di


Assemblea RJC, Mattioli (Confindustria Federorafi): “Adattare standard a piccole e medie imprese”

Focus sulla responsabilità sociale d’impresa attraverso le attività del Responsible Jewellery Council riunitosi ieri a Milano

MILANO – E’ una delle priorità dell’industria della gioielleria e ora sembrano esserne consapevoli tutti gli attori della filiera: l’applicazione di standard etici condivisi nel settore dei metalli preziosi è una realtà sempre più diffusa anche grazie all’attività del Responsible Jewellery Council, l’organizzazione non profit che attraverso revisori indipendenti certifica attraverso un proprio sistema le imprese che portano avanti pratiche commerciali responsabili.

Proprio durante l’Assemblea Generale Annuale del RJC, che si è svolta ieri a Milano, a Palazzo Giureconsulti, sono stati affrontati i temi più caldi che l’industria dei gioielli si ritrova oggi ad affrontare, probabilmente anche a causa di un lungo silenzio sulle tematiche etiche. Il meeting si è aperto con l’ufficializzazione di nuove nomine: una volta approvati la relazione sulla gestione e il bilancio, James Courage, amministratore di Platinum Guild International, è stato formalmente eletto come Presidente del RJC, e Feriel Zerouki, manager dell’area Best Practice Principles di De Beers Group, è stato eletto Tesoriere onorario.

Tra i nuovi membri del Consiglio di amministrazione, eletti tra i rappresentanti della filiera da tutto il mondo, anche gli italiani Mauro di Roberto (Bulgari S.p.A.) e Ivana Ciabatti (Italpreziosi S.p.A.).
“Le attività del RJC presentano due caratteristiche che lo differenziano dagli altri organismi – ha detto Courage nell’aprire l’Assemblea, organizzata anche grazie alla collaborazione di Confindustria Federorafi, Club degli Orafi Italia, Assogemme, Bulgari e il Gem & Jewellery Export Promotion Council (GJEPC) -: offre ai suoi membri la possibilità di certificare le loro pratiche commerciali con uno standard rigoroso, ma promuove anche una piattaforma applicabile al mondo del dettaglio così come alle miniere. Ora l’obiettivo è quello di far unire a noi il numero più elevato possibile di aziende”.

“Duecentosettanta membri certificati, migliaia di persone coinvolte a vario titolo nell’industria, un approccio comune per gestire i rischi – così ha descritto le attività del RJC il direttore Fiona Solomoncon numerosi progressi nei rapporti con istituzioni internazionali come l’ISEAL, di cui è diventato membro, dei Comitati multistakeholder, e nell’implementazione degli standard dell’OCSE. Stiamo procedendo alla revisione del Code of Practices, che sarà pubblicato entro la fine dell’anno”. Nella nuova versione, che sarà completa entro novembre, ci sarà più spazio per la responsabilità dell’intera filiera, per la tutela del lavoro e la comunicazione, come anche una nuova disciplina dei reclami relativi all’origine dei materiali utilizzati fino alle regole per gestire i rischi connessi al mercurio.

Molti sforzi in tal senso sono stati compiuti dal RJC per coinvolgere un numero sempre maggiore di soggetti, come i 3 nuovi raffinatori certificati. “Non è escluso che nei prossimi mesi se ne aggiungano anche altri”, ha concluso la Solomon. L’indipendenza dell’attività di revisione è garantita da una società esterna, la svizzera SGS. “La credibilità del sistema di certificazione RJC è il suo più grande punto di forza”, ha dichiarato Effie Marinos, manager della divisione Sostenibilità di SGS. A chiudere la prima sessione dell’Assemblea, Gaetano Cavalieri, presidente CIBJO, che ha indicato le sinergie attive tra la Confederazione mondiale della gioielleria e il RJC.

“Malgrado le differenze tra i due soggetti – ha detto – le loro attività sono molto vicine e lo saranno sempre di più”. Nel ricordare le tappe dell’evoluzione dell’impegno della Cibjo a favore di standard etici condivisi, Cavalieri (nella foto a sinistra) ha anche indicato i soggetti destinatari della responsabilità sociale: “Le comunità commerciali ad ogni livello della filiera – ha specificato il presidente Cibjo -, il consumatore e gli stakeholder. E’ vero che i gioielli non sono un bene primario ma non va dimenticato che l’industria porta lavoro, ricchezza e benessere a milioni di persone e in moltissimi posti del mondo”.

Monica Cellerino, Unicredit Banca, Maria Benedetta Francesconi, Ministero dello Sviluppo Economico italiano, e Augusto Ungarelli, Club degli Orafi Italia, hanno aperto con i loro contributi la tavola rotonda organizzata per tirare le somme sulle prospettive del settore. “Più i prodotti sono di qualità, più diventano competitivi – ha spiegato Francesconi -: in tal senso si incardinano le tante attività svolte come il protocollo d’intesa promosso dal Ministero con Confindustria e il RJC e il manuale di sostegno alle imprese orafe relativo alla gestione dei rischi”.

Responsible Jewellery Council, la tavola rotonda

La responsabilità sociale d’impresa è oggi conosciuta dal 76 per cento delle aziende intervistate per l’indagine; il 56 per cento ha ottenuto benefici già nel breve termine, sia in termini di immagine, sia in termini di business verso l’estero (e, ha precisato Francesconi, molte delle aziende hanno grandi difficoltà nella misurazione dei vantaggi, che è uno dei grandi limiti della responsabilità sociale d’impresa).

“L’intelligenza italiana è una eccellenza da portare nel mondo – ha spiegato Ungarelli – che poi coincide con l’obiettivo primario del Club degli Orafi Italia. Di fronte alla crisi e a un consumatore sempre più esigente e sofisticato, bisogna investire sempre di più nella formazione e nella tutela della bellezza connessa ai nostri gioielli. Ed è proprio qui che dobbiamo sviluppare il nostro valore”. Il panorama delle circa 9mila aziende italiane dedite alla produzione di gioielli, che occupano oltre 30mila unità lavorative, copre il 7 per cento della produzione mondiale. Di queste, la maggior parte ha una dimensione piccola, con una media di 4 addetti.

Licia Mattioli e Augusto Ungarelli

“Va fatto un passaggio ulteriore per garantire l’applicabilità degli standard anche alle piccole e medie imprese – ha chiarito Licia Mattioli, presidente di Confindustria Federorafi -: quello che per loro può sembrare un pressante vincolo è invece ciò che aiuta la sostenibilità. Non è più sufficiente un gioiello bello, il futuro è il gioiello etico. A questi temi si ricollega anche la questione della contraffazione e quella dei dazi: al di là della Chain of Custody, la responsabilità va intesa ad ampio raggio”. L’esperienza della Legor Group – come l’adozione di un codice etico interno, l’attenzione dedicata ai metalli preziosi così come anche alla galvanica, sono state al centro dell’intervento dell’amministratore Massimo Poliero. “Il Responsible Jewellery Council non è un’etichetta, ma una consapevolezza da diffondere”, ha detto.

Mauro di Roberto, direttore della Jewellery Business Unit di Bulgari SpA

Altre due case-histories protagoniste della tavola rotonda all’Assemblea annuale del RJC sono state quella di Bulgari e quella di Progold, rispettivamente attraverso i contributi di Mauro di Roberto e Paola Signoretto. “Il nostro intento è quello di coinvolgere sempre più gli attori della filiera con cui ci confrontiamo ogni giorno – ha spiegato di Roberto – affinché la certificazione etica diventi un circolo virtuoso”. “Abbiamo ottenuto la certificazione RJC lo scorso dicembre – ha precisato la Signoretti, marketing manager di Progold -, sia relativamente al Code of Practice, sia alla Chain of Custody e la riteniamo un punto di partenza. Il nostro augurio è che questi meccanismi di tracciabilità possano presto coinvolgere, oltre all’oro, al platino, al palladio e ai diamanti, anche altri metalli come l’iridio, l’argento o il rame“.

Isabella Pratesi, WWF Italia

“L’industria della gioielleria ha un grande ruolo nella tutela del pianeta per questo deve prevedere forme di intervento diretto sull’impatto che produce: già molte società si sono impegnate in tal senso, come Pomellato e Chopard”, ha concluso Isabella Pratesi, direttore del Conservation program del WWF Italia.

Significativa la partecipazione di aziende italiane ed estere all’incontro: oltre ai vertici del RJC, erano presenti imprese orafe provenienti dai principali distretti orafi italiani ma anche di numerosi paesi europei. I punti di vista emersi sono stati tanti, ma tutti convergenti verso una consapevolezza: che la sostenibilità della filiera è un valore sempre più caro al consumatore e che non può esistere gioiello made in Italy in assenza di eticità per tutto il processo che porta alla sua creazione, dall’estrazione dei metalli alla vendita in gioielleria.

Stefano De Pascale, direttore Confindustria Federorafi, e Catherine Sproule, direttore generale di RJC
Francoise Izaute, Platinum Guild International, e Michael Rae, amministratore RJC
James Courage, presidente RJC, con Francoise Izaute e Daniela Saibene
Giovanni Slanzi, manager Risorse Umane e servizi generali di Bulgari, insieme a Stefano De Pascale

 


1 commento

  1. […] a maggio Cibjo e RJC si erano dati appuntamento a Milano per discutere di ‘Gioiello etico‘ insieme ad altri interlocutori italiani e […]


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *