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Corridoi e scalinate vicentine

L’organizzazione dello spazio è un elemento sempre rivelatore dei gruppi e delle comunità che li creano e che da essi sono condizionati. Le nostre città, bellissime perchè imprevedibili, celano e dispiegano i misteri dell’accavallarsi delle epoche, dei ricambi dei sistemi di potere. La crescita è a strati, perchè ogni futuro in Italia (e altrove in Europa) si edifica sul passato.

I padiglioni della fiera di Vicenza, dilatati nel tempo allo stesso modo degli impianti urbani nostrani, mostrano tutti i livelli sovrapposti della crescita impetuosa del nostro lavoro negli ormai lontani anni 80 e 90. Una sorta di sedimentazione di elegantissimi ambienti con imponenti cattedrali del gioiello (e l’effetto ancora produce un impatto visivo ed emotivo esaltante) evolutisi assieme ai singolari “gironi” della piramide, agli spazi  per così dire insulari, ricavati dagli ampliamenti del fronte espositivo. L’insieme delle aree è poi stato messo in comunicazione da corridoi,  rampe di scale,  congiunzioni temporanee dal curioso effetto serra. Insomma i padiglioni della fiera di Vicenza ricordano le nostre belle città italiane, insieme razionali ed irrazionali, piccole e poi ampie. Comunque interessanti.

Questa pianta asimmetrica e a sviluppo imprevedibile rappresenta simbolicamente la tortuosità del percorso del nostro settore.

Le strettoie, i corridoi di passaggio non proiettano forse i chiaroscuri della ricerca d’identità del nostro gioiello? I curatori di Vicenzaoro Charm se ne rendono ben conto. Lontane sponde del Pacifico ci hanno sottratto i primati quantitativi per cui eravamo famosi nel mondo. Ecco allora che si cerca di concentrare gli sforzi per rafforzare il primato italiano nel design e nella ricerca. Ma, come dicevo, questo passaggio è da concludersi, è ancora incerto e tortuoso. E’ un corridoio. E’ un tentativo di sviluppare una sorte di coscienza collettiva.

Ma non passa inosservata l’idea dei curatori di rafforzare il legame tra le manifestazioni orafe ed il territorio circostante, caratterizzato dall’esplosione palladiana di una creatività inevitabile  ed epica come un destino. Bella l’esposizione a Vicenza della collezione “Chi ha paura?”, la città recepisce ed amplifica la provocazione culturale lanciata  da Gijs Bakker dalla sala Palladio della fiera. Ma sull’argomento del gioiello provocatorio in materiali non tradizionali si deve tornate necessariamente in seguito.

Non mancano i tentativi di riassetto. Worldgem, il raggruppamento delle aziende del ramo delle gemme, ne è un ottimo esempio. La ricollocazione risponde all’esigenza di semplificare il percorso dei visitatori che possono trovare gli operatori tutti concentrati in una stessa area espositiva. Il lodevole proposito (che nel futuro non potrà che dare frutti)  s’è concretizzato ritagliando uno spazio delle cosiddette piramidi. Tra i vari punti d’accesso a Worldgem se ne è creato uno un pò insolito: si possono infatti risalire due belle scalinate che menano dritte nelle vetrine e nello spazio privato di un espositore straniero che ha (credo legittimamente) il potere di consentire o vietare il transito dirottandolo su altre rampe più esterne. Eccoci ad un altra metafora  senza tempo: le forche caudine, il passaggio obbligatorio e umiliante in uno spazio che vuole evidenziare la nostra sconfitta. Perchè in fondo la mappa concettuale del nostro spazio quotidiano presenta dei santuari inaccessibili,  delle città proibite, dei luoghi più impervii di altri. Risalire quelle scalinate è come avventurarsi in un territorio arbitrario, controllato e presidiato, un enclave. E invece uno voleva semplicemente vedersi due pietre.

Le strutture e gli impianti della Fiera di Vicenza si stanno lentamente modificando e nel giro di un paio d’anni sono previste novità sostanziali. Chi lo sa cosa saremo.


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