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Associazione in partecipazione: cosa cambia con la riforma Fornero

Il contratto di associazione in partecipazione è una tipologia contrattuale che ultimamente si è diffusa in maniera particolare nei rapporti di lavoro relativi al mondo del commercio e dei servizi.
Tale tipologia è disciplinata dal Codice Civile (artt. 2549-2554) ed è caratterizzata dal fatto che “‘l’associante (vale a dire il datore di lavoro) attribuisce all’associato una partecipazione agli utili della sua impresa o di uno o più affari verso il corrispettivo di un determinato apporto” (Art. 2549 comma 1)
L’apporto fornito dall’associato può essere di natura finanziaria o consistere in un bene (la sede aziendale, per es.) utilizzato dall’impresa; più spesso, l’apporto consiste in una prestazione lavorativa, ed è questo il caso che ci interessa.

Anche quando fornisce una prestazione lavorativa, l’associato non va equiparato in alcun modo ad un lavoratore subordinato, non beneficiando delle garanzie derivanti dalle norme sul lavoro e dai contrati nazionali di cui invece gode quest’ultimo.
L’associato, a differenza del lavoratore, condivide il rischio d’impresa, tanto che : “Salvo patto contrario, l’associato partecipa alle perdite nella stessa misura in cui partecipa agli utili, ma le perdite che colpiscono l’associato non possono superare il valore del suo apporto” (Art. 2553).

Quindi, secondo il Codice Civile, l’associato non ha diritto ad una retribuzione fissa, bensì ad una percentuale sugli utili che però può volgersi in una partecipazione alle perdite.
La natura ed i termini di svolgimento della prestazione lavorativa vengono definiti nel contratto di associazione, così come gli eventuali poteri di controllo dell’associato sull’impresa, la cui gestione resta comunque di competenza esclusiva dell’associante.
Perciò, l’associato non ha diritto a ferie, permessi, Tfr, etc., né è tenuto a rispettare un orario predeterminato di lavoro; come già accennato, nel contratto di associazione possono essere precisati i termini della prestazione lavorativa, prevedendo anche che tale prestazione debba svolgersi in maniera coordinata con le esigenze aziendali.
In ogni caso, per legge l’associato ha diritto a ricevere il rendiconto annuale della gestione economica aziendale (Art, 2552 comma 3), diritto che non spetta al lavoratore dipendente.

La recente riforma del mercato del lavoro, la cosiddetta “Legge Fornero”, (legge n. 92/2012, art. 1 comma 28), ha introdotto delle importanti modifiche alla disciplina di tale contratto, intervenendo sull’art. 2549 del Codice Civile.
Tali modifiche sono finalizzate ad evitare che il contratto di associazione in partecipazione sia utilizzato per mascherare un rapporto di lavoro subordinato senza assumere gli obblighi connessi a quest’ultimo.
Queste le limitazioni introdotte dalla legge Fornero : nel caso in cui l’apporto dell’associato consista anche in una prestazione di lavoro, il numero di associati impegnati in una medesima attività non può essere superiore a 3. In caso di violazione tali rapporti sono considerati a tempo indeterminato.

Attenzione : questi limiti non valgono nel caso in cui gli associati siano legati all’associante da rapporto coniugale, di parentela entro il terzo grado o di affinità entro il secondo. Di fatto, sono fatti salvi i rapporti all’interno delle aziende familiari.

Inoltre, la mancata partecipazione agli utili ovvero la mancata consegna del rendiconto all’associato comporta una presunzione di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Quest’ultimo principio era già stato più volte affermato dalla giurisprudenza della Cassazione prima dell’entrata in vigore della legge Fornero.

Vi è un ulteriore motivo di presunzione di lavoro subordinato : la non qualificazione del lavoro svolto dall’associato, laddove egli sia privo di competenze teoriche o esperienze di lavoro qualificanti e/o sia impiegato in mansioni caratterizzate da scarsa o nulla qualificazione.

Esiste un’altra importante eccezione : le nuove regole non si applicano ai contratti stipulati e certificati prima dell’entrata in vigore della nuova legge (18 luglio) a norma dell’art. 75 del D. Lgs 276/2003 (Legge Biagi; al riguardo prevede che i contratti possono essere certificati presso apposite comissioni costituite presso gli Enti Bilaterali, le Direzioni del Lavoro oppure le Università);  questi contratti saranno regolati dalle vecchie norme sino alla loro scadenza.

Quindi, le nuove e più stringenti norme si applicheranno perlopiù ai contratti stipulati dopo l’entrata in vigore della legge.


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