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Che cosa volete dai gioiellieri?

Ben conosco la passione del Direttore Giovanni Micera. Vuole che questi fogli che state usando la cortesia di sfogliare siano non solo pratici ed utili al vostro lavoro ma anche capaci di incoraggiare e rianimare in modo sincero il settore del gioiello. Una sorta di tonico ricostituente delle idee che restituisca vigore e orgoglio a quanti fino a non molto tempo fa navigavano a vele spiegate primeggiando nel mondo per qualità e quantità delle produzioni. Ecco perché, caro Giovanni, in fila per l’imbarco, mi gesticolavi di andare giù senza filtri con le impressioni in generale ricavate dalla fiera, su tutti gli impedimenti, i pregiudizi, le verità inconfessabili e i lacci che imbavagliano il nostro lavoro.  Un intento nobile cui mi associo. Facciamo dunque tutti la nostra parte.

Eppure in tutto questo fragore di inizio millennio non riesco a imbracciare questo fucile. Non mi impaurisce la battaglia ma questa volta mi viene invece di pensare: “non sparate, siamo solo gioiellieri…”.

Che voglio dire? Questi negozianti, questi artigiani, questi fabbricanti sono sottoposti a un fuoco di fila. Devono tirare diritto, stare attenti ai costi, vendere diamanti etici ma a buon mercato, soddisfare clienti sempre più nervosi e meno abbienti, devono essere congrui col fisco, difendersi dall’oltraggiosa onta che li dipinge come evasori cronici. Ma non basta. Ecco che un coro mesto domanda:  “Quali sono i nuovi orizzonti del design, quali materiali siano più moderni, quali pietre le più seducenti?” Un crescendo di quesiti amletici. Devono inoltre anche spiegare agli esperti, spesso accademici con verità preconfezionate, perché quello che si vendeva non si vende più e quello che si venderà domani oggi non si vende ancora. E non e’ tutto. Devono pronunciarsi sulla crisi e contestualizzarla a livello planetario. Quindi si va in massa a Hong Kong come prima a Milano per dissertare sulle prospettive macroeconomiche mondiali, a studiare i corsi demografici che influenzeranno i nuovi modelli di consumo. Insomma a copiare i cinesi.

Li dovremmo lasciare in pace o li dovremmo portare in terapia questi sciagurati imprenditori orafi, smarriti di fronte ad un mondo che cambia, che non li aspetta e che non cessa  di interrogarli. Mi viene da pensare: ma gli elettricisti, gli operatori delle compagnie telefoniche o dei trasporti, i pescatori di tonni, uno per uno, non solo i massimi dirigenti, devono anche loro discettare sui massimi sistemi?

Gli orafi hanno alle spalle una lunga storia. Hanno frequentato a lungo i salotti aristocratici ed ecclesiastici dove hanno trovato la loro clientela per secoli trasformando ingenti capitali in oggetti preziosi. Questi sono i motivi per cui sono visti – anche dal fisco – come lo specchio rivelatore della ricchezza delle città e delle nazioni. Ma se le nazioni con le proprie istituzioni non riescono a dare risposte alle crisi e ai mutamenti perché dovrebbero riuscirci i gioiellieri, molti dei quali vorrebbero semplicemente aprir bottega e andare avanti? E se tutto si aggiustasse semplicemente con un poco di calma e indifferenza?

Il capitale di creatività, di gusto, di disponibilità all’innovazione è un bene intangibile che perdura oltre le singole generazioni e sopravvive, silenzioso e saldo, ai sussulti e alle calamità dei tempi. Un grande orafo russo, fornitore delle sontuose corti dello Zar, dopo la rivoluzione di Ottobre vide i bolscevichi far scempio di tante opere d’arte mentre i suoi colleghi, mortificati, venivano trasformati in operai. Cosa potevano pensare nei bui anni trenta costoro sotto il giogo stalinista? Quali soluzioni politiche potevano opporre alla tirannia e all’impoverimento? Quest’orafo riuscì ad emigrare col solo patrimonio delle sue mani. Le sue idee sono arrivate a noi vive. La dittatura si è spenta. Si chiamava Fabergè.


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