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Dall’Età del Bronzo, una tazza d’oro di 3.800 anni

Oro purissimo (o quasi). Mezzo chilo di peso, un’altezza di 12 cm, con una lamina spessa un millimetro. È un ritrovamento eccezionale quello rinvenuto a Montecchio Emilia, durante gli scavi nella cava di inerti “Spalletti”, in un’area che già da diversi anni, sta restituendo testimonianze archeologiche risalenti fino all’età del Rame. A detta degli esperti si tratta di un ritrovamento unico nel suo genere in Italia, forse in Europa si possono contare altri pochi reperti di eguali caratteristiche. Ritrovata a 60 cm di profondità, risalirebbe al 1.800 a.C., all’Età del Bronzo. Attualmente la tazza, che non è stata ritrovata in frammento di urna o tomba è fratturata e schiacciata (forse per uso rituale la schiacciatura avvenne già all’epoca del seppellimento, avvenuto direttamente in terra), con il manico a nastro in unica fusione, staccato dal corpo. Esposto in via del tutto eccezionale nel Museo Archeologico di Parma, il reperto costituirà oggetto di studio e, come ha affermato il soprintendente ai Beni Archeologici dell’Emilia Romagna, Filippo Maria Gambari, non sarà minimamente alterato. Si tenterà una ricostruzione, ma avverrà su un modello fedele.

Oggetto degli studi, sarà principalmente la comprensione dei traffici di merci che si spostavano 3.800 anni fa in tutto il continente. Si fanno intanto dei paragoni con ritrovamenti analoghi, e tra essi c’è un reperto ritrovato all’interno di un vaso in ceramica a Fritzdorf (Germania), ma anche ad altre tazze in oro recuperate in Gran Bretagna, il che farebbe immaginare i lunghi e mirabolanti viaggi delle merci e delle popolazioni primitive. Ma per ora si possono solo fare ipotesi. Solo studi specifici potranno condurre verso tracce storiche certe.

L’analisi preliminare delle terre incrostate sull’oggetto e i raggi x, grazie alle indagini del laboratorio di archeoanalisi di Merano, hanno rilevato tracce di stagno che rendono compatibile l’oggetto con l’età del Bronzo e soprattutto conducono verso la conoscenza dell’oro fluviale, quello raccolto in forma di pepite.

Infine, non tralasciando neppure fonti bibliografiche di archivio (presi in considerazione da Cristina Anghinetti di Abbacus, la cooperativa che ha curato gli scavi), in un documento datato 18 gennaio 1872, si menzionano infatti, 13 oggetti preziosi, tra i quali “8 grandi tazze d’oro”. Reperti purtroppo di cui non si ha più traccia, poiché vennero fusi poco dopo il loro ritrovamento. In qualche modo però, anche questa fonte, potrebbe avviare nuove ricerche in grado di fare luce sulla preziosissima tazza di Montecchio. Ai posteri l’ardua sentenza.

 


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