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Belle, costose e amiche dell’ambiente. Il nuovo appeal delle pietre sintetiche

fondente in rubino sintetico (ph. gem-tech)

Le pietre di sintesi hanno una parte nel libro futuro della gioielleria? Certo non hanno avuto la fortuna incontrata in altri campi da altri materiali di laboratorio. I polimeri hanno dato vita a plastica e fibre tessili, oggetti che costituiscono la nostra quotidianità. Fibre artificiali come viscosa, acetati, acrilici, poliesteri rappresentano un grande volume del business dell’industria tessile senza che gli appassionati del cotone e della seta si siano più di tanto indignati. Nel bijoux contemporaneo cade perfino il taboo delle materie plastiche che ne diventano con decisione parti costituenti. Le pietre sintetiche sono solo gingilli per addestrare i gemmologi all’identificazione?

zaffiri ottenuti con fusione con fondente (ph. gem-tech)

Oggi possiamo riconoscere due fasi che hanno contraddistinguono l’utilizzo di pietre di sintesi. L’industria del gioiello in un primo momento le ha guardate con diffidenza come ostacoli nel processo di costruzione e difesa del valore delle gemme naturali. Sta di fatto che i rubini e gli zaffiri sintetici resi disponibili con il metodo di fusione alla fiamma – 3200 kg prodotti già nel 1923 – vennero dirottati il più lontano possibile dalla catena preziosa verso l’oreficeria e più recentemente verso l’argento a buon mercato. Imitazioni economiche, prima europee oggi made in China, per chi voleva sembrare senza poter essere. Fu però  già negli anni trenta che Carroll Chatham riuscì a sintetizzare rubini, zaffiri ed altre gemme utilizzando un nuovo metodo di fusione con fondente. Chatham realizzò rubini, zaffiri e smeraldi molto belli con inclusioni accattivanti. Nel tempo sviluppò un’idea diversa, quella di sfruttare le interessanti caratteristiche delle proprie creazioni sintetiche in un moderno piano di marketing. La nuova fase scommette sulla capacità di queste pietre, allusivamente ribattezzate “gemme create”, di presentarsi come repliche dell’omologo naturale e di occupare una nicchia remunerativa del mercato.

L’idea pionieristica di Chatham ha funzionato ed altre aziende oggi  hanno posizionato il risultato della ricerca sulla sintesi di cristalli su livelli più alti delle vetrine. Della moissanite si parla spesso delle proprietà gemmologiche che la differenziano dal diamante. Ma pochi sanno che quella che doveva essere una delle tante meteore ha superato in quindici anni, mezzo miliardo di dollari di vendite al dettaglio.


La C3, l’azienda produttrice, s’è immediatamente collocata in borsa e, stando ai dati della composizione dei costi del 2006, investe la metà delle risorse per creare la domanda e solo un terzo per produrre materialmente la pietra in laboratorio. Il marketing ha fatto centro? La tabella mostra che i minimi della moissanite si sovrappongono perfettamente a quelli della crisi mondiale: le vendite di questa pietra sintetica decadono e si riprendono simultaneamente ai beni di lusso. Il grafico mostra dunque che la moissanite è percepita come gemma di valore.

Campagna promozionale Gemesis

Ma da un anno un altro ambizioso programma di commercializzazione di diamanti sintetici è messo a punto da Gemesis, impresa di New York che usando il metodo CVD è proprietaria di una procedura che permette di ottenere diamanti incolori in laboratorio. Le vendite fanno prefigurare un futuro interessante e sono sostenute da una precisa strategia basata su punti oggi decisivi: responsabilità sociale (il sintetico è conflict free), e sostenibilità ambientale. Studiosi di scienze ambientali hanno avviato ricerche comparative: i diamanti sintetici si producono con considerevoli risparmi energetici e un modesto impatto ambientale e sociale. Un diamante incolore della Gemesis F VS1 di un carato costa in rete 6600$ al carato. Alla fine se vuoi consolidare il valore, gira e rigira, rispunta sempre questa benedetta etica. Non vi pare?


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