di


Apologia del diverso, elogio della bellezza

Prima di dedicarsi ai miei capelli Sasy deve completare l’extension ad una biondina tutta chiacchiere e mi toccherà aspettare almeno un paio d’ore. Un ragazzo mi porge il camice e per ingannare l’attesa una rivista, di quelle da coiffeur, appunto, che ritraggono un certo mondo femminile.
In copertina qualche scatto furtivo spiattella brutalmente la cellulite di una vip mentre a caratteri cubitali un titolo, che oscura l’ennesimo caso di stupro, recita: “Martina G. raggiante per la sua nuova sesta”. Non so esattamente chi sia costei ma vorrei tanto capire cosa spinga a desiderare due tette grosse come meloni. E nuova perché? Ha forse rottamato le precedenti?

Squilla il cellulare e, in tema alle mie riflessioni, la voce felice di Claudia mi confida “Per le vacanze mi regalerò un profilo alla Uma Thurman”. Mi congratulo per la scelta ma tengo per me l’ammirazione per quel naso difettoso. Mi guardo allo specchio e più mi avvicino più scopro vizi che meriterebbero un’aggiustatura; forse più di una, ma va bene così, con la mia seconda, con la mia bocca sottile a dispetto della tipa di fianco dallo sconveniente sorriso alla Donald Duck, con le mie rughe che, come dice ruvida la mia amica Giuliana, se non si muore prima, vengono a tutti.
Questo inseguire a tutti i costi l’omologazione, che alcuni credono perfezione, mi sconcerta.

Al di là delle naturali virate in fatto di gusti (i nostri antenati verosimilmente avrebbero preferito la venere di Willendorf alla nera Campbell), la bellezza resta un concetto universale e si riconosce in condivisi archetipi che esulano da ogni ipotetica contestazione, come l’Annunciata di Antonello da Messina o il Taj Mahal, Marylin o un tramonto d’estate. Sì, d’accordo, ma l’imperfezione, il diverso, lo strano ha tutto un altro fascino, e sa essere molto più intrigante.

Basta lanciare lo sguardo poco più in là per scoprire che un difetto, una mancanza, un vizio, una sproporzione può dar vita a cose sublimi – lOpera n. 9 per mano sinistra di Skrjabin sa magnificamente raccontarlo, come non sanno essere da meno i gioielli di Alidra Alic.

Straordinarietà da non correggere, dunque? Eppure Agnolo Firenzuola sosteneva che “La bellezza è il dono più grande concesso da Dio all’umana”. Sarà, ma in quel lontano ‘500 l’ideale di bellezza doveva essere indubbiamente di tutt’altra schiettezza.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *