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Colpo di freno alle vendite on line “occasionali”

Le vendite “on line”, realizzate su siti dedicati alle aste ed alle offerte pubbliche, del tipo di “E-bay”, se diventano abituali e vengono effettuate continuativamente, si configurano fiscalmente come attività d’impresa e non come cessioni occasionali.
Quindi, i relativi guadagni non sono qualificabili come “redditi diversi”, bensì come reddito d’impresa. Ciò vale anche se il venditore non dispone di una stabile organizzazione d’impresa.
È questo il principio, a nostro avviso particolarmente significativo, affermato dalla  Commissione tributaria provinciale di Firenze in due sentenze successive ( n.  56/06/2011 del 16 giugno 2011 e n. 03/19/2012 del 23 gennaio).
Queste sentenze dovrebbero porre un freno alle vendite sistematiche, specialmente di orologi, ma talvolta anche di oggetti preziosi, effettuate sul web da parte di soggetti non professionali : un fenomeno che negli ultimi tempi ha conosciuto una crescita esponenziale, ponendo un serio problema di concorrenza sleale per i dettaglianti e gli stessi operatori che svolgono attività di commercio elettronico con le autorizzazioni previste ed in regola con le norme fiscali.

Vediamo ora i dettagli di queste sentenze, unitamente ai principi che se ne possono ricavare.

Nel 2010 l’Agenzia delle Entrate, avendo avviato una serie di controlli sulle vendite on line effettuate da privati, individuava un soggetto che aveva effettuato numerose transazioni tra il 2005 ed il 2009 e lo invitava a chiarire la propria posizione in materia di dichiarazioni su imposte dirette, Iva e Irap.
Il contribuente ammetteva di non essere titolare di partita Iva e, dopo una fase di attività “occasionale”, di aver iniziato a vendere sia merce acquistata on line sul mercato estero che altri oggetti ritirati da privati, senza dichiarare i redditi conseguenti ai fini delle imposte dirette e dell’Iva.
L’Agenzia provvedeva dunque a contestare al contribuente i redditi conseguiti negli anni presi in esame, qualificandoli come reddito d’impresa, cosa che veniva contestata dal contribuente, il quale sottolineava la non abitualità della sua attività e la mancanza dei requisiti di organizzazione, per concludere che tali redditi dovevano essere considerati occasionali e quindi classificati  come redditi diversi.
L’elemento decisivo per smascherare questo commerciante improvvisato è stato l’alto numero di transazioni registrato, peraltro in costante crescita : solo 7 nel 2005, che diventano 212 per l’anno 2006, 294 per il 2007, 411 per il 2008, e ben 598 per il 2009!
Quindi, dal punto di vista tributario, è l’abitualità e la ricorrenza a qualificare una attività come commerciale, non rilevando la mancanza del requisito organizzativo, che è qualificante solo per la nozione civilistica di impresa commerciale (vedi anche Cassazione, sentenza 27211/2006).
Secondo la Commissione tributaria provinciale di Firenze (sentenza 56/02/2011), il numero delle transazioni svolte, passate da 7 nel 2005 fino a 598 nel 2009, “stanno a confermare la presenza di una vera e propria attività imprenditoriale”.

Con la sentenza n. 3/19/2012, la Ctp di Firenze, ha confermato questo principio, affermando che “l’attività di intermediazione svolta con e-Bay è qualificabile come reddito di impresa e solo nel caso di prestazioni occasionali, come definite al comma 2 dell’art. 61 del D.P.R. 276/2003, i compensi percepiti rientrano nella categoria dei redditi diversi ex art. 67 del TUIR”.
Perché sono importanti queste sentenze? Perché esse offrono lo spunto per combattere un fenomeno che sta assumendo dimensioni rilevanti: quello dei “venditori occasionali” in rete che in realtà agiscono, per numero ed importo medio delle transazioni effettuate, come operatori professionali.
Tale fenomeno è da considerarsi deleterio sia perché produce una diffusa evasione fiscale, specie in termini di IVA (è noto che le prestazioni meramente occasionali sono escluse dal campo di applicazione dell’IVA,mentre oltre una certa soglia di transazioni l’operatore dovrebbe aprire una partita IVA)  sia perché costituisce di fatto una concorrenza sleale per i dettaglianti in regola, i quali devono scontare costi fiscali e di gestione che ovviamente non pesano su tali finti “operatori occasionali”.
Non da ultimo, occorre ricordare che le vendite effettuate da privati qualificati come “operatori occasionali” non sono sottoposte alle stringenti regole del “Codice del Consumo” (garanzia biennale su beni nuovi o annuale su beni usati, diritto di recesso, etc.) in quanto giuridicamente si tratta di transazioni tra privati.
Dunque, queste forme di vendita, se effettuate da privati o sedicenti “operatori occasionali”, offrono anche assai poche garanzie per il consumatore, il quale in sostanza deve fidarsi di quanto asserito dal venditore ed ha ben poche armi per tutelarsi successivamente all’acquisto.
È quindi auspicabile una maggiore attenzione degli organi di controllo finanziari su questo fenomeno, per contrastare quello che si presenta come un vero e proprio fenomeno di abusivismo commerciale e di evasione IVA.

 


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