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Alba Cappellieri. Eclettica, esuberante, vulcanica

Eclettica, esuberante e vulcanica. Questo, in tre aggettivi, il ritratto di Alba Cappellieri, docente e studiosa del gioiello, mondo al quale si è avvicinata quasi per caso.

La passione e l’impegno per una nuova vita del gioiello. Architetto per formazione, una lunga esperienza statunitense nel settore dei grattacieli e poi, dietro l’angolo, una svolta inattesa che la fa diventare un punto di riferimento del settore orafo. Professore di design del Gioiello al Politecnico di Milano, dove è presidente del corso di laurea in design della moda, oggi insegna anche alla Stanford University e dal 2014 è direttore del neonato Museo del Gioiello di Vicenza: mille anime in una persona soltanto.

Lei è un architetto. Come ha messo piede nel mondo del gioiello?
È una lunga storia, anche particolarmente istruttiva. Dopo la laurea e un dottorato in storia dell’architettura barocca mi sono trasferita negli Stati Uniti, tra New York e Chicago, dove mi sono specializzata in grattacieli. Nel 1999 decisi di tornare in Italia, ma l’allora preside del Politecnico mi ricordò che di grattacieli a Milano non c’era traccia (e ora sorrido, perché ci sono eccome). Fu così che mi fu proposta la collaborazione con un’azienda di gioielli: per lui fu una sorta di punizione, un modo per relegarmi in una figura di signora borghese e non impegnata. Per me fu l’inizio di un’avventura incredibile: in quegli anni l’Italia produceva il 70% dei gioielli acquistati nel mondo. Accettai.

Quale fu l’intuizione vincente?
Fino ad allora il gioiello era completamente estraneo al mondo dal design: se ne discuteva dal punto di vista scientifico, certo, ma solo tra gli studiosi di lettere e storia dell’arte. A Milano ho iniziato a interrogarmi sul gioiello come progetto, l’ho spogliato delle sue accezioni classiche. Mi sono inimicata molti puristi, ma forse avevo ragione. Con un’altra vittoria, nel 2004, la mostra “Il design della gioia”: dopo 38 anni ho riportato il gioiello alla Triennale di Milano.

Cosa significa insegnare?
È un percorso fatto di educazione e istruzione insieme. Se analizziamo l’etimo, educare viene dal latino educere, cioè “condurre fuori”, mentre istruire viene da instruĕre, “portare dentro”. Non è una direzione top-bottom: insegnare significa anche apprendere. È uno scambio: se non avessi deciso di imparare ogni giorno, non sarei dove sono ora. Quante posizioni che credevo immodificabili ho invece rivalutato…

Lei è nata a Napoli. Che rapporto ha con la sua città d’origine?
Carnale, direi. Ci torno sempre volentieri. Oggi però ho un rammarico: a tratti ho la sensazione che la città si sia arresa. Eppure è una perla che continua a regalare talenti: anche al Politecnico, gli studenti campani si distinguono per rigore, intuizione, risultati. Forse una svolta è possibile, se nasce un’imprenditoria privata che supporti il pubblico, come avviene con successo in altre parti d’Italia.

Sarebbe interessante chiederle come trascorre il suo tempo libero, ma osservando il suo curriculum, forse non ne ha. È così?
Ne ho poco, ma è completamente dedicato ai miei due figli. Gliel’ho promesso: lavoro tanto, ma la sera e nei weekend non ce n’è per nessuno. Spengo il telefono e mi dedico a loro, chiudo i ponti con l’esterno per essere presente, e non soltanto fisicamente.

Un consiglio ai più giovani?
Se, di ritorno a Milano, avessi avuto la prosopopea di non cambiare, non avrei combinato nulla nella vita. Questo per dire che ci vuole umiltà e flessibilità, capacità di segnare rotte diverse. E poi ciascun ragazzo deve scoprire il proprio talento: non basta essere infarciti di sogni, bisogna fare i conti con la realtà. Capito questo, vanno scelte le scuole migliori. È dal talento che dipende il futuro.

Lo studio e la formazione possono bastare?
Da soli non sono sufficienti. Le riflessioni teoriche devono essere accompagnate dalla coscienza del mercato: senza il sostegno del tessuto produttivo non si evolve. In questo posso dire di aver condotto grandi battaglie affrontando tutti coloro che mi giudicavano troppo ammiccante verso l’aspetto commerciale. Ma nel mondo del lavoro è un aspetto sacrosanto.

Il sogno nel cassetto di quando era bambina?
L’ho realizzato. Era insegnare.

 


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