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Cgia di Mestre: “I gioiellieri non sono ladri”

Vincenzo Giannotti: “Basta con la caccia alle streghe, non è vero che il settore orafo evade più di altri”

Sarebbero ‘troppo bassi’ i redditi dei gioiellieri emersi da dati del dipartimento delle Finanze: secondo le tabelle con le ultime dichiarazioni dei redditi, quelle presentate nel 2012, infatti, i dettaglianti orafi guadagnano meno di 18mila euro all’anno, a fronte di un reddito medio di 20mila dichiarato dai lavoratori dipendenti. I titolari di gioiellerie sono così finiti ancora una volta al centro delle polemiche: come è possibile che guadagnino meno dei dipendenti?

La prima a mettere in dubbio la validità assoluta di queste informazioni su redditi e stipendi è stata la Cgia di Mestre, l’associazione degli artigiani che attraverso il proprio segretario Giuseppe Bortolussi fa sapere che, rispetto a questi dati, “si assiste ancora una volta a un uso artefatto” e che “non è vero che i lavoratori autonomi dichiarano meno dei dipendenti: è un’informazione strumentale”. La sua tesi è articolata: innanzi tutto, tra i dipendenti vengono conteggiati anche lavoratori come i magistrati, i professori universitari e anche manager pubblici e privati, che alzano di molto la media. Secondo la Cgia, inoltre, il reddito del gioielliere va confrontato non tanto con altri lavoratori dipendenti, ma con i propri: da questa comparazione  emergerebbe che “artigiani e commercianti guadagnano in media il 30-40 per cento in più dei propri dipendenti”.

Di fronte alle polemiche sulle dichiarazioni dei redditi dei dettaglianti orafi, l’intero comparto assume una presa di posizione netta: la questione è delicata e il settore fa fronte comune contro le accuse, dai rappresentanti dei gioiellieri fino a quelli dei produttori. In prima fila, la Federpreziosi, Federazione Nazionale delle Imprese Orafe Gioielliere Argentiere Orologiaie – Confcommercio Imprese per l’Italia: durante l’Assemblea dei soci riunita a Roma tre giorni fa si è infatti fatto il punto sugli oltre 20mila punti vendita attivi in Italia, la maggior parte dei quali a conduzione familiare.

“La categoria non ha nulla da nascondere versando regolarmente l’enorme mole di tributi, tra cui il 22,25% di imposte sui premi assicurativi, che hanno avuto una crescita elevatissima negli ultimi anni – ha dichiarato il presidente Giuseppe Aquilino (nella foto a sinistra) -. Si tratta di un’ingiusta criminalizzazione dell’intera categoria che non tiene conto dei problemi legati alla sopravvivenza stessa delle imprese. A questo proposito, vale la pena di puntualizzare che i dati diffusi dal Ministero dell’Economia – come tutti i dati soggetti ad elaborazione – avrebbero bisogno di essere opportunamente spiegati per evitare che risultino fuorvianti. Nel caso specifico, i dati per i “gioiellieri” non si riferiscono alle S.P.A. o alle S.R.L. bensì ai redditi delle persone fisiche, di piccole o micro realtà, spesso a conduzione familiare, attività di artigianato o di commercio di vicinato, con una clientela che risente in modo particolare della situazione di crisi e che ha ben altre priorità che non l’acquisto di preziosi”.

Torna la problematica di una scorretta comparazione, dunque: gli imprenditori non hanno né ammortizzatori sociali, né quattordicesima, né TFR, né malattia retribuita. Senza contare tasse e tributi come IRAP, INPS, INAIL, IVA, addizionali regionali, diritti camerali, tasse sulla tenuta dei registri, concessioni governative, tassa sull’insegna. “E’ tutt’altro che strano che i piccoli imprenditori di gioielleria – prosegue Aquilino – possano guadagnare talvolta meno dei propri dipendenti, preferendo garantire loro il compenso e mantenere in vita l’attività, riducendo il proprio guadagno; guadagno che, comunque, si concretizza solo al momento dell’effettiva vendita della merce“.

E di ‘merce’, negli ultimi anni, ne è stata venduta davvero poco. E’ innegabile la crisi delle vendite del comparto orafo-gioielliero, a fronte di una riduzione dei consumi e di un aumento crescente dei costi delle materie prime. Sono questi due dei tanti fattori che hanno spinto un numero sempre maggiore di gioiellieri a diversificare la propria offerta puntando su prodotti di valore inferiore. “Su questo segmento i margini non ci sono – commenta Vincenzo Giannotti (a destra), imprenditore e presidente di Tarì Design School, la scuola di formazione del Centro Orafo il Tarì di Marcianise -: lo scontrino medio si è abbassato di molto, oggi ci si aggira intorno ai 90-100 euro anche quando si parla di ‘gioiellieri’. I fatturati scendono e occorre molta cautela nel formulare accuse verso la categoria perché così si rischia di gettare discredito sull’intero sistema commerciale. Il nostro settore è ancora di stampo artigianale: sul mercato interno il comparto è fermo, ma anche il dato dell’export è in ribasso rispetto ad altri settori, a causa dei dazi verso molti paesi di destinazione. Quanto all’evasione, non possiamo dire che non esiste ma il settore orafo non è il negativo assoluto e non è vero che sia più facile evadere”.

E’ infatti proprio l’evasione il nucleo centrale su cui si basano le polemiche: le accuse sui redditi emersi dai dati del Ministero dell’Economia si basano sulla presunzione di dichiarazioni incomplete o non corrette.

“L’evasione in Italia, purtroppo, sembra di pari livello in tutte le categorie – dichiara Francesco Barberis (foto a sinistra), presidente dell’Associazione Orafa Valenzana, che riunisce i produttori del distretto orafo piemontesema mi sento di poter azzardare che nel nostro settore è diminuita di molto negli ultimi anni, anche a causa di cali significativi dei fatturati. I dati in questione si riferiscono al dettaglio, ma posso dire che andrebbero scorporati e studiati con più attenzione: così come sono, diventano fuorvianti. Una cosa è ragionare seriamente sull’evasione fiscale, un’altra è mettere una categoria contro l’altra. Non ci sono categorie più a rischio di altre e la crisi, a dispetto di quanto si possa pensare, si fa sentire pesantemente nel comparto orafo”.

La crisi, dunque, sarebbe uno dei principali motivi di redditi tanto bassi. Dalle rilevazioni condotte da Federpreziosi nell’ambito del dettaglio, per il solo terzo quadrimestre dello scorso anno si registra un calo generalizzato delle vendite per tutti i prodotti “preziosi” pari a -22%. E altrettanto negative si presentano le prospettive per il 2013. Pesano le difficoltà di accesso al credito, così come l’andamento della materia prima e la crisi del “prestito d’uso”. Ma oltre alla congiuntura economico-finanziaria, Bortolussi ha individuato anche altre ragioni che spiegherebbero con maggiore profondità i dati sulle dichiarazioni dei gioiellieri. Il segretario della Cgia infatti annovera anche circostanze come la divisione dei redditi a livello familiare (spesso, le piccole e medie imprese italiane – che costituiscono la gran parte del tessuto imprenditoriale orafo – sono gestite dallo stesso nucleo familiare), ma anche le forti differenze esistenti tra Nord e Sud.

“La domanda che tutti dovrebbero porsi – spiega Licia Mattioli, presidente di Confindustria Federorafi, a destra – è quanto si ritenga che le gioiellerie abbiano realmente venduto nell’anno considerato. Pur appartenendo al mondo della produzione, è secondo me evidente che il numero di consumatori entrati in gioielleria per fare acquisti significativi, sia diminuito bruscamente: e questo peraltro è un fatto che avvertiamo, per riflesso, anche nel settore della produzione. Non è una sorpresa neanche la calma piatta del mercato interno che ha vissuto un’ulteriore contrazione e che pregiudica la redditività. Il problema è che si considera la situazione di partenza del comparto orafo come più favorevole rispetto ad altre: e allora perché la maggior parte degli incassi deriva da oggetti in metallo comune e non più prezioso? Quei dati andrebbero letti certamente con maggiore attenzione”.

Una risposta più articolata potrebbe arrivare dagli studi di settore, attualmente in fase di revisione periodica: in tal senso Federpreziosi, in collaborazione con Confcommercio, è in procinto di lavorare con la So.Se (Società per gli Studi di Settore), per raccogliere i dati delle imprese, con l’obiettivo di elaborare i correttivi congiunturali da applicare tenendo conto della crisi economica.


1 commento

  1. Antonio says:

    Non si possono fare dei ragionamenti con le medie.bisogna vedere caso per caso e punire solo chi non rispetta le regole.in questo modo davvero si criminalizza tutta una categoria!!!


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