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Corallo, regolamentazione della pesca

Gli ultimi due anni sono stati molto intensi per gli operatori che, dando nuova linfa ad una tradizione secolare, lavorano e commerciano il corallo. Ma finalmente qualcosa si è mosso a loro favore: prima con l’esclusione della specie Corallium rubrum (quella tipica del Mediterraneo) dal Cites, la convenzione internazionale sul Commercio internazionale di flora e fauna minacciate di estinzione, poi, a maggio, un nuovo importante tassello nella tutela dell’oro rosso e di tutte le professionalità che gli ruotano attorno. Durante la 35esima sessione della GFCM, la Commissione generale per la Pesca nel Mediterraneo svoltasi a metà maggio a Roma, sono state ribadite le modalità di raccolta e la profondità ammesse per la pesca del corallo. La forma consentita, dunque, prevede l’intervento di un sub dotato di martellino da usare manualmente (diver e hummer, dice il resoconto GFCM, secondo quanto già affermato lo scorso ottobre) e ad una profondità compresa tra i 50 e i 120 metri.

È una vittoria dell’intero comparto, concentrato per lo più a Torre del Greco e nel centro produttivo di Oromare a Marcianise, ma è anche una vittoria di Ciro Condito, presidente dell’Assocoral, l’associazione che riunisce la gran parte degli operatori legati a vario titolo al corallo, sempre presente e attivo nelle questioni che riguardano da vicino il suo settore.

Quale significato hanno queste ultime novità per il comparto?

«Una modalità regolamentata di pesca dà ragione alle battaglie che portiamo avanti da anni, perché vuol dire che, se effettuata nel rispetto di certi requisiti, è un’attività sostenibile per l’ecosistema. Nessun operatore che lavora o vende il corallo ha interesse a danneggiare l’ambiente e finalmente sembra che questo concetto sia passato».

Quali altri provvedimenti sono stati presi in sede GFCM?

«Oltre ad aver ribadito la modalità di raccolta consentita e ad aver vietato la pesca a profondità inferiori a 50 metri e superiori a 120, è stato deciso di raccogliere informazioni e dati per stilare un rapporto che faccia da banca dati del settore, sempre per quanto riguarda il Mediterraneo, cosa che al momento manca».

Dal futuro cosa si aspetta?

«Anche se qualche tassello importante lo abbiamo messo, c’è ancora tanto lavoro da fare. Sempre in ambito GFCM si è dato via alla promozione di un periodo di sperimentazione e ricerca che andrà avanti fino al 2015, grazie alla collaborazione di istituti di ricerca e università, la maggior parte dei quali italiani. L’obiettivo è quello di stabilire dei piani regionali di gestione delle aree in base ai diversi dati che verranno fuori, e saranno proprio questi a permettere una differenziazione tra zone, esigenze e realtà e dare risposte “personalizzate”».

Se volesse fare un bilancio di quest’ultimo biennio, cosa direbbe?

«Che abbiamo raggiunto grandi risultati grazie al lavoro svolto da tutti i paesi coinvolti. E che il Cites merita rispetto, ma quando la specie che intende salvaguardare è realmente in pericolo. Gli ultimi eventi hanno dimostrato che il corallo è tutelato e che la sua pesca, se regolamentata, non minaccia l’ambiente».


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