo della produzione, non tanto sulle pietre singole, quanto sui lotti di merce di piccola caratura, quelli che in gergo chiamiamo melèe e che sono generalmente gemme di contorno a diamanti più grandi. Dal momento che il loro costo è irrisorio, non è conveniente analizzarle una ad una, così la soluzione adottata è quella di test a campione per scongiurare eventuali contaminazioni, più o meno involontarie. È un rischio residuale anche in presenza di una filiera garantita, che viene assicurata soltanto dal rivolgersi a fornitori conosciuti che hanno un nome da difendere”. Ma quale può essere l’impatto sul consumatore? “Questa è la seconda sfumatura – prosegue Maino – ma non è possibile prevedere quale sia, ci vorrebbe la lampada di Aladino. Il timore è sul lungo termine: nel momento in cui il sintetico – non distinguibile a occhio nudo da un diamante naturale – inizia a diffondersi, la palla passerà ai gioiellieri che dovranno certificare eventuali pietre a loro rivendute”. Dal punto di vista emozionale l’associazione tra De Beers e il  diamante sintetico può creare confusione nel consumatore? “Rispondendo d’istinto, direi che l’idea che il diamante sia naturale è ancora molto forte nelle persone – conclude il presidente dell’IGI – il fascino della rarità e dell’unicità c’è ancora. Ci vorrà del tempo perché venga superato da un prodotto creato in laboratorio. Poi, su questo inciderà senza dubbio anche la forza del marketing, di cui non si possono prevedere in anticipo gli effetti. Quel che è certo è che gli americani sono più pronti di noi ad aprirsi verso questo tipo di prodotto”.


Aquilino (Federpreziosi):
“Quella di De Beers è una scelta scorretta che crea solo confusione”

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Giuseppe Aquilino

virgoletteLa scelta di De Beers non fa altro che creare confusione nel consumatore”. È perentorio il presidente di Federpreziosi Giuseppe Aquilino, di fronte al lancio del marchio Lightbox. “È anche poco corretto che lo chiamino diamante, perché il diamante è un’altra cosa. Non la vedo un’operazione corretta perché degrada tutto il nostro lavoro”. Quale potrebbe essere un nome più corretto? “Beh, questo sta a loro deciderlo. Il gioiello, per me, è ancora qualcosa di prezioso e naturale e mi rifiuto di pensare a oggetti in oro che si mescolino a materiali sintetici. Sono realmente preoccupato che a lungo andare questi prodotti allontanino i nostri clienti dal diamante, generando preoccupazione e turbativa. Già abbiamo dovuto arginare i danni causati dalla campagna dei diamanti da investimento, che ha fortemente destabilizzato il mercato. Tra l’altro, come Federpreziosi abbiamo più volte ribadito che il diamante non è un prodotto da investimento, ma un prodotto naturale che serve per creare gioielli”.


Paolo Cesari (Assogemme):
“È possibile che il sintetico tolga al diamante un po’ della sua forza”

diamanti_paolocesari_assogemme-minvirgoletteNon è la prima volta che ci troviamo ad affrontare il tema del sintetico – precisa Paolo Cesari, presidente di Assogemme – e se se ne parla è perché evidentemente esiste una richiesta consistente a fronte di una minore disponibilità economica. Il problema di una filiera certificata esiste ed è in realtà già risolto nel momento in cui ci si rivolge a operatori qualificati; la questione, dunque, non è nella provenienza, ma, in base anche alle reazioni che ho raccolto tra i nostri associati, la sensazione è che il diamante possa perdere un po’ della sua carica emotiva e che, diventando più popolare, porterà a fare scelte dichiarate da parte di chi produce o commercializza gioielli con diamanti sintetici. Fino a non molto tempo fa, nell’immaginario collettivo il diamante era un agglomerato di valore ancor più dell’oro, tanto da non essere neanche indossato ma semplicemente posseduto. Se la De Beers ha ritenuto opportuno creare un brand destinato a quella nicchia di prodotto, evidentemente è perché hanno ritenuto di dover adottare una soluzione nuova”.


Prosperi (IGI):
“Non è escluso che il diffondersi dei sintetici provochi un effetto boomerang positivo per il diamante naturale”

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Loredana Prosperi

virgoletteSe una società come la De Beers ha deciso di commercializzare anche il sintetico è evidente che abbia visto un business in quel settore – specifica Loredana Prosperi, responsabile del laboratorio analisi dell’Istituto Gemmologico Italiano -. Tra l’altro, la società ha un divisione preposta al sintetico già dal 1983, per decenni prodotto a scopo industriale senza sconfinare nella gioielleria. Fino a un certo sarà stato ritenuto conveniente tenere separati i due segmenti”. E allora cos’è cambiato? “Fino al 2000 la De Beers copriva più del 90% del settore dei diamanti naturali. Poi, a un certo punto, ha dovuto dire addio al proprio monopolio di fatto per lasciare spazio ad altri player entrati nel mercato – prosegue la Prosperi -. E visto che da tempo era in possesso delle capacità di sviluppo e delle competenze tecniche, ha semplicemente deciso di differenziare il suo business”.

Il diamante naturale, infatti, non sparirà dalla produzione firmata De Beers che, nell’annunciare la nascita del nuovo brand Lightbox, ha tenuto a precisare che il proprio core business resta quello originario, mentre il sintetico rappresenterà solo una piccola parte della produzione. Questa ‘porzione’ può comunque intaccare il valore del diamante naturale nell’immaginario collettivo? “Ad oggi, nel consumatore è ancora ben chiaro il valore della pietra naturale – conclude la responsabile del laboratorio analisi dell’IGI -: chi compra il sintetico sta facendo una scelta ben precisa e consapevole, dettata in gran parte da motivazioni di tipo economico, fermo restando che a occhio nudo l’effetto ‘lucentezza’ è il medesimo. Mi viene da pensare che, in realtà, la diffusione del sintetico possa generare un effetto boomerang positivo per il diamante naturale, come avvenuto per altri tipi di gemma e come testimoniano i risultati delle aste. Il valore percepito della pietra naturale (e dell’assenza di trattamenti), infatti, ha sempre più estimatori”.


Buonomo (Vincenzo Buonomo Diamanti):
“La questione dell’eticità non regge, il diamante è solo quello naturale”

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Vincenzo Buonomo

Anche il mondo del commercio dei diamanti reagisce in modo veemente di fronte al lancio di una linea di sintetici da parte del colosso De Beers.
virgoletteSono sconcertato da questa notizia – dichiara Vincenzo Buonomo, titolare della Vincenzo Buonomo Diamanti, società attiva da 4 generazioni nel commercio di pietre di alta qualità -. Il diamante è uno solo, ed è quello che nasce dalla terra, e per sua natura è unico. Il diamante sintetico è sempre un atomo di carbonio, ma è tutta un’altra cosa. La decisione di De Beers mi sembra un po’ una presa in giro, che si maschera dietro una presunta eticità del prodotto e delle condizioni presenti nei paesi di produzione. Se la questione ruota intorno a questo, De Beers dovrebbe abbandonare anche l’oro e tutti noi dovremmo evitare molti altri prodotti, come il cotone. Tra l’altro, se ricordiamo lo scontro avuto più di 10 anni fa con Leonardo Di Caprio, la scelta appare ancora più incoerente”. Il fenomeno del sintetico, però, non nasce certamente oggi. “No, infatti è nato negli anni 40-50 ma per uso industriale – prosegue Buonomo -: soltanto dopo ne sono state migliorate le caratteristiche per poterlo usare in gioielleria. Ma ribadisco: un diamante prodotto in laboratorio perde la caratteristica di unicità che ha fatto sognare milioni di donne”.


Sorrentino (E-Motion):
“Il sintetico è un prodotto come un altro, basta operare con trasparenza e correttezza”

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Sergio Sorrentino

Più possibilista è la posizione di Sergio Sorrentino, titolare di E-Motion, società specializzata nella selezione e nel commercio di diamanti.
virgoletteÈ un prodotto che con il tempo ha accresciuto la propria accessibilità – spiega – ma in Italia incontra ancora molta resistenza. Questo perché nel mercato esistono operatori non professionisti che, in mala fede, creano confusione tra sintetico e naturale. È un po’ ciò che è avvenuto negli anni scorsi, per esempio, con lo zircone. La verità è che quello che il consumatore associa a De Beers non esiste più: della società fondata a fine Ottocento in Sudafrica oggi resta ben poco, dopo i tanti cambi societari. Di fatto, oggi è semplicemente un marchio commerciale. Il punto, comunque, resta sempre lo stesso: la professionalità di chi opera in ogni segmento. Se se ne dichiara la natura e si opera secondo criteri di trasparenza e correttezza, il sintetico è un prodotto come un altro”.


2 commenti

  1. Nicola Scattarella (orafo) says:

    Ci mancava questo! Adesso nelle gioiellerie oltre alla plastica, alla gomma e all’acciaio;che acciaio non è, ci sono anche i diamanti sintetici.!
    Pietre che costeranno meno di zero,e che si faranno pagare un botto!
    Be d’altro canto se lo fa la Dee Bears si può fare!


  2. silva posani says:

    una cosa molto intelligente . Si possono usare tutti i giorni senza avere timore


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