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Dazi Doganali, barriere per le vendite dirette di gioielli

È prioritario che l’Unione Europea incentivi gli accordi di libero scambio come quelli già siglati con la Corea del Sud e il Canada”. A pronunciarlo il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani.

«È prioritario per il comparto che l’Ue incentivi e prosegua la strada degli accordi di libero scambio». Parole sentite tante volte dai rappresentanti del settore e che non farebbero notizia, se a pronunciarle non fosse stato  Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, intervenendo all’inaugurazione dell’ultima edizione di OroArezzo.

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Un’affermazione che non può che far piacere da parte di un rappresentante delle istituzioni Ue, anche alla luce dell’annunciato «impegno massimo per la definizione di accordi di libero scambio come quelli già siglati con la Corea del Sud e il Canada (Ceta) verso le principali aree commerciali mondiali già sotto attenzione (Usa, Giappone e India) e l’avvio/rilancio dei negoziati con Cina, Russia e Brasile».

La situazione, del resto, non è delle più rosee in un campo riguardo al quale da anni si chiedono interventi concreti per garantire alle aziende orafe se non trattamenti di favore almeno la possibilità di competere alla pari sul mercato mondiale.
I dazi in ingresso, infatti, stante la forte incidenza della materia prima sul valore del prodotto (circa il 90 per cento) anche quando sono relativamente bassi, come nel caso degli Usa (5,8%) hanno un impatto del 70% sul valore aggiunto, che per un dazio del 10%, come quello indiano, arriva al 127%, impedendo di fatto di esportare in quel mercato. Secondo stime di Prometeia, invece, senza dazi e barriere tariffarie la quota italiana all’export orafo potrebbe aumentare del 15/20%, ovvero di oltre 1 miliardo di euro.

QUADRO DEI DAZI

Ma qual è la situazione sui mercati mondiali? Partiamo dalla Cina, uno di quelli in maggiore crescita, con un +6,7% di pil nel 2016. Inoltre, i cinesi acquistano il 47% lusso globale ma, non sorprendentemente, il 73% degli acquisti avviene all’estero (Hong Kong inclusa). Qui il dazio in entrata rientra nella fascia più alta e va dal 20% al 35%, a fronte di un corrispettivo europeo del 2,5%.
Vita ben più facile, invece alla Svizzera, che nel 2017 ha siglato un accordo di libero scambio. La beffa, però, riguarda un altro provvedimento: nel 2016 il Dragone ha deciso di dimezzare i dazi sui prodotti di lusso, escludendo però i gioielli.
Un altro grande Paese, l’India, ha una tassa d’ingresso del 10%, proibitivo alla luce del maggiore contenuto d’oro richiesto su quel mercato. A questo vanno aggiunte altri tributi accessori, per un ulteriore 5%. Inoltre, un ulteriore colpo al consumo di gioielli è dovuto all’ulteriore accisa dell’1% sulle vendite d’oro annunciata dal Governo, dopo che quattro anni fa i negozianti erano riusciti a far ritirare un’iniziativa analoga.
Restando a Oriente, l’Indonesia condivide il dazio in entrata del 10%, la Thailandia applica il 20%, mentre il Vietnam è su quote simili a quelle cinesi (25%-30%). Decisamente inferiori quelli del Giappone, che si attestano tra il 5,2% e il 5,4%, se non fosse che, ancora una volta, la Svizzera ha condizioni di favore, con tassi che sono la metà di quelli riservati all’Ue. Tornando un po’ più a ovest, la Russia ha un dazio in entrata del 20%, oltre a normative piuttosto rigide a protezione della produzione interna.

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In Sudamerica sia Argentina che Brasile applicano il 18%, già quindi piuttosto alto al quale in entrambi i casi vanno aggiunte altre tasse accessorie, arrivando nel Paese carioca a un ricarico complessivo fino all’80%. Anche per questo buona parte del prodotto entra nei due stati illegalmente attraverso Panama, alimentando il contrabbando, a danno delle esportazioni.
E gli Usa? Il dazio in entrata è abbastanza basso (5,8%), ma l’incidenza della barriera tariffaria, in virtù della quantità di materia prima è comunque otto volte superiore a quella degli altri prodotti italiani.

ACCORDI

Importanti accordi sono già stati sottoscritti dall’Unione europea con la Corea del Sud e il Canada (Ceta). Sembra invece riaprirsi la discussione sul Ttip, trattato di libero scambio con gli Usa la cui trattativa era naufragata nell’agosto 2016, sul quale la cancelliera tedesca Angela Merkel e il ministro americano del Commercio, Wilbur Ross, hanno però affermato di voler riprendere i negoziati.

 

DOBBIAMO LOTTARE, NON SUBIRE.

I dazi penalizzano in modo importante l’export verso alcuni Paesi chiave e che impattano ancora maggiormente sul prodotto orafo, a causa dell’incidenza della materia prima”. Ne abbiamo parlato con Ivana Ciabatti, la presidente di Federorafi

«Sugli accordi di libero scambio si è fatto poco in passato e a livello di Ue l’approvazione è macchinosa. Se vogliamo arrivare a dei risultati servono procedure più snelle. Dobbiamo lottare, non subire». È una combattente Ivana Ciabatti, presidente di Federorafi, che su un tema complesso e ormai annoso come quello dei dazi non si dà per vinta.

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Presidente, quali difficoltà causano i dazi alle imprese italiane?

Sono barriere artificiali che penalizzano in modo importante l’export verso alcuni Paesi chiave e che impattano ancora maggiormente sul prodotto orafo, a causa dell’incidenza della materia prima. Dazi come quello americano erodono il 70% del valore aggiunto, senza contare altre barriere non tariffarie. La stima è che la loro abolizione, in Paesi come la Cina o il Brasile, dove tutti vogliono il prodotto italiano, ma i dazi sono altissimi, farebbe salire l’export italiano del 60%. Così, invece, si alimentano canali paralleli illegali che nuociono alle aziende. Inoltre, al di là di quelli più noti, lo stesso problema si riscontra con Paesi come l’Iran o quelli africani, che possono essere sbocchi molto interessanti.

Di questo tema si parla da anni, ma non è stato fatto molto…

È vero, in passato si è fatto poco. Sono accordi complessi, che riguardano molti settori e da quando siamo nell’Ue le cose si sono ulteriormente complicate, perché la discussione viene portata avanti dalla Commissione ed è difficile trovare unità di vedute. Inoltre, un trattato deve essere approvato non solo a Bruxelles, ma anche dai diversi parlamenti e per bloccare tutto basta che uno dica “no”.

Intanto la Svizzera fa accordi di libero scambio con la Cina e ha tassi più favorevoli nel Sol Levante

Alla luce di questi accordi, l’Ue deve fare di più. È vero che qualcosa si è mosso, ma non è sufficiente. Dopo i trattati con Canada e Corea del Sud, adesso bisogna andare avanti con il Giappone.

Come valuta l’intervento del presidente Antonio Tajani ad OroArezzo?

Molto positivamente. È stato un incontro produttivo, perché lui concorda sulle criticità e si è impegnato a lavorare per semplificare le procedure e per portare avanti queste tematiche. L’ho visto molto combattivo e credo che riguardo agli accordi con il Giappone ci siano buone possibilità.

L’Italia sta ratificando l’accordo Ceta, che vantaggi porterà?

Il Canada per le nostre aziende è un mercato che ha grandi potenzialità. Inoltre il Ceta rappresenta una parte importante della politica commerciale dell’Ue e può diventare un modello anche per accordi futuri. Si tratta del primo tra l’Ue e un Paese del G7, del quale assumerà la presidenza a breve e della prima porta di accesso al mercato nordamericano e ai Paesi del Nafta.

A proposito di Nord America, Merkel e Ross hanno annunciato la volontà di riprendere le trattative sul Ttip

Le posizioni protezioniste del presidente Donald Trump ci avevano preoccupati non poco, ma le sue reali intenzioni, al di là delle dichiarazioni ad effetto, devono ancora palesarsi. Le affermazioni di Merkel e Ross mi fanno essere abbastanza ottimista.

 


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